Per Othelloman la musica non è mai un processo solitario né un contenuto da consumare distrattamente. È incontro, fisicità, memoria e costruzione collettiva. Lo dimostra la storia de Il Suono della Città, brano nato quasi per caso da una linea di basso improvvisata da Saturnino e cresciuto attraverso gli scratch di DJ Delta, i cori registrati sul Sicilia Express e le voci recuperate da una performance davanti a migliaia di persone a Villa Bellini, a Catania.
Da quella scintilla funk prende forma una conversazione più ampia sul valore dell’esperienza umana nella musica. Othelloman racconta il bisogno di alleggerire il dolore attraverso il groove, la scelta di sottrarre invece di accumulare e il rapporto tra studio e dimensione live. Ma parla anche di Attraverso l’odio, un’opera complessa che ha deciso di condividere con il pubblico prima della pubblicazione, attraverso incontri e listening session. Due progetti molto diversi che nascono dalla stessa convinzione: senza ascolto, presenza e partecipazione, la musica perde una parte essenziale del proprio significato.
Il tuo “ritorno”, tra virgolette, passa il 21 agosto da “Il Suono della Città”, ma curiosamente non dal disco che stai preparando. Perché hai scelto proprio un singolo esterno ad “Attraverso l’odio” per presentare questa fase di Othelloman?
“Don’t call it a comeback, I been here for years, […] Listen to the bass go boom…!”.
Non è mai un ritorno se perpetui con costanza molteplici attività che riguardano un universo multi potenziale e multidisciplinare come la cultura Hip Hop. “Ritorno” sotto qualche riflettore, ritorno a contattare un giro di appassionati e di professionisti e addetti al settore maggiore, rispetto alla produzione di un festival o rispetto al dietro le quinte di un lavoro discografico, ma non la vivo come un ritorno. Se lo fosse sarebbe anche divertente. Ma non lo è.Il Suono della cittàlo è, … divertente (sorrido). Il suono della città è un momento creativo solare nato in una fase così dura e sofferente che non mi sarai mai immaginato di poter rivivere. La stessa attitudine che vivevo all’inizio degli anni ’90 quando io e Primo ci chiudevamo in cameretta con le strumentali, giradischi e microfono e registravamo le strofe “in una botta sola”, facevamo il rap, cercavamo il Gusto Funka, cercavamo di costruire delle metriche che suonassero in italiano meno legnose di quello che sentivamo nelle prime pubblicazioni di rap made in Italy, che rispetto a quello americano percepivamo meno bouncey, meno funk. Nel tempo ho sempre ricercato ciclicamente una via del FUNK, ma spesso per imbarazzo, per un vuoto di mercato e di ispirazione, in Italia sembra fosse la strada sbagliata. Forse con i Ridillo sembrava potesse succedere qualcosa, ma durò decisamente poco. Napoli la faceva vibrare bene, e adesso sentiamo i Nu Genea che spaccano. Ma ci sono stati anni bui. Nel 2003 pubblicai “il richiamo del Funk” che celebrava “Play that funky music”, ma poi nulla. Quando “Il suono della città è arrivato, mi sono arreso e messo al servizio di ciò che stava succedendo, al servizio della musica, come dice il buon Johnny Sneff Neffa “è la musica che lo vuole!”. E adesso che è pronto ho sentito che pubblicarlo adesso fosse la cosa meno saggia e coerente con tutto il processo che abbiamo innescato: il perfetto singolo dell’estate, proprio come vogliono i discografici, tipicamente felici di pubblicarlo a fine agosto (qui ci vorrebbero delle grasse risate sonore di u ipotetico pubblico di un podcast di intenditori di calendari di pubblicazioni – sai, tipo quelle risate fake delle sit-com). Però è “proprio così, ah!” (come direbbe Salmo). Dunque, è offrirlo al mondo per autenticità di una fase vitale.

“Il Suono della Città” nasce dall’incontro con Saturnino e DJ Delta: tre personalità e soprattutto tre linguaggi molto riconoscibili. Com’è nato concretamente il brano e in quale momento hai capito che basso, scratch e rap avrebbero potuto convivere in questo modo?
La storia di sto pezzo per me resterà l’esempio perfetto della magia della musica e una delle ragioni principali per cui sono certo che non avrei potuto che vivere la musica esattamente così come la vivo. Eravamo a Milano, ci sentiamo con Satu e decidiamo di andare in Studio per una faccenda e improvvisare qualcosa. Andiamo alThe Hillscon i ragazzi che ci ospitano perché un paio di giorni prima ci siamo conosciuti perché con il Ghost ci beccavamo per delle idee e lui fece una sessione lì. Con Saturnino adiamo insieme a Enrico Spadafora (magico videmaker) e una mia amica che canta blues e soul in modo incredibile. Non si sa mai cosa nasce con un team così, dovevamo realizzare un video per raccontare come è nato un altro pezzo diAttraverso l’Odio. Magari ne riparleremo, se ne avrete voglia, perché anche quel pezzo ha il basso di Saturnino e con noi c’è – al rap e nel concept – un altro fratello essenziale per il mio percorso artistico e umano. Una volta collegato il cavo del basso al Mac per testare il suono, facciamo un check della linea e senza troppa attenzione registriamo una prima take. È, totalmente improvvisata, non prevista, non ci serviva registrare in quel momento; non l’abbiamo nemmeno riascoltata, abbiamo fatto tutto il resto, non l’avevamo tenuta proprio in considerazione. Facciamo il nostro viaggio tra idee e riprese, smontiamo tutto e con “mela Q” chiudiamo il Logic. Ma mentre si quitta la DAW con la coda dell’occhio mi rendo conto di quella traccia nell’arrangiamento di prova che chiedeva se salvare o chiuderlo e perdere quella prova. Dico… “comunque mettiamola nell’ hard disc che non si sa mai”, proprio come succede a chi vive lo studio, penso che magari può servire per le riprese, come noise o suono vago di sottofondo, boh, e così facciamo. Tornato a casa riascolto il FUNK che Satu aveva droppato senza che nessuno se ne rendesse conto. Mi viene da solo, spontaneo partire a rappare “I’m thinkin’ of a master plan / ‘Cause ain’t nuthin’ but sweat inside my hand” … poi lo ripeto nella mia testa in loop, sai quando ti parte una roba che non riesci a buttare fuori dal cervello! Quasi odioso. A un certo punto, tipo dopo 6 ore, accendo il Mac di nuovo e in automatico prendo un kick, un rullante, campiono un groove classico live di qualche show funk dal vivo e inizio a costruire senza più ragionare, un flusso totale: taglio un paio di sample vocali di James Brown, cerco due flautini funk, cerco vecchie tracce blues e funk per choppare delle chitarre e il testo nel frattempo si costruisce nella mia testa senza che me ne renda conto. Registro col microfono del Mac senza nemmeno scrivere le frasi, tipo, mi venivano e le registravo una dopo l’altra. Mi gaso, regolo due livelli e lo mando subito in ruff version a Saturno e gli dico “oh, frate’, non ne ho capito niente, è venuta fuori sta cosa, che dici, che ne pensi?” … Lui mi risponde immediatamente gasato quanto me e mi chiede chi avesse fatto quel basso! Gli dico “ma sei tu! Quello che hai fatto in studio come prova quando hai inserito il cavo, Brooooo!” Scattano le risate serie, e quando realizza che era proprio lui si gasa ancora di più, quindi è nato così, tipo senza senso. Ma a quel punto ci vediamo a casa da lui, lo riascoltiamo dopo che avevo sistemato ancora un po’ di tracce attorno al suo basso e mi dice “oh, ma li mettiamo due scratch fatti bene?” Volevamo degli scratch e pensavamo a un po’ di amici, poteva esserci DJ Aladyn, ma non abbiamo avuto i tempi di far quadrare le cose. Nel frattempo torno a Palermo, perfeziono la scrittura, poi la seconda strofa e il ritornello che si evolve. Vado a Roma e faccio sentire la traccia a Fiorello che mi dice “mmh… però serve un po’ più di melodia, così è troppo piatto sembra una roba anni ’80! … Non so quanto possa funzionare, vedi tu!”. In realtà mi prendo a male e allo stesso tempo mi gaso, perché anche lui mi ha aperto delle visioni sonore, delle immagini di possibilità. Con la pulce in testa inizio a pensare ad aprire armonicamente il ritornello e mi si chiarisce che il DJ più forte melodicamente e stilisticamente per me è DJ Delta. Dico, voglio gli scratch di Delta! Mentre trovo le chitarre giuste per fare andare il primo ritornello verso il country, Ignazio mi dice che lo ha fatto. Ero in super-hype, mi arrivano gli scratch in una cartella mentre era in tour, e “Wooooow!” Mi hanno steso, che sound! Perfetto. In quel momento ero sicuro che la cosa avesse un senso, totale. Però ascolti … ascolti, ascolti … e qualcosa non funziona. Dubbi, come Marra, dubbi, dubbi che mi attanagliavano il ventre e la testa, sai quella sensazione inconscia che ti fa capire che non sai identificare il problema, ma qualche fottuta cosa non gira.
Sai che è così, che la risposta sarebbe arrivata, c’era tutto, ma dovevo trovare la quadra.
Doveva passare tempo, sedimentare nell’anima, nel corpo. La città avrebbe dato un segnale.

Nel pezzo DJ Delta utilizza gli scratch quasi come uno strumento musicale, mentre il basso di Saturnino diventa uno dei motori del groove. Quanto hai costruito la produzione intorno alle caratteristiche specifiche di questi due musicisti?
Ero arrivato a un punto di confusione. La versione durava 6 minuti. E ancora quel qualcosa infausto non funzionava. Cerco soluzioni, e l’istinto migliore in certi casi è abbandonarsi al confronto con persone di cui ti fidi, mai quelli che ti dicono che è tutto figo. Mando il pezzo a un mio amico, il leggendario Roberto Baldi, che ne frattempo avevo ritrovato a New York con una gioia immensa nell’estate del 2025 proprio il giorno dopo aver conosciuto e rappato con Grand Wizard Theodor e Grand Master Caz. Le cose non succedono mai per caso. Roberto sente il pezzo e si gasa, ma mi fa ragionare su alcuni aspetti. Modifico alcune parti del suono, perfeziono la grassezza del basso tra equalizzazioni, layer aggiunti, plug-in, poi aumento le parti armoniche, … ma, ancora niente, qualcosa, quel fottuto qual-cosa rende il pezzo troppo squilibrato. Gli stessi scratch, che sono potentissimi, anche loro ancora non esplodono come potrebbero. Allora, faccio ascoltare ad altri amici e comunque non mi convinco, continuo a percepire un problema, il basso deve variare, gli scratch vanno valorizzati, ma come? Per quanto modifichi e aggiunga passaggi e variazioni il FUNK mi dice che non gira e si perde. Siamo praticamente a Maggio 2025 e il pezzo speravo farlo uscire a giugno. Niente, non mi sento di pubblicarlo. Cerco un parere che possa davvero sblastarmi senza paura, un paio di volte mi era successo con Red Canziaz e una volta in cui mi ha distrutto un arrangiamento … Canova. Allora mi rimbocco le maniche e dico o la va o lascio il pezzo negli hard disc per sempre, cerco un parere magico, un ascolto che ritengo prezioso: lo mando a Fresco a.k.a. Freschezza, che fa produzioni fighissime sia da solista che con altri progetti e cura sapientemente il suono perfrathellomaggiore Lorenzo Jova. Ed è così. Ecco la chiave. Fresco mi regala la visione esterna che con semplicità mi apre un universo per equilibrare i pesi le posizioni nell’arrangiamento tra intro, scratch, Rap e Basso. Mi suggerisce anche di renderlo più corto ed essenziale. Manco fossi Rick Rubin, immaginando Fresco accanto a me, elimino parti, taglio, accorcio sample, metto in mute parti ritmiche, esalto alcuni passaggi e faccio sparire dettagli superflui, annullo ripetizioni, aumento la variazione umana e in certi momenti esalto il groove e il gico con il basso. Ritornano gli scratch anche sulle chitarre finali e tutto diventa ancora più FUNK. Sì, finalmente gli scratch hanno la loro importanza sempre funzionale ma più massiccia. Infine amplifico l’effetto stereo dei cori che determinano la realtà live e caratterizzano ritornello e concept, elimino l’intro del groove per piazzare gli scratch in apertura così da riconoscere la traccia immediatamente. Alla fine siamo tutti contenti e presi bene, il FUNK ha benedetto i 3 minuti di flusso e sono certo che dal vivo verrà pazzesco, proprio farlo insieme a tutti voi.
C’è poi una storia bellissima dietro ai cori, raccolti durante le performance live e in parte addirittura sul Sicilia Express. Quanto era importante che in un brano sulla città, sulla festa e sull’aggregazione entrassero fisicamente anche le voci delle persone incontrate lungo il percorso?
Questa osservazione è grandiosa, grazie per tutte queste domande appropriate e dettagliate. La storia sui cori è la dimostrazione che questo pezzo è un dovere universale. I cori li avevo in mento, ma avevamo provato a registrarli in studio, ma sapevano veramente di FAKE. Anzi, proprio cringe a potenza infinita. Non riuscivo proprio a trovare una quadra nemmeno lì, mi sentivo un regista che sognava e poi mi trovavo con una cinepresa da 15 euro del mercatino mentre in mente volevo fare un documentario su Wembley. Cazz, servivano dei cori e non mi andava di chiedere in un club “oh ragazzi, sapete, dobbiamo fare un pezzo, vi va di fare sta cosa così e coslì!?!”. No, ci voleva l’attitudine spontanea, ci voleva atmosfera e gioia sincera. A un certo punto, nel 2025 quando ormai il pezzo aveva preso un senso, ma Fiorello mi aveva fatto notare la “posticcità” di alcuni aspetti, mi chiedono se volessi fare il viaggio con il treno che la Regione Siciliana ha messo a disposizione per i pendolari per andare incontro ai prezzi folli dei periodi di festa, tipo Natale, Pasqua e per l’estate, che un volo te lo sparano a 600 euro per fare Milano /Palermo, merde! Sta di fatto che muore il Papa e pare che non si possa più fare gran festa sul Sicilia Express (così si chiama il progetto), niente DJ Set e ci mettiamo sul vagone con una cassa bluetooth e un microfono “tanto che può succedere?” dicono. Dalle 15 del pomeriggio fino alle 6 del mattino sul vagone centralo è stata una celebrazione di gioia e di vita, nel rispetto del Papa, ma senza video pubblicati e con un’armonia umana unica. Mentre eravamo sfiniti, dopo aver cantato qualunque canzone italiana, i ragazzi mi chiedevano di sentire delle anteprime di tracce nuove e allora, con la presabbene generale, tra quelli che eravamo rimasti ancora svegli intorno alle 4 del mattino, faccio sentire un paio di pezzi e poi mi viene in mente che sarebbe stato figo registrare i cori che volevo. Non avevamo impianto, zero multitraccia e solo l’iPhone e la cassa bluetooth. Faccio sentire il pezzo grezzo, lo vogliono risentire un po’ di volte e ci gasiamo tutti, ma dovevamo farlo acappella, se no si sarebbe registrato il beat. Così iniziamo a farlo live, registriamo i cori e la magia esplode insieme alla felicità condivisa. Insomma, il pezzo aveva tutti gli elementi, ma dopo le modifiche fatte con i suggerimenti di Fresco, proprio prima di chiudere il master sento che servivano le voci energetiche di molti di “tutti quelli che hanno urlato Othelloman…” e prendo al volo i cori di un live con migliaia di persone meravigliose che urlavano il mio nome a Villa Bellini a Catania con cui giocavamo in una performance che per me è stata una vera rinascita umana e artistica. Perché senza la condivisione in presenza la musica soffre. Senza la fisicità, lasciando tutto ad algoritmi e intelligenze artificiali, rischiamo di vivere una vita artificiale. E preferisco morire piuttosto che arrendermi a sto schifo. Gli strumenti servono per migliorare la vita, non a sostituirla. Potevo mettere dei suoni e dei cori creati con SUNO, ma non c’è un solo file artificiale. La scelta è nostra, e, per quanto “il suono della città” sia spesso caos, traffico, deliri e sofferenza, è anche l’umanità che convive e grazie alla musica è celebrazione della vita, è passione, è FUNK!
Contemporaneamente stai facendo qualcosa di molto particolare con “Attraverso l’odio”: invece di pubblicare il disco e poi partire, lo stai facendo conoscere attraverso “The Music Talk / Listening Session Tour” prima dell’uscita. Perché hai voluto far vivere il disco alle persone prima ancora di consegnarlo alle piattaforme?
Perché sulle piattaforme non c’è attenzione. Non c’è l’odore del cartone, non si tocca più niente di concreto. Sulle piattaforme contano i numeri e non il valore di un’emozione. Come lo misuri? Il mercato ho sventrato e bruciato il senso del processo creativo e dell’incontro umano, che sono ciò che per me dovrebbero essere sempre la base e l’essenza di tutto questo che viviamo. Se no che lo viviamo a fare? Sono pochi i discografici, gli A&R che oggi investirebbero davvero su un istinto musicale, su una valutazione di un artista senza numeri e senza hype. Sono certo che ancora qualcuno ci sia, ma in linea di massima combattiamo contro realtà che non sono nulla più di mere banche. Allora parlare, in un luogo dedicato all’ascolto, con le persone, di un’Opera che io per primo proteggo e non voglio vedere buttata su una piattaforma di binge-listening, aggiunge valore all’Opera stessa. Celebra chi partecipa per il tempo che scelgono di impiegare e impegnare in questa esperienza. Amplifica la mia e la loro vibrazione, ci confrontiamo, “sentiamo” (in inglese to Feel), ci accorgiamo dei dettagli, di ciò che suscita un termine spinto da una scelta di sound design, mettiamo a fuoco, insieme, la direzione in cui stiamo andando. Ci gasiamo, ci commuoviamo, ridiamo. Tutto questo alimenta l’attesa per qualcosa a cui non si è più davvero pronti. Nutriamo lo stupore. Come mettere un seme nel cuore di ognuno che incontro, è tessere relazioni umane tangibili. Il romanzo che sto scrivendo, parte dell’Opera, quindi sempre “Attraverso l’odio”, deriva dalla narrazione delfilm sonoro, ne amplifica livelli di lettura e i piani concettuali di ogni traccia, ma contestualmente attinge alle esperienze che stiamo condividendo tappa dopo tappa con tutti gli incontri che sto facendo in giro per l’Italia. La responsabilità è grande e prendo atto di quanto sia un’urgenza collettiva potentissima. Quando un giorno parleremo in modo dedicato delfilm sonoro, se ne avremo il piacere, la curiosità e la voglia, vi renderete conto della struttura che abbiamo messo in essere; l’inizio, le prime 5 tracce servono a prendere le distanze da avventori disinteressati o di chi può capitare per caso senza volontà di ricerca. Traccia dopo traccia crea un ostacolo a chi non è ancora pronto, crea cancelli per selezionare chi vorrà davvero immergersi in questo viaggio. “Attraverso L’Odio” non è una passeggiata. Anzi sarebbe bello organizzare insieme a voi un po’ di quest’esperienze in per le regioni nelle varie città. Infine sono molto fiero del sottotitolo: “raccontando come vedo il mondo, troverò chi è pronto per cambiarlo insieme”, perché è manifesto puro, ho la necessità di intercettare le persone che vogliano sinceramente dedicarsi al momento presente, all’”adesso”, alla consapevolezza condivisa per non accettare tutto lo schifo che sta accadendo in questa drammatica epoca storica.
“Il Suono della Città” non rappresenta musicalmente “Attraverso l’odio”, che arriverà in autunno e sarà il secondo capitolo della trilogia iniziata con “Cerco Pace”. Dopo averci mostrato questo Othelloman funk, festoso e immediato, quanto diverso sarà quello che incontreremo nel nuovo album e nella successiva dimensione live?
Come ti dicevo, l’album è molto complesso, ha un percorso di sound design che intreccia classico, contemporaneo e ricerca sperimentale al servizio della narrazione. Ci sono interpretazioni e intrecci cinematografici, un cast strepitoso che ha partecipato con ruoli ineccepibili e richiede decisamente più attenzione per comprenderlo fino in fondo. E dici «ma non era un album?». Be’, infatti lo definisco “Film Sonoro” perché è proprio concepito con una sceneggiatura e un susseguirsi di scene, momenti, capitoli, drammi, riflessioni e stimoli con un filo logico narrativo e di senso. Tra l’altro anche nella stessa fruizione esistono due proposte, tre modalità di ascolto con tanto di “istruzioni allegate”. Ma ne parleremo quando sarà il momento. Per quanto riguarda la dimensione live, specialmente in una prima fase, non sarà direttamente connessa alla sequenzialità dell’album, anche se mi affascina pensare a una possibile esperienza multidimensionale immersiva, dedicandola a chi avrà davvero supportato il progetto. Restando con i piedi per terra, ho una gran voglia di performare costruendo uno show dove intreccio brani nuovi e classici del mio repertorio. Un pezzo come “il suono della città” diventa un break pazzesco, un boost che trova nella dimensione live la sua potenza massima, nasce per quello, per celebrare la festa, la condivisione in presenza, la fisicità dei corpi, la somma delle frequenze delle voci, il ballo vissuto come rito liberatorio e ricerca di una carnalità spirituale che eleva gli esseri umani sentendo odori, incrociando sguardi e battendo mani e piedi, mentre le frequenze del basso muovono l’inconscio potenziale umano.



