vestobeatsvive la musica come uno spazio in cui curiosità, disciplina e relazioni continuano a incontrarsi. Beatmaker prima ancora che rapper, ha attraversato fasi di produttività febbrile e lunghi silenzi, imparando a considerarli parti dello stesso processo creativo. Nel suo percorso convivono l’autodidatta che sperimentava da solo davanti a un computer, l’artista che ha collaborato con centinaia di persone e l’insegnante che ha portato il rap persino tra i banchi di scuola.
La malattia, la dialisi e il trapianto hanno modificato il suo rapporto con la vita, rendendo la musica una risorsa per la salute mentale e riaccendendo una passione che sembrava essersi fermata. Ma il significato del successo, per vestobeats, non è cambiato: creare qualcosa che lo rappresenti, condividerlo con le persone giuste e continuare a preferire il viaggio alla destinazione.
Sei attivo dal 2001: che cosa riconosci ancora oggi del ragazzo che pubblicò “SopraSottoClick” e che cosa, invece, è cambiato radicalmente?
Ciò che è rimasto è senz’altro la voglia matta di produrre, una fotta incredibile e una curiosità che mi contraddistingue anche al di fuori della musica. Non meno importante è il desiderio di collaborare con più persone possibili, sia conoscenti sia nuove. Ciò che è cambiato radicalmente è invece il mio modo di produrre e scrivere, sicuramente più maturo – e meno male! I temi che affronto, alla fine, sono sempre gli stessi: introspezione, vita quotidiana e un po’ di flex, ma cerco continuamente modi creativi per esprimere questi concetti. Credo che l’esperienza accumulata negli anni, le centinaia di persone con cui ho avuto la fortuna di collaborare e i legami instaurati grazie alla musica siano ciò che mi ha spinto ad andare avanti anche nei momenti difficili.
Nel tuo percorso convivono due identità, quella del beatmaker e quella del rapper. Quale delle due prende solitamente il comando quando nasce un nuovo brano?
Senza dubbio quella del beatmaker, anche se, a dirla tutta, il mio primo approccio al rap è avvenuto attraverso la scrittura. All’epoca scrivevo in inglese sui forum perché ad Aviano, dove vivevo, non conoscevo nessuno che facesse rap. Diciamo anche che il mio carattere introverso non mi spinse a uscire per cercare persone con la stessa passione, soprattutto agli inizi.Poi ho fatto di necessità virtù. Non avendo nessuno che realizzasse i beat per me, ho scaricato Fruity Loops 3.0 e ho cominciato a produrli da autodidatta. Non esistevano tutorial: trascorrevo ore e ore cercando di capire anche i passaggi più semplici. Questa esperienza mi ha dato un’impronta da beatmaker che mi caratterizza ancora oggi. Parto sempre dalla produzione prima di scrivere e raramente accade il contrario. Quando succede, sono pezzi che di solito non vanno da nessuna parte, LOL.

Pordenone non è una città che viene associata immediatamente all’hip hop: in che modo crescere artisticamente in questa realtà ha modellato il tuo carattere e il tuo suono?
Sono cresciuto artisticamente molto più su Internet che in città, devo essere onesto. Oggi Pordenone vive un grande fermento dal punto di vista musicale: ci sono molte nuove leve promettenti e sono felice di averne ospitate diverse nel mixtape. Ci sono inoltre tanti altri rapper e beatmaker che vorrei coinvolgere nei progetti futuri. Quando ho iniziato io eravamo quattro gatti e io ero il quinto, quello in disparte. Per confrontarmi con altre persone avrei dovuto percorrere chilometri in treno oppure rimanere in camera, frequentare gli Yahoo! Groups e parlare con persone degli Stati Uniti. Ho scelto la seconda possibilità: mi pesa un sacco il culo, ahah! Quell’esperienza mi ha però aiutato a rompere il ghiaccio. Registravo i primi brani con la qualità di un microfono da headset e li caricavo su siti come Vitaminic e mp3.com. Quando finalmente ho trovato persone con cui interagire dal vivo e creare qualcosa, principalmente attraverso HipHopHotBoards – chi c’era lo sa –, avevo già alle spalle quattro anni di tentativi ed esperimenti. Mi sentivo quindi più pronto a mettermi in gioco anche nella vita reale. Il mio suono continua a evolversi. Gli altri mi dicono di riuscire a riconoscere un mio beat, mentre a volte io stesso ascolto una vecchia produzione e penso: «Ma l’ho fatta davvero io?».
Hai attraversato momenti di grande produttività e periodi di quasi totale inattività. Che rapporto hai oggi con il silenzio creativo?
Ho imparato ad accettarlo come una risposta fisiologica del cervello. All’inizio mi terrorizzava perché pensavo che fosse finito tutto. Ero molto catastrofista sotto questo aspetto. Poi ho capito che la creatività è una sinusoide: attraversiamo picchi di massima ispirazione e momenti di depressione totale, nei quali non riusciamo nemmeno a scegliere un campione o un rullante, né a incastrare due concetti.Per anni ho smesso di scrivere perché sentivo di non avere nulla da dire. Successivamente ho creato “EduRaps”, un progetto che univa il rap all’insegnamento dell’inglese, che è il mio lavoro principale. In quel periodo riuscivo a pubblicare un brano alla settimana: producevo il beat, scrivevo il testo, registravo audio e video, montavo tutto e lo pubblicavo.
È stato molto stimolante e sono riuscito a portare il progetto anche in classe, facendo rappare i ragazzi in inglese.Una volta conclusa quell’esperienza, la vita mi ha condotto altrove e ho accantonato la musica per parecchio tempo. In seguito sono arrivati periodi davvero bui, durante i quali la musica ha funzionato come un palliativo e mi ha tenuto a galla.So che potrebbe arrivare un altro periodo di silenzio creativo, ma lo accetterò come un momento transitorio e non come la fine di tutto. Consiglio a chi comincia di tenerlo presente, perché ricordo ancora il terrore che provavo inizialmente. Ho anche una buona dose di sindrome dell’impostore, ma, essendone consapevole, solitamente riesco a gestirla.
La musica può essere evasione, disciplina, memoria o cura. Quale di queste dimensioni descrive meglio ciò che rappresenta per te?
In questo momento non posso che dire che sia stata una cura per la mia salute mentale. Affrontare la diagnosi, la dialisi e la conclusione di una relazione importante avrebbe steso chiunque, credo.Nel mio caso, per fortuna, tutto questo ha provocato una sferzata incredibile di energia creativa e mi sono buttato a capofitto nella produzione e nella scrittura.Ho persino iniziato a fare freestyle, una pratica per la quale mi ero sempre considerato totalmente negato. Parliamoci chiaro: sono ancora una pippa, ma adesso non ho problemi a buttarmi in un cypher. Per questo devo ringraziare i fioi del Tocai Cypher, che mi hanno accolto come un fratello nonostante potrei essere loro padre, ahah! Andare lì ogni venerdì e vivere l’hip hop come avevo sempre desiderato, ma senza averne mai avuto davvero l’opportunità, mi ha aiutato moltissimo.

Nei tuoi progetti compare spesso una forte componente collettiva. Che cosa cerchi nelle persone con cui scegli di condividere una traccia?
Scelgo la vibe. Mi piace collaborare con persone che sento simili a me dal punto di vista umano. Chi se la tira non fa per me e infatti non ho mai insistito per ottenere una collaborazione. Credo nella spontaneità. Quando mando un beat, chiedo sempre all’artista se sia scattato il colpo di fulmine, perché, per dare il meglio nella scrittura, una produzione deve farti saltare sulla sedia e spingerti immediatamente a mettere giù delle idee. Cerco collaborazioni organiche perché, alla fine, si sente se una persona partecipa perché lo sente davvero oppure soltanto perché deve farlo.
Dopo tanti dischi e collaborazioni, come fai a capire quando un beat possiede ancora qualcosa di autenticamente tuo?
Di solito perché l’ho fatto io, ahah! Mi lascio trasportare dal momento, dal campione, dai suoni, dall’atmosfera che voglio creare e anche dai BPM. Credo che la mia impronta emerga nella scelta dei sintetizzatori e nella programmazione delle batterie.Anche la struttura può essere riconoscibile: mi piace mantenerla semplice, inserendo però alcune variazioni che forse soltanto un orecchio esperto riesce a individuare.Anche chi non possiede competenze tecniche può comunque apprezzarle, perché arriva l’emozione che voglio trasmettere.
Nel tuo lavoro convivono durezza e delicatezza. È un contrasto che appartiene soltanto alla musica o anche al tuo modo di affrontare la vita?
Questa è una domanda molto interessante. Il mio modo di affrontare la vita è cambiato dopo il trapianto di rene. Adesso sono molto meno categorico su alcuni aspetti e molto più morbido, soprattutto nei confronti delle persone.Ho capito che conservare rancore o irrigidirsi per qualcosa accaduto in passato non fa altro che influire negativamente sul presente e sul modo in cui gestiamo i conflitti e le difficoltà. Quando ho compreso quanto fosse inutile e quanto, al contrario, un atteggiamento positivo potesse portare maggiore serenità, ho deciso che quella sarebbe stata la maniera giusta per me di affrontare la vita. Musicalmente mi piace variare, anche se sono molto più bravo a creare beat tristi rispetto a quelli allegri o incazzati. Credo però che sia importante alternare le emozioni provocate dai diversi brani, per consentire all’ascoltatore di compiere un viaggio e non provare la stessa sensazione per l’intera durata del disco.
Che cosa hai imparato, umanamente e artisticamente, dalle oltre cento persone incontrate durante la realizzazione della saga “Opposable Thumbs: UP!”?
Innanzitutto ho imparato a credere maggiormente in me stesso. Ho sempre avuto problemi di autostima e ricevere la stima di artisti del calibro di Primo Brown, Santiago, Ares Adami, Blue Virus, Blo/B e molti altri ha rappresentato un momento chiave nella mia “carriera” musicale.Metto questa parola tra virgolette perché ho sempre vissuto la musica come un hobby e una passione enorme, senza particolari velleità di affermarmi nel mercato discografico.Quel progetto mi ha però fatto capire di essere capace di portare a termine qualcosa. Fino a quel momento avevo iniziato mille lavori senza concluderne uno.Mi sono quindi imposto quella sfida per prendermi a calci in culo da solo e dimostrare a me stesso che “yes, I can!”. E così è stato. All’epoca il progetto non ebbe un grandissimo rilievo mediatico, anche perché non sono mai stato bravo a promuovermi. L’autostima era aumentata, ma non abbastanza da permettermi di crederci fino in fondo. Con il senno di poi avrei dovuto spingere di più. In compenso, lo sto facendo adesso!

Oggi che significato attribuisci alla parola “successo” e quanto è diverso da quello che le attribuivi all’inizio del tuo percorso?
Per me il successo significa creare musica che mi soddisfi e che entusiasmi le persone che mi circondano. Se riesce ad arrivare oltre, tanto meglio, ma non mi considererò certamente un fallito se il mixtape o qualsiasi altro progetto non dovesse diventare virale o raggiungere grandi numeri. Il viaggio mi è sempre piaciuto molto più della destinazione.In questo senso, la mia definizione di successo non è cambiata affatto.

