Oyoshe: “Il rap resta il mio modo di accettare le cose difficili”

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DietroMillenialnon c’è soltanto un disco, ma un percorso umano.Nel nuovo progetto, Oyoshe raccoglie esperienze personali, relazioni, perdite, cambiamenti e riflessioni maturate negli ultimi anni, trasformandole in musica.Il rap diventa così uno strumento per elaborare ciò che accade, dare un nome alle proprie emozioni e trovare connessioni con chi vive le stesse domande. Tra influenze internazionali, cultura hip hop, impegno sociale e ricerca artistica,Millenialsi presenta come il lavoro più completo e consapevole della carriera del rapper napoletano. Ne abbiamo parlato con lui partendo dalla musica per arrivare a temi più ampi come identità, crescita personale, autenticità e bisogno di lasciare qualcosa che resista al tempo.

 

Millennioracconta una generazione cresciuta nel passaggio tra analogico e digitale. Pensi che questo cambiamento abbia modificato anche il nostro modo di vivere emotivamente le relazioni?
Assolutamente si. Prima le persone cercavano di trarre conclusioni sulle vicende tirando le somme delle proprie esperienze. Oggi sembra che molte delle cose che diciamo sono cose condividiamo, o letture che si riducono a quelle dei post creando confusioni e paure e che alimentano degli specchi sociali che servono solo a portare benzina sul fuoco della polemica e della divisione. Prima le persone scendevano in strada sapendo che avrebbero trovato gli amici radunati nei soliti posti, oggi questa cosa è rarissima, perché tutti ci riduciamo a sentirci tramite scritte su whatsapp, tanto da confondere i toni il 90 per cento delle volte. La comunicazione per quanto grazie al suo progresso si riesce ad allontanare con un messaggio dall’altra parte del mondo, oggi da noi si sta allontano il sapere come “comunicare” quindi possiamo mandare un messaggio dall’altre parte del mondo, ma poi in realtà non sappiamo come esprimerci e non sappiamo nemmeno più se ha senso farlo. Tutto si riduce a sottrazione delle cose, perchè oggi è il fine che conta, quando prima credo che eravamo più abituati a goderci nel bel mezzo delle cose. Ecco perché faccio ancora album, mi hanno abituato ad affezionarmi agli artisti conoscendoli e leggendo di più di quello che le hit possono dirti di chi sta dietro al microfono.

Nel disco il rap sembra diventare spesso terapia. Quanto la musica ti ha aiutato realmente nei momenti più pesanti?
Quasi sempre. La maggior parte dei pezzi sono stati scritti cercando proprio di avere dei brani che potessero darmi delle risposte. Risposte nate da continui discorsi con me stesso, e per far si che questi messaggi venissero appuntati per sempre, li ho incisi in dei brani di un album. Anche i momenti in cui sono stati scritti, tutti post lavoro o addirittura post vicende e avvenimenti personali. Ricordo la sensazione di arrivare a scrivere l’ultimo verso perché cosi preso dal flusso creativo e interpretativo che su alcuni brani già capivo da subito che dovevano andare in registrazione. Altri brani invece mi hanno aiutato a sdrammatizzare, dove i suoni e le melodie accenno a tonalità più positive e “UP” molto spesso ci adatto comunque significati struggenti dietro anche un’interpretazione che all’ascolto risulta più leggera.

Oggi molti artisti sembrano avere paura di esporsi davvero. Da dove nasce invece il tuo bisogno di dire le cose apertamente?
Sfrutto il disagio a mio favore, pur vivendomi quelli che sono i disagi di una condizione sociale difficile come quella lavorativa, economica e territoriale nella mia città. Mi ci sento in dovere, ma è anche per un fine personale. Voglio migliorare le mie condizioni di vita si, ma mi sento meglio se insieme a questa riesco anche ad applicare un discorso comunitario. L’esperienza a Gaza con Gaza Is Alive 2019 l’ho accettata per una questione di principi umani più che per ideologie o cose del genere. Quando mi dissero “sentiamo che con il tuo operato puoi portare dei sorrisi ai bambini”non riuscivo più ad immaginare la mia vita se avessi rifiutato ad una richiesta del genere, nonostante le preoccupazioni che ho potuto suscitare alla mia famiglia e ai miei amici, ma è stata un’esperienza che ha rafforzato le mie idee e le mie conoscenze di alcune vicende importanti della storia dell’umanità.

Quanto è difficile mantenere lucidità mentale e identità personale dentro un’industria che spinge continuamente verso la performance e i numeri?
È un gioco. Cambiano i giocatori, ma il gioco non cambia. Quindi io anche ho sempre fatto il mio, e sicuramente la mia musica non declina la possibilità di aumentare numeri o avere una posizione in questo mercato. Semplicemente non faccio dipendere la mia idendità da schemi che nascono non per principi musicali, ma per business. Ho piú la visione di influire sul business, rendendo cosí solide certe idee e identità, che un giorno sarà impossibile non vederci e non riconoscerci.

Hai lavorato anche in contesti sociali molto delicati, dai penitenziari fino all’esperienza a Gaza. Quanto queste esperienze cambiano il tuo modo di vedere il mondo?
Tantissimo. Sono cosi tanti i luoghi comuni su certi argomenti. L’esperienza in carcere ha rafforzato tantissimo la mia attitudine al lavoro da educatore ma anche come persona al di fuori del lavoro. Oggi quando vedo un adolescente comportarsi in un certo modo, diciamonegativo per se e per gli altri, non mi viene da scaricare la frustrazione su di lui, ma mi viene da chiedermi “Chissà cosa ha dovuto passare per arrivare cosí già in giovane età”. Da un lato mi rattrista, ma almeno mi predispone a fianco al prossimo e non di faccia o contro. Da quando sono ritornato da Gaza invece, tendo spesso a commuovermi di più per le cose, e fino a poco tempo fa, l’argomento mi suscitava sempre questo tipo di emozione. Lo stesso vale per il disco nato li. Quelle tracce, soprattutto quelle più emozionali ancora oggi mi fanno venire i brividi perché descrivono quello che ho visto li.

Pensi che oggi il rap abbia ancora una funzione sociale oppure stia diventando solo intrattenimento?
Il rap è innanzitutto intrattenimento, e va anche bene. Non si dovrebbe perdere la consapevolezza che può essere anche uno strumento. Un mezzo di comunicazione. Oggi sono tanti i rapper e gli artisti che fanno attivismo con gli elementi dell’Hip Hop. Non è nemmeno un obbligo o deve essere una cosa forzata. Non mi sento politico in quello che faccio. Io posso raccontare di quello che succede, purtroppo non lo posso cambiare. Quindi inevitabilmente viene definito tale quello che faccio? Non mi interessa, io sono sensibile a quello che riguarda anche la mia persona, non solo la mia identità professionale, o la mia tasca e sto usando il rap come uno strumento.


Nel disco convivono rabbia, ironia e introspezione. Quale di questi lati senti più vicino al tuo carattere nella vita quotidiana?
Sono cosi piene e variegate le mie giornate, che potrei dirti un mix di tutto.

Quanto conta ancora oggi, per un artista, avere qualcosa da dire oltre all’estetica o al suono?
A me mi tiene in piedi, e dopo 10 album avere ancora da dire è una scommessa. Ma finchè vivo avrò da osservare, vivere, subire, capire, quindi potrò continuare a riversarlo nella pratica del rap e della musica finchè mi sentirò in grado di farlo.

Guardando indietro al tuo percorso, qual è stata la battaglia personale più importante che hai dovuto affrontare?
La salute. Sono diabete di tipo 1 da più di 22 anni. Ho rischiato la vita parecchio, è in alcuni pezzi spesso ne ho parlato o almeno quando faccio riferimento ad una cosa del genere è dovuta a questo. Mi è sempre stato detto che senza la salute non possiamo permetterci di fare nulla di quello che facciamo che ci distrae da cose importanti come il curarsi o prenotarsi una visita, ed è vero. I giorni in ospedale mi hanno isolato dalle persone da piccolo e oggi, come tutte le persone che affrontano una patologia, combatto per tenermi in piedi, e per questo amo la vita, questa mi ricorda che nulla è facile e il nostro restare piú a lungo sta anche a noi per come prendiamo le cose, oltre al fatto che viviamo sotto al cielo e tutto può succedere, in ogni caso dobbiamo tenerci e essere costanti nei nostri confronti. Ho dovuto affrontare diverse mutazioni del pensiero per arrivare oggi a questa conclusione, nonostante non sia facile avere degli impegni verso se stessi che non accettano cali di guardia.

DopoMillenial, qual è la cosa che senti di voler difendere di più: la tua libertà artistica o la tua serenità personale?
La mia libertà artistica perchè porta la mia serenità personale. Non sono ipocrita e voglio diffondere la mia musica. Voglio imparare sempre di piú e accetto la posizione in cui mi ritrovo, sento di avere ancora tanto da dare e dimostrare.

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