Marco Pessimotorna conRadical Shit, un disco che mette al centro rap, vissuto e identità. Un progetto costruito tra storytelling, osservazione della realtà e riflessioni maturate nel tempo, senza rincorrere personaggi o tendenze. In questa intervista ci racconta il significato del nuovo album, il rapporto con la strada, i cambiamenti vissuti dalla scena rap italiana e il percorso personale che lo ha portato fino a qui. Un confronto che parte dalla musica ma finisce inevitabilmente per toccare temi come crescita, esperienza e riscatto sociale.
Se dovessi descrivere Radical Shit a una persona che non ha mai ascoltato una tua canzone, da dove partiresti?
Rap, rap, rap. Solo quello.Messaggio, storytelling e verità in rima. Visione personale dal filtro sintetizzatore del Pessimo. Un viaggio che vale la pena godersi.
Il titolo del disco è molto diretto. Cosa rappresenta per te questa espressione?
Attivo in cause radicali senza però rinunciare ai privilegi dello status d’élite. Ah no… Questa merda è radicale poiché radicata e non ammette radicali in camerata. Mi stanno sul cazzo i radical che fanno quelli di strada perché fa figo. Ci stanno invadendo le periferie e qui non ce li vogliamo, gentrificano e sballano gli equilibri socio-economici del quartiere. Urlo di denuncia sociale: tornate in centro alla vostra bella vita e non rompete il cazzo.
Nel corso degli anni hai visto cambiare il rap italiano in maniera radicale. Quali trasformazioni hai vissuto più da vicino?
Sì, verissimo. Correva l’anno 2016, epoca di cambiamento radicale del movimento, della scena e del mercato discografico. Avevo lo studio in Corvetto e mi ricordo che un giovanissimo Tedua cercava uno spazio per registrare dischi e tape con i suoi amici. Gli affittai una parte dello spazio e lì conobbi tutto il movimento di quel periodo. Ricordo un giovanissimo Bresh, Izi, Rkomi, Vaz Tè ecc. Ricordo i discorsi fatti a notte fonda. Sapevano che stavano scrivendo la storia, loro erano tutti cazzutissimi, con obiettivi ben chiari. Bel periodo.

Cosa ti motiva ancora oggi a scrivere e pubblicare musica dopo tanti anni di percorso?
È la mia cura, non sono mai stato senza. È una terapia costante, non credo che smetterò mai.
Quanto conta l’esperienza personale nella tua scrittura?
100%. Sono tutti racconti e reinterpretazioni di immagini ed episodi accaduti negli anni. Se fossi cresciuto in un altro contesto non so se avrei intrapreso lo stesso percorso, probabilmente no.
Esiste un insegnamento che la strada ti ha lasciato e che ancora oggi porti con te nella vita quotidiana?
Certamente. Sembrano dei luoghi comuni, ma sono delle fottute verità. Quella che fa venire la pelle d’oca più di tutte è chel’apparenza inganna. Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare… Qui non posso dilungarmi perché diventa pesante, ma nulla è come sembra in apparenza. Non siamo in un film. Quando accadono certe cose dal vivo non hanno nulla di poetico, nulla di teatrale e nessuno ha i superpoteri. Si pensa sempre che le cose accadano agli altri, ma alla finegli altri siamo noi. Cit.

Nel disco si percepisce un forte senso di identità. È qualcosa che si costruisce o che semplicemente si possiede?
Mah, nel mio caso sono nato così, ma ho visto molta gente che si è costruita la propria identità col tempo e con le esperienze. Io ero già testa di cazzo a 15 anni e l’ho pagata cara. Ho preso molte legnate nel cammin di nostra vita, ma ho sempre saputo chi ero e che avevo un determinato potenziale. Poi ognuno ha i suoi tempi.
Se potessi far ascoltare un solo brano di Radical Shit a chi non ti conosce, quale sceglieresti e perché?
Farei ascoltare “Ciclo della Fame”. Mi piace come l’ho rappata ed è l’unico brano ancora in terzina, una sorta di addio al sottogenere south, che ho deciso di abbandonare definitivamente poiché mi ha davvero stancato. Ma proprio per questo dentro ci ho messo tutto. Credo sia il pezzo più completo anche a livello di struttura e il messaggio è bello forte. Ora per un po’ mi dedicherò al classic.
Guardando al tuo percorso, qual è la cosa di cui vai più orgoglioso al di fuori della musica?
Il riscatto sociale che ho conquistato con molto sacrificio e dedizione, l’aiuto e il supporto economico che do alla mia famiglia e l’ingresso nel mondo del business come self made in diversi settori.



