Cisco Bonardi racconta le radici, la memoria e il valore delle seconde possibilità con il suo libro

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Per oltre trent’anniCisco Bonardiha trasformato la musica in uno strumento di racconto, identità e appartenenza. Con gli RHPositivo ha attraversato diverse stagioni dell’hip hop italiano mantenendo sempre uno sguardo profondamente umano sulle persone, sui territori e sulle storie che meritano di essere ascoltate. Oggi quel percorso trova una nuova forma narrativa inDi Bonardi in Bonardi – La storia di Cisco, il libro scritto insieme ad Andrea Villani e pubblicato daMassimo Soncini Editore nella collana Selides.

Un’opera cheva oltre il racconto autobiograficoper diventare una riflessione sulle radici familiari, sul rapporto tra padri e figli, sulle fragilità e sulle esperienze che contribuiscono a costruire un’identità. In questa intervista Cisco ripercorre la nascita del libro, il confronto con la scrittura e il significato di un viaggio che parte dalla sua storia personale per parlare, in fondo, anche di quella di molti altri.

Quando hai capito che la tua storia personale meritava di diventare un libro?

Non l’ho capito subito. Per molto tempo ho pensato che la mia fosse una storia normale. Una delle tante. Eppure, dentro di me, la voglia e l’esigenza di raccontare la mia storia (e in parte quella di mio padre) la covavo da anni. Il problema era un altro: non sapevo davvero da dove iniziare.

Avevo ricordi, emozioni, immagini sparse. Ma trasformarle in un racconto era tutta un’altra cosa. Ecco perché ho chiesto ad Andrea Villani di accompagnarmi in questo viaggio. Scherzando, dico sempre che lui è stato il mio Maestro Jedi e io il suo Padawan. Ho cercato di carpire ogni suo consiglio, ogni suggerimento su come mettere ordine nel caos dei ricordi e su come trovare il coraggio di affrontare certe pagine.

Poi mi sono reso conto che non sono gli eventi straordinari a rendere una storia degna di essere raccontata. È il modo in cui li attraversi. “Di Bonardi in Bonardi” non nasce per celebrare qualcosa. Nasce per fare pace. Con mio padre. Con il ragazzo che ero. Con gli errori che ho commesso. Se oggi questo libro emoziona altre persone, allora significa che quelle pagine hanno trovato la loro strada.

Il titolo Di Bonardi in Bonardi suggerisce un passaggio di testimone tra generazioni. Cosa rappresenta per te questa scelta?

Rappresenta un cerchio che si chiude e, allo stesso tempo, uno che si apre. Per anni ho cercato di capire mio padre. A volte l’ho seguito. A volte me ne sono allontanato. A volte gli ho dato ragione troppo tardi. Questo titolo racconta proprio questo viaggio.

Non è soltanto il cognome di una famiglia. È il passaggio di valori, fragilità, errori, silenzi e amore tra generazioni diverse. Ed è anche il modo che ho trovato per dire a mio padre una cosa che forse non gli ho detto abbastanza: “Quello che mi hai lasciato continua a vivere dentro di me.”

Durante la scrittura hai scoperto qualcosa di nuovo su te stesso che non avevi mai messo davvero a fuoco?

Sì. Ho scoperto di essere stato molto più fragile di quanto volessi ammettere. Per anni ho indossato l’armatura della musica, dell’ironia, della forza. Scrivere mi ha costretto a toglierla. E ho capito una cosa semplice ma rivoluzionaria: la fragilità non è il contrario della forza. A volte ne è la forma più autentica.

Quanto è stato importante il confronto con Andrea Villani nella costruzione del racconto?

Fondamentale.

Nella prima risposta ho scherzato definendolo il mio Maestro Jedi e me il suo Padawan, ma dietro quella battuta c’è molta verità. Quando ho deciso di raccontare la mia storia avevo dentro emozioni, ricordi, immagini e domande irrisolte. Ma non avevo ancora trovato il modo giusto per trasformarli in un libro.

Andrea mi ha aiutato a fare questo. Non è stato soltanto qualcuno che ha messo ordine nei miei ricordi. È stato una presenza discreta e intelligente, capace di ascoltare senza giudicare. Ha rispettato i miei silenzi. Ha compreso le mie esitazioni. Ha saputo quando fermarsi e quando, invece, spingermi un passo più in là.

Perché ci sono pagine che non fai fatica a scrivere. E poi ce ne sono altre che, prima ancora di essere scritte, devono essere affrontate. Andrea mi ha accompagnato proprio lì. Con sensibilità. Con rispetto. E con quella rara capacità di capire che dietro ogni storia c’è prima di tutto una persona.

Questo libro porta il mio nome. Ma dentro c’è anche la sua sensibilità, il suo sguardo e la fiducia che mi ha trasmesso lungo tutto il percorso. E per questo gli sarò sempre profondamente grato.

Nel libro convivono momenti di gioia, perdita e rinascita. Quale emozione ti ha accompagnato più spesso durante il lavoro?

La gratitudine.

Anche nei capitoli più dolorosi. Perché crescendo ho capito che perfino i dolori più profondi, se li guardi con onestà, ti insegnano qualcosa. Questo libro mi ha ricordato che la mia vita non è fatta soltanto di ciò che ho perso. È fatta soprattutto delle persone che sono rimaste. E di quelle che continuano a camminare con me.

Molti lettori potrebbero riconoscersi nelle dinamiche familiari che racconti. Che tipo di dialogo speri di aprire con chi leggerà queste pagine?

Spero un dialogo sincero.

Viviamo in un tempo in cui spesso facciamo fatica a parlare davvero delle nostre fragilità. All’interno delle famiglie. Nelle amicizie. Perfino con noi stessi. Ci portiamo dietro parole non dette. Abbracci mancati. Ferite che crediamo di aver dimenticato e che invece continuano a vivere dentro di noi.

Per questo mi piacerebbe che chi leggerà queste pagine non si limitasse a conoscere la mia storia. Vorrei che ci trovasse qualcosa di suo. Perché “Di Bonardi in Bonardi” parla certamente di mio padre e della mia famiglia. Ma parla anche di musica, di sogni inseguiti e a volte infranti. Parla delle cadute che ti fanno dubitare di te stesso. Delle ferite che il tempo non cancella ma ti insegna a portare. Delle rivalse che non consistono nel dimostrare qualcosa agli altri, ma nel riuscire finalmente ad accettare ciò che sei diventato. Parla di amicizia. Di amore. Di errori. Di seconde possibilità.

E se questo libro potrà aiutare anche una sola persona a guardare con occhi diversi il proprio passato, le proprie cicatrici o semplicemente la propria vita, allora avrò raggiunto il mio obiettivo. Perché, in fondo, questa non è soltanto la storia di Cisco. È la storia di chi è caduto, ha fatto fatica a rialzarsi e, nonostante tutto, ha scelto di continuare a camminare.

Se tuo padre potesse leggere oggi il libro, quale sarebbe il messaggio che vorresti arrivasse più forte?

Vorrei che capisse una cosa molto semplice. Che non ho scritto questo libro per giudicarlo. L’ho scritto per comprenderlo.

Per anni ho cercato risposte. A volte ho avuto rabbia. A volte non ho capito certe sue scelte. Poi crescendo ho scoperto che i genitori non sono eroi. Sono persone. Con le loro paure. I loro limiti. I loro errori.

E forse il messaggio più importante sarebbe proprio questo: “Papà, ci ho messo una vita a capire quanto mi hai dato.” E oggi so che una parte di ciò che sono la devo anche a te.

Cosa ti piacerebbe che il lettore portasse con sé dopo aver chiuso l’ultima pagina?

Mi piacerebbe che portasse con sé una sensazione di verità. Che capisse che nessuno ha una vita perfetta. Che tutti attraversiamo momenti difficili, perdiamo persone, sbagliamo, cadiamo. Ma che possiamo sempre scegliere come rialzarci.

E soprattutto mi piacerebbe che chiudendo il libro pensasse: “Questa non è soltanto la storia di Cisco. In qualche modo, è anche un po’ la mia.”

Perché credo che sia questo il miracolo più bello della scrittura: partire da una storia personale e trasformarla in qualcosa che appartiene anche agli altri.

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