Centochili — The Craft: identità, tempo e cultura in un disco che non accetta scorciatoie

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The Craftnon è solo un disco, è una dichiarazione di metodo. In un momento storico in cui la musica viene spesso consumata alla velocità con cui viene prodotta, Centochili scelgono una direzione opposta: rallentare, costruire, lasciare che il tempo diventi parte integrante del suono.

Il progetto nasce da lontano, da una fase iniziale rimasta sospesa e poi ripresa con una consapevolezza diversa, più solida. Quello che una volta era un insieme di beat chiusi in un hard disk oggi si trasforma in un lavoro strutturato, capace di tenere insieme radici e apertura, tradizione e dialogo internazionale. Non si tratta di nostalgia, ma di continuità: un modo di fare musica che affonda nell’hip hop come cultura, prima ancora che come genere.

DentroThe Craftconvivono tecnica, sensibilità e identità. Il suono si muove su coordinate precise, ma lascia spazio a voci diverse, creando un equilibrio tra energia e introspezione. Le collaborazioni non sono un esercizio di stile, ma un’estensione naturale di un linguaggio condiviso che attraversa confini geografici e generazionali.

È un disco che non cerca di adattarsi, ma di rappresentare.E proprio per questo riesce a inserirsi in quel punto raro in cui la musica smette di essere solo prodotto e torna ad essere espressione, processo e, soprattutto, cultura.

Nel vostro percorso artistico, quanto conta l’equilibrio tra tecnica e identità personale?

E + S: La tecnica serve, ma senza identità non ha senso. Prima viene sempre l’identità.

L’hip hop è una cultura prima ancora che un genere musicale. Quali sono i valori che vi hanno formato e che portate ancora oggi nella vostra musica?

E + S: Ogni disciplina dell’hip hop si basa su rispetto, autenticità e condivisione. Sono valori essenziali, senza i quali non si potrebbe comprendere una cultura come questa.

In un’epoca dominata dalla velocità e dagli algoritmi, che ruolo ha ancora la cura artigianale nella produzione musicale?

E + S: È ciò che distingue un progetto da un altro. Tutti possono fare musica ad oggi, pochi costruiscono qualcosa di vero. L’intenzione personale, guidata dall’onestà creativa, fornisce strumenti che il digitale può solo potenziare, ma non potrà mai sostituire.

Avete collaborato con artisti di diverse scene e paesi. Quanto è importante oggi il dialogo internazionale nell’hip hop?

E + S: Fondamentale. L’hip hop è globale, una cultura stupenda condivisa in tutto il mondo. Noi vogliamo connetterla rendendole omaggio.

Ogni disco rappresenta una fotografia di un momento. Che tipo di fase racconta The Craft nella vostra storia artistica?

E: Se fosse una fotografia, immagino che saremmo noi due bambini, affiancati a noi due oggi, che sorridiamo e scherziamo, ricordando e immaginando cosa cambierà.

S: Ci sono tantissime fotografie di noi stampate nella memoria. Parlando di The Craft, se fosse una fotografia, mi viene in mente la cameretta di casa di Edo a San Marino (CR), la Query ed il Poppy che entrano in stanza di continuo, il campionatore Akai sempre attivo su FL Studio e noi due coricati sul letto che ascoltiamo per ore vecchi vinili “rubati” alle nostre mamme sulle antiche monitor Technics borbottanti.

Se guardate alla vostra discografia e al vostro percorso finora, cosa pensate sia cambiato di più nel vostro modo di fare musica?

E + S: Direi consapevolezza, serietà, raffinatezza. Tutto in relazione all’approccio al suono.

Secondo voi, cosa rende un progetto hip hop destinato a durare nel tempo?

E + S: Come un buon tatuaggio, se è vero a te stesso, se rappresenta un valore maggiore, non stuerà mai.

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