Nel rap l’immagine spesso arriva dopo la musica. PerJD Il Morosuccede l’opposto: suono e visione crescono insieme, capitolo dopo capitolo. La saga deIl Sardo del Nordnon è soltanto una serie di dischi, ma un universo narrativo in cui testi, simboli e copertine dialogano tra loro costruendo un immaginario riconoscibile.
Dalle prime illustrazioni più dirette dei volumi iniziali fino al lilla simbolico e spirituale del terzo capitolo, il progetto si muove tra identità personale, radici sarde e uno sguardo sempre più aperto sul mondo. In questa conversazione conJD Il Moroentriamo proprio dentro quell’universo: il rapporto creativo con l’illustratore Mr. Steelo, il linguaggio visivo dei tre volumi e il peso culturale delle origini che continuano a nutrire la sua musica.
Un viaggio tra rap, simboli e identità, dove la copertina non è solo un’immagine, ma una porta d’ingresso nel progetto.
Le copertine dei tre volumi sono parte integrante della narrazione. Quando hai deciso che l’aspetto visivo sarebbe stato così centrale?
L’aspetto visivo è diventato centrale fin dal primo volume, ma l’ho capito davvero quando con Mr. Steelo abbiamo iniziato a ragionare la saga come un universo completo: non solo musica, ma copertine, palette colori e simboli che raccontassero quanto i testi.
C’è proprio un gioco di yin e yang nei colori: Vol.1 su bianco con disegni neri e dettagli dorati, Vol.2 l’inversione su nero con bianco e oro, Vol.3 che rompe tutto con il lilla, i neri e i beige/marroni chiari – che poi sono l’anima del progetto.Per un eventuale Vol.4 potete anche iniziare a fare scommesse sulla copertina… così provate un po’ di brivido.
Ogni elemento illustrato da Mr. Steelo rappresenta una traccia. Quanto dialogate nel processo creativo?
Mr. Steelo è un argonauta: si mette il disco in cuffia e parte per i suoi viaggi interiori. Questo, oltre a migliorare il progetto, ci ha anche fatto diventare amici veri.In pratica ci confrontiamo molto: io gli passo materiale concreto – foto dalle session, tracklist aggiornata, qualche suggestione – poi lui ascolta il disco in profondità e traduce ogni brano in un simbolo illustrato.Nei primi due volumi era tutto più didascalico, qui invece siamo andati più sul simbolico e sull’introspettivo. Il lilla dominante richiama una dimensione spirituale: è il colore dell’anima, e “anima” è la parola chiave.Non microgestisco mai: lascio spazio alla sua interpretazione, ma alla fine il risultato è sempre allineato alla mia visione.
L’evoluzione delle cover rispecchia la tua crescita artistica?
Sì, totalmente. I primi due volumi erano più diretti, quasi didascalici: bianco e nero con oro, contrasti netti, un me più crudo e lineare.
Col Vol.3, tra lilla, neri e beige, tutto diventa più simbolico e stratificato, come i contenuti del disco.
Mr. Steelo parte sempre da foto reali delle lavorazioni e dalla tracklist, ma qui il “viaggio” dentro il progetto ha portato a illustrazioni più profonde. Io sono cambiato, quindi è naturale che anche l’immagine lo segua.
Il lilla richiama una dimensione spirituale. Quanto è una scelta consapevole e quanto istintiva?
È un mix. Il lilla non è casuale: richiama la spiritualità, le vibrazioni alte, il concetto di anima. Però è nato anche da un feeling immediato con Steelo, non da una riunione marketing con slide in PowerPoint.
Negli ultimi anni mi sono avvicinato a percorsi di crescita personale e a culture orientali, soprattutto viaggiando in Indocina. Non parlo di religione, ma di consapevolezza, equilibrio, azioni concrete – tipo aiutare gli altri quando puoi.
Questa roba è entrata nell’estetica del Vol.3 in modo naturale: più introspettivo, più simbolico. L’istinto guida, ma sotto ci sono radici profonde.
Quanto pesa la Sardegna nel tuo immaginario culturale e musicale?
La Sardegna è il pilastro. È sangue, è formazione, è quell’energia selvaggia che mi porto dietro anche vivendo in Friuli.
Non è solo un’etichetta nel titolo: è il motore della saga.
Tra l’altro il Vol.3 è nato lì, in dieci giorni chiusi in una villa al mare con Ric de Large e A-Kurt: session infinite tra beat jazz-blues-trap, chiacchiere, onde che entravano dalle finestre… e sì, anche parecchia Ichnusa.Senza la Sardegna non esisterebbe questa identità: è il cuore che batte sotto le copertine lilla e tutta la narrazione.

Tradizione, mito, ironia e orgoglio sardo entrano nella tua scrittura?
Sì, ma non in modo folkloristico o “troglodita con bandiera in mano”. L’orgoglio per me è essere autentico, cercare di fare del bene nel mio piccolo e raccontare cose reali.
Non c’è una separazione netta tra persona e personaggio: è Davide che rappa come JD Il Moro. Alcuni discorsi li faccio solo al microfono (quindi mi sto un po’ contraddicendo mentre lo dico), ma non invento storie.E poi l’accento che torna dopo dieci minuti con un compaesano… quello è inevitabile.
Nel rap spesso il territorio è il quartiere. Per te è più identità culturale che geografica?
Sì. Rappresento Gorizia in questi anni, certo, ma mi sento più un cittadino del mondo che legato a un singolo quartiere.
Ho vissuto tra Londra, Francia, Svizzera, Milano, Friuli… e i viaggi sono un elenco infinito: Messico, Thailandia, India, Bali, Filippine, Egitto, e probabilmente sto dimenticando qualcosa.
Queste esperienze mi hanno fatto capire che le tradizioni di un villaggio indonesiano hanno punti in comune con quelle di un paesino sardo o friulano. È tutto connesso.La Sardegna resta la radice forte, ma la mia identità artistica è un mosaico aperto, non una bandiera piantata per terra.
Se la saga continuerà, la parte visiva resterà centrale?
Sì, ormai è parte del DNA del progetto. Con il gioco di colori tra i volumi e i simboli per ogni traccia abbiamo creato un universo coerente che evolve con me.
Per un Vol.4 immagino un’evoluzione, magari un ritorno al bianco ma “mutato”, con qualche twist. Rompere completamente con l’estetica? Solo se cambiassi radicalmente come persona.In un mondo visivamente caotico, avere un’estetica riconoscibile – tra cover, canvas lilla e video – dà profondità e identità. Ed è esattamente quello che voglio.




