C’è una parola che oggi suona quasi fuori moda:Ortodossia. Evoca disciplina, fedeltà, rigore. In un’epoca in cui il rap italiano corre verso l’ibridazione continua, le playlist veloci e le logiche dell’algoritmo, scegliere un titolo del genere significa assumersi una responsabilità. Non è nostalgia, non è chiusura ideologica: è una presa di posizione.
Il nuovo progetto diMasta PxNess1, con le produzioni di Franco Licani, nasce da una domanda semplice ma radicale: cosa significa oggi restare fedeli a un linguaggio? Sampling come pratica quasi spirituale, raggamuffin come istinto metrico, rap come disciplina del tempo e della parola.
Tra generazioni diverse, militanze vissute, jam degli anni ’90 e consapevolezze del presente,Ortodossianon si limita a guardare indietro: prova a riaffermare un’idea di continuità. Un disco che rivendica il diritto di esistere secondo le proprie regole, senza chiedere il permesso al mercato.
Ne abbiamo parlato con Masta P, Ness1 e Franco Licani.
Ortodossiaè una parola forte, quasi scomoda oggi. Per voi è più una dichiarazione estetica, etica o politica?
Ness1:Quando resti fedele a dei canoni, pur muovendoti nei limiti del regolamento, sei ortodosso. Per noi il rap e il ragga si fanno in questa maniera, non esistono compromessi.
Masta P:per lunghi anni ho messo la politica dentro la musica. Erano anni meravigliosi ma molto diversi da oggi. Anni durante i quali, tra le altre cose, ho anche scritto per Moodmagazine! Eheheheh. Oggi la mia politica è fare musica, hip hop e raggamuffin, con fierezza, in ufficio, tra i coetanei. Esteticamente suono come voglio, eticamente lo faccio con la massima onestà.
Franco Licani: Spirituale: quasi tutto il disco, ad eccezione di “Sogna Palestina” è basato sull’arte del sampling. Il sampling – se fatto bene – ti costringe ad essere un monaco “ortodosso” perché ti ritrovi ad ascoltare dischi di urlatori spagnoli degli anni 70 con un’attenzione che, se solo sapessero, li commuoverebbe. Ti costringe a rispettare la musica, ad amarla. Al contempo non ti consente scorciatoie, ti trasforma in un “punk”: con risorse limitate devi fare da te, “do it yourself”: una sfida di ribellione al suono pulito, agli stem separati dall’Ai, a questa merda di plastica senza nessuna anima. Infine il sampling ti insegna la vita: il sampling è un limite autoimposto, una gabbia che devi forzare. Grazie al limite scopri cosa è davvero la creatività, in un’epoca che non ha nessun limite e quindi nessuna vera libertà.
Nel disco scegliete di restare dentro rap e raggamuffin in modo radicale. Quanto è stato difficile non “aggiornare” il suono per renderlo più spendibile oggi?
Ness1:Il nostro suono è freschissimo, la figata di questo disco è che si sono uniti due artisti di due generazioni differenti ed è stato formativo per entrambi confrontarsi su come, dove, quando e perché fare certe cose. Essere radicali non significa essere un oggetto da museo, questo disco esce nel 2026 e suona, in maniera ortodossa, da 2026.
Masta P:beh, non è detto. Ness1 ha undici anni meno di me, ascolta gli artisti americani e jamaicani che per me sono troppo “nuovi”, usa l’autotune, sta con due piedi nella musica di adesso. Io sono un vecchio derelitto old school che cerca di mantenere viva un’attitudine quanto più possibile senza tempo. Masta Ace e Capleton fanno la loro cosa come trentacinque anni fa e sono ancora al top. Non è indispensabile suonare “come si deve” per avere voce in capitolo.

C’è un’idea di tempo molto precisa inOrtodossia: non nostalgia, ma continuità. Come convivono passato e presente nella vostra scrittura?
Masta P:con questo disco ho voluto risalire alla radice del suono dei generi che amo e ascolto da quando ho diciasette anni. Per anni ho suonato nei Kalafro musica contaminata, sporca di reggae, folk, world. Suonavamo con la band. Oggi mi va di fondare tutto su campionatore, giradischi e microfono. Anche i featuring del disco (Lord Madness, Kento, Southology, Easy One e tanti altri) sono la chiusura di un cerchio: gente che stimo artisticamente da molto tempo, qualcuno con cui andavamo insieme alle jam nel ’97.
Ness1:Il passato è la nostra storia e la nostra formazione e se nasci tondo non muori quadrato, siamo questi e portiamo avanti il nostro pensiero. Ci si può aggiornare, cambiare opinioni, cambiare preferenza su un partito politico, ma l’anima è un tratto distintivo inscalfibile e la continuità è sinonimo di naturalezza.
Venite da percorsi e generazioni diverse. In che modo questa distanza anagrafica ha arricchito – o messo in discussione – il progetto?
Masta P:non è stato facile stare al passo di un artista (Ness1) che conosce molto meglio di me certe regole della musica veloce di oggi, certi trucchi che a me sfuggivano, certi accorgimenti che io ignoravo. Per me esistono solo i brani da tre minuti e mezzo con il videoclip in orizzontale inseriti in album con tracklist e copertina. Mi rendo conto, ahimè, che molte cose sono cambiate heheheh.
Ness1:Ero veramente curioso di conoscere i metodi di lavoro di Masta P, ho consumato i suoi dischi e finalmente ho scoperto come sono stati fatti. Credo che questa distanza anagrafica abbia arricchito il progetto perché ha messo insieme due mondi che pur simili hanno sfaccettature differenti. Per me è stato un tuffo temporale in un epoca in cui purtroppo non c’ero e ho visto negli occhi di Masta P quel fuoco che sognavo da bambino.

Nei testi emergono denuncia sociale e autoriflessione. Oggi il rap ha ancora una funzione critica o è diventato solo intrattenimento?
Ness1:Il rap è sempre stato entrambe le cose, ognuno poi si sofferma su quello che preferisce. In America ci sono stati grandissimi rapper che hanno soltanto fatto autocelebrazione nella loro carriera mentre altri hanno sempre messo al centro la denuncia sociale. La bellezza del rap è tutta qui, tante cose insieme sotto un unico linguaggio. Noi diciamo quello ci pare alla nostra maniera e a differenza di chi ha i testi scritti dalla major, raccontiamo solo ciò che viviamo.
Masta P:in questo disco ci sono dei gran freestyle di cuore. Anche quando parliamo di Palestina o di repressione ricorriamo allo stesso approccio energico, spaccone, disinvolto. Dell’hip hop mi è sempre piaciuta l’autocelebrazione, del ragga la muscolarità di voce e di metriche. Tratto gli argomenti che mi coinvolgono come uomo di questo tempo. Un uomo della mia età. Sono del 1979. Non maneggio armi, non guido Lamborghini. Ma so qualcosa di malavita e di mafia…probabilmente sarei il più titolato a parlarne di certi milanesi mi fanno tenerezza.
Il raggamuffin, in Italia, è spesso stato marginalizzato. Perché era importante riportarlo al centro del discorso?
Masta P:tra il 2000 e il 2010 c’è stato un gran movimento attorno ai sound system, al raggamuffin, alle dancehall. Fidoguido, Mama Marjas, Gioman, i primi Boomdabash. Era un bel momento. Io ascoltavo il ragga jamaicano già da prima e da sempre ho provato a inserire quello standard metrico nei miei brani. Di italiani scoltavo i Villa Ada Posse, Jahmento, Zu Luciano, Brusco. Ma faceva spesso ragga anche Krs One, lo facevano i Black Moon, gli Heltah Skeltah. Per me fare raggamuffin è istintivo, naturale. E’ una figata farlo sui beat rap. In Italia non ha mai preso piede come il rap, è vero.
Ness1:Il raggamuffin ha avuto un periodo di picco, come detto da Masta P, ma in Italia è rimasto un qualcosa di parallelo all’Hip Hop, non credo abbia brillato di luce propria. A me viene naturale farlo quando scrivo in dialetto, è come se fosse un estensione moderna dei canti antichi calabresi e credo che la nostra lingua si adatti alla perfezione al ritmo.

Quanto conta oggi l’“appartenenza” a una cultura rispetto alla visibilità?
Masta P:ti direi che dopo decenni di appartenenza a un movimento all’interno del quale sono stato un bboy e ho rappato, brekkato, dipinto e maneggiato dei giradischi oggi ho voglia di visibilità. Voglio riconoscimenti, complimenti, props dagli altri artisti. E voglio un po’ più follower su IG perchè il modo compulsivo e scriteriato con il quale l’ho utilizzato fino a qualche tempo fa è intollerabile! Ehehe
Ness1:L’appartenenza odierna credo sia più un fenomeno di accettazione, non vedo fratellanza. Esisteva certo, ma i tempi sono cambiati e io non mi sento di appartenere a nulla al momento, non difendo nessuna causa collettiva perché non ci vedo collettività. La visibilità credo ci possa permettere di raccontare il nostro pensiero di ortodossia, di avvicinare più persone possibili alla nostra musica e di prenderci i complimenti che tante volte meritavamo ma che nessuno ci ha mai fatto.
SeOrtodossiafosse una presa di posizione verso il futuro del rap italiano, quale sarebbe il messaggio implicito?
Ness1:Questo è quello da cui ti veniamo, va rispettato e approfondito, perché per evolversi è necessario essere consapevoli di chi c’era, di cosa faceva e del perché lo faceva. Provate ad ascoltare un disco per intero e capirete che la vera hit è il viaggio dalla prima all’ultima traccia.
Masta P:“ragazzi non è obbligatorio esaurire tutta la vostra creatività in un reel da 1’30” da sponsorizzare! Esistono ancora le canzoni intere, i videoclip interi e in orizzontale, i concept album, le copertine ma pure le cuffie, le casse”. Rendersi conto che la gente ormai guarda i contenuti sul telefono e, quando alza il volume, li ascolta con l’audio pessimo di un Samsung o di un I Phone, è avvilente. Il futuro del rap italiano è ascoltare i dischi per bene!



