Dal subconscio alla collettività: Welfare State secondo Brama

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Foto di Matteo Baragli
Foto di Matteo Baragli

Giovane e romano,Bramasorprende con un album maturo e intenso:Welfare Stateè un viaggio tra introspezione e benessere collettivo, un racconto sonoro capace di unire emozione, riflessione e sperimentazione musicale. In questa intervista, l’artista ci guida alla scoperta del suo mondo creativo, tra testi profondi, sonorità originali e un concept visivo curato nei minimi dettagli.

Partiamo dal titolo del tuo album,Welfare State. Racchiude sia il benessere collettivo che quello interiore. Pensi che oggi sia possibile separare queste due dimensioni?
In teoria, il Welfare State dovrebbe garantire il benessere sociale e individuale. Credo che il benessere personale dipenda dalla collettività: viviamo di relazioni e interazioni. Allo stesso tempo, per avere rapporti sani, serve un equilibrio interiore. Le due dimensioni, quindi, vanno di pari passo.

La copertina dell’album colpisce subito per i suoi riferimenti simbolici: dolore, trasformazione, viaggio nel subconscio. Come nasce questo concept visivo?
La copertina raccoglie molti riferimenti alle canzoni: il mulino a vento, la barchetta di Ulisse in mezzo al mare… Ho voluto un impatto visivo disturbante, coerente con il disco stesso. Alcuni brani sono puro rumore, volutamente, perché il disco ruota attorno al benessere psicofisico. La copertina racchiude tutto il concept dell’album.

Essere così giovani e riuscire a scrivere un album così maturo non è scontato. Quali artisti o generi ti hanno ispirato nel costruire questo linguaggio emotivo così personale?
Ascolto soprattutto musica italiana, anche perché non conosco bene l’inglese. Mi ispiro ad artisti come Mezzosangue e Rancore. Per me la musica ruota intorno al testo: senza il testo, non c’è focus. La voce è uno strumento per far arrivare il messaggio.

Nell’album ci sono pochissimi featuring, solo due, con Rak e Atlas. È stata una scelta dettata da un’esigenza artistica di raccontare un percorso più personale e introspettivo?
Sì. Tratto gli album come raccolte coerenti: inserisco un featuring solo se ha senso nel concept. Non volevo collaborazioni casuali, ma brani coerenti con il percorso del disco. Se avessi potuto scegliere liberamente, avrei inserito Mezzosangue o Rancore, artisti simili per attenzione ai temi sociali.

Scrivere l’album ti ha aiutato a fare pace con qualcosa?
Sì. Trascrivere le emozioni aiuta a liberarsene: è un modo per esorcizzare il malessere. Pubblicare l’album è stato il momento in cui me ne sono definitivamente liberato. I feedback finora sono stati molto positivi: non solo numeri, ma risposte emotive sincere.

In“Per modo di dire”dici:“l’eleganza lasciata a stilisti e calzolai”. Cosa significa?
È una critica all’autocensura e al politically correct, soprattutto in radio. Il rap nasce per dire cose crude e scomode. L’eleganza è lasciata agli stilisti: la musica non deve essere addomesticata per piacere a tutti. È una citazione su cui ho lavorato, ma incarna perfettamente il concetto del brano.

Tu sei di Roma. Che rapporto hai con la scena locale?
Mi sento un outsider. L’accento romano si percepisce, ma sono distaccato dalla scena e non mi sento parte di un movimento definito.

E i live? Ci sono date in programma?
Al momento sto cercando il mio baricentro artistico. Voglio costruire uno spettacolo più complesso, non solo base e voce: loop station e altri strumenti. Sto ancora in fase di preparazione.

Stai già lavorando a nuovi progetti?
Sì, sto esplorando due direzioni: una più elettronica/pop con elementi rap, e una più cantautorale. Voglio sperimentare, perché restare fermi non ha senso.

Cosa speri che resti a chi ascoltaWelfare Statedopo l’ultima traccia?
Un senso di inquietudine, ma soprattutto le cose positive. Anche gli aspetti più oscuri servono a far luce e stimolare riflessione.

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