L’intervista a Spice, Milano writer since ‘92

tempo di lettura: 10 minuti

Milano writer since ‘92. Così si legge nella descrizione instagram di Spice, uno dei writer storici di Milano, fondatore e membro del collettivo Lordz of Vetra. In occasione della pubblicazione del suo libro, Style Diary, abbiamo pensato di fare quattro chiacchiere con lui. Il libro, acquistabile dal sito hard2buff.it, fa parte di una collana partita nel 2019 da un’idea di No Color Sketch e ShowDesk. Non si tratta di una biografia in senso stretto, ma del processo creativo che porta un writer a scrivere, modulare ed elaborare le lettere sui muri. Ne abbiamo parlato con lui, approfittandone per chiedergli anche tante altre cose che lo riguardano. 

Prima ancora di parlare di te o del tuo nuovo libro, ne approfitto immediatamente per chiederti di fare ordine su Lordz of Vetra.
Lordz of Vetra è un collettivo di writer, rapper, dj e produttori musicali che è nato in maniera molto spontanea nel 1997. Il nostro punto di ritrovo era Piazza Vetra a Milano, ascoltavamo tanto rap tra cui i Lordz of Brooklyn da cui abbiamo tratto il nome. Siamo sostanzialmente un insieme di varie crew che si sono sempre un po’ mischiate tra loro (VDS, FIA, MDF, etc..), ai tempi le avremmo chiamate Posse, gli esponenti sono quasi 30 ed i più noti oggi sono forse Bean, Mind, Panda, Dumbo, Sha, Kato, Dj Rash, Fritz da Cat e l’ultimo ingresso E-Green. Sono passati anni ed ognuno ha intrapreso traiettorie diverse spesso anche lontane dal writing, ma comunque la voglia di stare in contatto e ricercare quella energia non ci è mai passata.

Quali sono i valori che vi accomunano?
Parlare di valori credo faccia apparire tutto molto più virtuoso di quello che è in realtà, abbiamo certamente tanto in comune a livello di background, ma oggi siamo adulti con relazioni e vicende indipendenti e lontane. Quello che ci riporta a ritrovarci è l’amore per il tempo passato insieme lontano dalla routine della vita quotidiana, per me è veramente terapia occuparmi di Writing!

Quando hai iniziato a fare writing?
Per me è stato un amore adolescenziale, ho iniziato ad avvicinarmi al writing nel ’92 alle scuole superiori. Andavo ad una scuola per Grafici pubblicitari dove ho inaspettatamente trovato molti nomi noti della scena di allora ed un compagno di banco che mi ha spiegato le regole del gioco e indicato le prime fibbie coi nomi e le patch sui giubbotti. Un ambiente effervescente e stimolante, che mi ha spinto a cercare di farne parte. Da lì la mia curva di apprendimento è stata di un paio di anni circa, perché non avevo nessuno a spiegarmi nulla per cui imparavo dai miei errori, e poi ho scoperto i treni! Da quel momento è scattata una scintilla diversa, è come se avessi fatto ingresso in un campionato maggiore. Nel ’94 a Milano erano i muri il centro della scena, ma a me non davano la stessa soddisfazione, per cui ho cercato una strada diversa.

Come hai scoperto i treni? Che emozione ti davano?
La scoperta dei treni è avvenuta per caso a Milano con Bean, abbiamo trovato un deposito FS e toccato con mano una dimensione che fino a quel momento pensavamo appartenesse solo alle poche pubblicazioni americane a cui avevamo avuto accesso. Ci siamo così visti aprire una possibilità davanti che non ci aspettavamo, scrivere sui treni è stato un bel salto quantico nella nostra testa. E ci siamo guadagnati in fretta un posto di rilievo sulla scena, senza trascurare il fatto che i nostri graffiti arrivavano anche molto lontano. Ma questo lo abbiamo compreso ed apprezzato successivamente, quando giravamo le Jam in Italia e la gente conosceva i nostri nomi. La gioia di vedere arrivare all’improvviso in stazione un vagone con il tuo pezzo sopra è ancora oggi il ricordo più bello che porto con me, insieme alla sensazione che provavamo entrando nella stazione di Cadorna e trovavamo i nostri graffiti ovunque. Una bella sensazione di conquista!

Mi hai detto che a scuola avevi iniziato a notare alcuni nomi della scena di allora. C’è qualche nome, qualche writer, che ti ha ispirato?
I primi nomi che ho notato a scuola appartenevano ai TDK, in particolare Sten e Mec, erano due nomi noti e molto attivi nel periodo. Mi hanno ispirato coi i loro bombing e le loro tag, di lì a breve poi ho iniziato a fotografare le Hall of Fame e quindi mi sono aperto a molti gusti e stili che le varie zone della città offrivano. Al tempo solo cambiando quartiere trovavi delle scuole differenti di stile e pensiero riguardo al modo di trattare le lettere con gli spray. In via Pontano i lavori erano grandi, costosi e precisi, in Lambrate erano ruvidi, rapidi ed essenziali, in Barona i pezzi erano molto curati e visionari. Io ero affascinato da tutti ma non influenzato da qualcuno in particolare.

Come ti ha cambiato il writing come persona?
Il writing mi ha accompagnato per un lungo periodo della vita, nell’adolescenza in particolare. Per cui ha letteralmente modificato il mio DNA in mille piccoli dettagli che ancora oggi ritrovo. Dal modo in cui il mio sguardo indaga le vie di una città quando ci passo, dall’attenzione che pongo a quando compilo un documento scritto a mano, fino alla speranza di vedere un pezzo nuovo rivolta verso il treno della metro che arriva in stazione. Ma credo che il segno più grosso sia rimasto nella mia mentalità di uomo che comunque mette sempre in discussione l’opinione comune, ovvero cerco pensare con la mia testa e non farmi influenzare dalla massa. Un gesto semplicissimo che nell’era dell’algoritmo appare quasi rivoluzionario, non trovi?

So che lo facevi illegalmente. Che tipo di esigenza di spingeva a rischiare?
Si, per noi Lordz of Vetra esisteva solo la via illegale, e sono grato di esserci passato. Altrimenti non avrei conosciuto realmente la disciplina del writing. Intendo dire che se non hai mai preso dei rischi e disegnato sotto pressione non la puoi conoscere e comprendere fino in fondo. Eravamo spinti dalla voglia di dare il meglio di noi stessi sulle fiancate dei treni, e non starei qui a farla troppo complessa. Semplicemente avevamo una passione per una bellissima cosa che purtroppo prevedeva infrangere delle leggi, e la cosa non ci creava alcun problema. Ci terrei a sottolineare che si trattava di un crimine tutto sommato, non violento e piuttosto innocuo se paragonato alla criminalità, quella vera! Tant’è che ormai ci sono mille sfumature di writing che sono tollerate, se non addirittura abbracciate dalle amministrazioni locali in cerca di consenso a basso prezzo.

A proposito di illegalità e crimini innocui. Hai sentito dei  writer arrestati in India a inizio ottobre dello scorso anno? E dei writer arrestati e torturati in paesi come l’Iran? Si è discusso parecchio di libertà di espressione, diritti umani. Hai mai riflettuto su quanto sia diverso essere writer o artista in Occidente rispetto che altrove?
Domanda piuttosto complessa questa, personalmente ritengo che diritti umani e libertà di espressione siano due temi così importanti che non credo di essere la persona giusta per aggiungere qualcosa di utile sul tema. Due valori così scontati e garantiti qui in Europa che nemmeno possiamo comprendere veramente cosa significhi rischiare la vita per loro. Certamente le disavventure di qualche occidentale ricco e viziato (come lo siamo noi tutti in Europa) in cerca di trofei per i social non le ritengo degne di essere considerate parte di questa battaglia per i diritti di espressione. 

Cosa c’è di tradizionale e cosa c’è di innovativo nei pezzi che fai?
Questa domanda credo si riferisca alle mie produzioni attuali, che sono l’esito di trent’anni di carriera in cui ho variato molto la mia traiettoria. Davvero, negli anni ho spostato l’attenzione in direzioni molto distanti, diciamo che sono un esploratore curioso piuttosto che un instancabile ingegnere. Preferisco cambiare tag e ricominciare le ricerche piuttosto che scrivere lo stesso nome per tanti anni. Poi finalmente nel 2016 ho deciso di fermarmi e mi sono chiesto dopo tutta questa esplorazione cosa mi piacesse davvero fare. Eccolo qui! Ora quando disegno porto un mix di tradizione e ricerca personale. La tradizione è quella della scuola della mia città, ovvero di Milano, che nei suoi primi anni ha subito grosse influenze dirette da quella di New York. Per capirci eravamo nei fine ‘80 e inizio ‘90, parlo di un tipo di lettering che nel mio libro definisco stile meccanico e più precisamente qui conosciamo come Bars ‘n Arrows eseguito con tratto sporco e piuttosto povero di elementi decorativi nello sfondo, privo di effetti tecnici con gli spray. L’unica cosa che contava era l’impatto delle lettere. Su questa estetica ho cercato di innovare il mio stile lavorando in sottrazione sull’impatto finale. Raffinando l’uso del colore, e nel frattempo togliendo un po’ quei trick come colpi di luce ed overline, cercando di colpire sempre l’attenzione ma attraverso meno elementi. 

Processo creativo. Perché è importante? Ci hai fatto anche un libro fra l’altro.
Processo creativo, è un termine altisonante forse, ma di fatto tutti ne abbiamo uno quando mettiamo a frutto il nostro talento e trasformiamo le idee in qualcosa di concreto. È come se una persona qualsiasi dopo aver guidato tutta la vita l’auto avesse deciso di guardare dentro il cofano e cercato di scoprire cosa fosse la magia che la fa funzionare. Allo stesso modo io ho solo deciso di fermarmi un secondo e stare ad osservarlo con attenzione, poi l’ho messo a confronto con le scelte che vedo intraprese da altri writer. Cercando di raccontare nel libro le idee più ricorrenti. Terreno comune insomma.

Passiamo a “Spice – Style Diary”, il tuo nuovo libro. Perché hai sentito l’esigenza di pubblicare un libro di questo tipo? Un libro così intimo per un writer.
Guarda questa è un’ottima domanda, e me la sono fatta pure io. Perché la prima stesura del testo è stato praticamente un puro flusso di coscienza, come se avessi fatto breccia nella diga che arginava mille pensieri. Era gennaio 2019, il periodo della prima ondata di Covid, ed a causa del mio lavoro mi trovavo da solo in vari alberghi per lunghi periodi. Così ho deciso di continuare scrivere senza pormi troppi limiti ed obiettivi. Quando ho iniziato a comprendere quello che stavo scrivendo l’ho accostato ai miei sketch e per la prima volta ci ho visto una possibilità. Ringrazio anche Tres che ha condiviso con me quella visione che allora era davvero un’idea stramba, scrivere di graffiti! Oggi che tutto è deliziosamente impaginato da Diego Lion, ti rispondo che ho sentito davvero l’esigenza di raccontare quello che il writing è stato, ed ha rappresentato per me e la mia generazione. Metterlo in un libro era un modo per non lasciare che il tempo lo cancellasse e basta. Con il sincero intento di lasciare alle nuove generazioni quel libro che io da adolescente avrei voluto trovare. Credo anche che in un’epoca come quella attuale, dove tutto cambia e diventa fluido e veloce perdendo spesso contatto con le sue radici, chinarsi sui libri e raccontare qualcosa che valga la pena essere tramandato sia un gesto tanto frivolo quanto necessario.

Puoi spiegare di cosa si tratta? Che tipo di libro è? Che contenuti ci sono all’interno?
Nello Spice Style Diary trovate una prima sezione di testi e disegni che racconta il mio processo creativo alla base delle lettere che disegno, poi arrivano diversi capitoli di soli sketch divisi per nome. Sono 168 pagine formato 22x22cm con più di 200 sketch. I prossimi Style Diary torneranno ad una dimensione e formula più centrata puramente sugli sketch. Noi tutti abbiamo immaginato queste come dispense utili a docenti che in Università o Accademia studiano la materia del writing in maniera seria ed analitica. Perché oggi i libri che raccontano questa cultura spesso si fermano a raccontare altri aspetti, che sono sempre importanti ma comunque non parlano strettamente di lettering. Osservare tutti gli sketch di uno stesso writer mette il lettore in condizioni di esaminare i singoli dettagli del suo lavoro, ovvero ciò definisce il suo stile e la sua ricerca personale. Oggi chi fa marketing direbbe che ci siamo scelti una nicchia verticale ben definita.

Come è cambiato il tuo processo creativo nel tempo?
Beh, credo di essere passato attraverso molte fasi, della mia vita. I primi passi erano totalmente influenzati da ciò che vedevo a Milano, poi dalle poche fanze che trovavo, e naturalmente dai miei compagni di crew. All’epoca era tutto molto istintivo ed eravamo sempre alla ricerca della wave più fresca, io e Bean avevamo trovato la nostra scintilla nello stile di Praga e Berlino, Dumbo e Panda in quello di Stoccolma per esempio. Oggi il mio processo di ricerca creativa è molto più introspettivo e consapevole, cerco al massimo di sviluppare quello che mi esce in maniera naturale. Traendo ispirazione spesso al di fuori del writing, per esempio ora sto svolgendo una ricerca attorno allo spazio/tempo che è nata guardando film come Inception. Ovvero provo ad immaginare le mie lettere fluttuare nel multiverso, facile no?

Fai mai pezzi in freestyle?
Si certamente il freestyle è oggi il modo più naturale per me per realizzare un pezzo. Ci ho messo un pochino per abbandonare la coperta di Linus dello sketch, ed in questo mi piace ricordare l’episodio di mio fratello Patch che mi ha strappato lo sketch dalle mani un giorno mentre tracciavo! Mi era capitato in passato di arrivare senza sketch, ma oggi è la mia strada preferita. Davvero si tratta di uno stato mentale piuttosto che di una skill vera e propria, trovi persone che non conoscono nemmeno la paura di sbagliare ed altre che senza il conforto dello sketch sono perse. Comunque, con sketch o senza l’obiettivo per me è cercare di disegnare qualcosa di più interessante della volta prima, non vorrei essere frainteso. Un po’ come quando ti tolgono le rotelline dalla bici, poi quello che conta veramente è fino dove riesci ad arrivare!

Quali sono le palette di colori e gli schemi che preferisci?
Lavorare sui colori è una delle cose che mi divertono di più oggi, perché senza l’assillo di mettere a segno un treno che si debba leggere anche da lontano ed in movimento posso permettermi di sperimentare un pochino. Inseguire accostamenti di colori che apparentemente non ti aspetti, ma che tuttavia possono generare il contrasto sufficiente per definire l’outline. Oppure di recente sto provando ad usare l’argento come uno degli altri colori, e riuscire a trovargli un accostamento che lo accolga senza venirne distrutto. Infine, ho trovato molto interessante la possibilità che negli ultimi anni le marche di spray ci danno, ovvero lavorare coi colori fluo. Una gamma di pochi colori che negli anni passati i colorifici tenevano nell’angolino sotto un dito di polvere, perché coprivano poco e nessuno li voleva, oggi sono diventati una concreta possibilità per chiunque abbia un po’ di fantasia e quindi mi ci sono buttato a capofitto. 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Previous Story

Ballare in faccia alla normalità (In che modo la disco culture ha svezzato l’hip hop)

Next Story

Wiser & Dj Fastcut, l’intervista!

withemes on instagram

[instagram-feed feed=1]