Ballare in faccia alla normalità (In che modo la disco culture ha svezzato l’hip hop)

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Immaginate di entrare in un negozio di dischi, non enorme ma grande abbastanza per avere una dozzina di reparti divisi per genere. La luce dei neon è fioca e potrebbe esserci una discreta quantità di polvere, ma l’atmosfera è quella romantica e decadente che ogni appassionato amerebbe alla follia. Ecco, in un posto di questo tipo – che sia a Londra, New York o Roma – probabilmente vi capiterebbe di osservare incuriositi la disposizione degli album in vinile, giusto per capire che percorso seguire nel vostro giro tra le copertine di cartone. Nove volte su dieci, se tutto va come dovrebbe (e siete nel posto giusto), addossati a qualche parete ci saranno i seguenti espositori: 1.Rhythm’n’blues; 2.Soul; 3.Funk; 4.Disco Music; 5.Rap.
L’ordine non è casuale, perché ognuna di queste galassie ha a che fare con l’altra. Possiamo usare il termine black music? Certo, ma vale la pena fermarci un attimo a ragionare. Dal momento che state leggendo queste righe su Moodmagazine, probabilmente vi incuriosirà soprattutto l’ultima voce dell’elenco, quella che dice rap. Facciamo un passo indietro, quindi. Siete all’interno di un negozio di dischi, ricordate? Vi avvicinate agli espositori e iniziate la vostra attività di crate digging, ovvero la ricerca febbrile di qualche titolo di vostro interesse tra quelli posizionati all’interno delle scatole, o sugli scaffali. Se vi ritenete abbastanza smaliziati in fatto di cultura hip hop, probabilmente non vi concentrerete sulle ristampe dei vari Tupac, Run DMC e via dicendo: avrete fame di vinile usato, di album che possibilmente non siano così semplici da trovare in una delle tante riedizioni che affollano il mercato discografico di questi ultimi anni. Non è una questione di collezionismo, piuttosto la voglia di andare oltre i classici. O meglio, la speranza di trovarvi per le mani un classico che è stato ristampato pochissimo; se non addirittura una di quelle piccole gemme nascoste che conoscono in pochi e potete portarvi a casa con due spiccioli. Impresa ardua ai tempi di Discogs, ma le illusioni non muoiono mai. Insomma, mentre usate l’indice e il medio per passare in rassegna le copertine, si materializza nella vostra mente una storia di cui forse avete già sentito parlare: quella di un ragazzone afroamericano che varcava regolarmente la soglia di un negozio della Grande Mela specializzato in musica disco, Downstairs Records.

Il nostro eroe si chiama Lance Taylor, ma le cronache lo ricordano con il nome d’arte di Afrika Bambaataa. Non che Lance frequentasse solo quel posto, ma si deve a lui – più che a Kool Herc o Grandmaster Flash, per restare alle leggende – l’idea che il rap è inevitabilmente anche studio e ricerca. Una ricerca fatta di pochi mezzi e tanta immaginazione, fondata sull’idea che i veri innovatori sono bravissimi a mescolare le carte per costruire mappe del tesoro mai tracciate prima. Pensateci, cosa c’è alla base dell’hip hop se non l’esigenza di utilizzare il passato per inventarsi un nuovo futuro? Allora, mentre buttate l’ultima occhiata all’espositore sotto il cartello rap, vi verrà automatico guardarvi accanto; esattamente dove il proprietario del negozio ha posizionato gli album disco e funk. Potreste anche spingervi ancora più indietro, fino al rhythm’n’blues di Ruth Brown (che poi sarebbe la nonna di una figura cardine della golden age, Rakim), ma decidete di andarci piano e usare la macchina del tempo con parsimonia. Già, ma cosa c’entra la disco music con il rap? Tutto, più o meno.
Negli ultimi tempi, in particolar modo dopo la morte di George Floyd, si è parlato molto più del solito di come il rapporto tra l’America bianca e l’America nera sia ancora terribilmente controverso. Senza bisogno di tornare indietro alla storia atlantica e al commercio di schiavi tra l’Africa subsahariana e le colonie nate dall’altra parte dell’oceano, gli slogan e i pugni chiusi di Black Lives Matter hanno riportato in prima pagina tutta la schizofrenia su cui è fondata l’identità stessa degli Stati Uniti. Si è parlato di integrazione e disparità, di colori e statue da abbattere. Con il passare dei mesi però è venuto meno uno degli elementi fondanti di questo discorso, che ne puntella l’impalcatura in maniera forse più difficile da interpretare: la lotta di classe. Riportando tutto alla musica, potremmo dire che il rap e la disco affondano entrambi le proprie radici in una certa visione della lotta di classe, in maniera forse più esplicita di altri linguaggi associati alla dimensione afroamericana. Il mondo dei primi club sorti attraverso le esperienze delle feste private, ancora prima che si possa parlare di vere e proprie discoteche, è affollato di emarginati in cerca di riscatto. Gente che nella vita di ogni giorno è spesso guardata con sospetto o commiserazione, a causa della propria estrazione sociale o dell’orientamento sessuale. La pista da ballo, in questo senso, è stata un’enorme livella, capace di portare sotto le luci stroboscopiche persino chi era costretto a vivere nell’ombra. A prescindere dai santuari entrati di peso nella storia del Novecento, come il Loft di Dave Mancuso e lo Studio 54, anche il Bronx poteva contare su luoghi di aggregazione collaterali ai celeberrimi block party che si organizzavano nelle palestre e nei parchi pubblici. Un business che si fece sempre più strutturato con l’avanzare degli anni ’70, a tal punto che nelle aree urbane più a rischio diventò anche un mezzo per garantire ordine e pace sulle strade: se tra i marciapiedi si incappava praticamente ogni giorno in qualche omicidio, i club sorti attorno alla figura dei dj si presentavano invece come piccole oasi di pace. Certo, a sentire le testimonianze del tempo pare esagerato definirli posti tranquilli, tuttavia nulla di paragonabile a quello che poteva accadere fuori. L’edonismo sfacciato della cultura legata alla prima disco music, in tal senso, è come una collana d’oro al collo di chi era costretto a fare un pasto al giorno per conservare qualche dollaro in tasca a fine mese: un’illusione che scintilla, nulla più. I ragazzini del ghetto, i disoccupati, gli operai abituati a non alzare la testa dal nastro trasportatore potevano, magari solo per una notte, vivere un attimo di gloria grazie alla loro abilità con il ballo. Poi verrà il tempo degli MC e delle rime, ma all’inizio bastava muovere le spalle come Bruce Lee nei suoi film, convincendosi che indossare la camicia giusta potesse abbattere davvero ogni barriera.

 

I luoghi di New York in cui inizierà l’epopea che conosciamo con il nome di hip hop, hanno mantenuto per molto tempo un filo rosso con le discoteche giù a Manhattan. Un rapporto che riuscirà a fotografare bene il videoclip di Rapture, enorme successo firmato Blondie. La band di Debbie Harry tra il 1980 e l’anno successivo è al posto giusto nel momento giusto, fa parte di una scena totalmente in divenire che si prepara ad abbattere gli steccati tra le chitarre elettriche e i Technics dilaniati dallo scratch; condivide il palco con i Funky Four Plus One, Grandmaster Flash e i Cold Crush Brothers, nell’assoluta convinzione che sia quello il futuro della musica. La biondissima Debbie è una presenza fissa nelle discoteche più in voga, in cui qualcuno può addirittura salire in sella ad un cavallo bianco per attirare l’attenzione dei fotografi. È intraprendente, furba e vuole mostrare al grande pubblico cosa significa appoggiare le labbra al microfono per “fare rap”. Le teste scoppiettanti del Bronx varcavano così, anche grazie alle note di quella canzone dal titolo evocativo – Rapture, come rapimento estatico – la porta principale del mercato mainstream, quasi interamente gestito da discografici bianchi. Strano pensare che sia ancora una volta la pista da ballo a fungere da laboratorio per traghettare l’asfalto bruciato delle case popolari verso i piani alti dei grattacieli di cristallo.
Con l’apparizione di Fab Five Freddy nel ruolo di un dj all’interno del bizzarro videoclip dei Blondie, il cerchio sembrava trovare la sua chiusura, visto che tutto era nato con due giradischi e una coppia di vinili tenuti incollati sugli stessi solchi. Così faceva Herc con la sua magia, il Merry-Go-Round: due copie del disco, a destra e a sinistra, con il break intercettato nello stesso identico momento e poi cristallizzato per minuti e minuti come fosse un Frankenstein ricucito partendo da due fratelli gemelli. “Bongo Rock” della Incredible Bongo Band magari, “Son Of Scorpio” del chitarrista Dennis Coffey, oppure il wah debordante del tema principale di “Shaft”, colonna sonora con cui Isaac Hayes aveva persino vinto un Oscar e che poi diventerà simbolo del cinema blaxploitation. Tutti pezzi che, più o meno velocizzati e adeguatamente mixati in console, elettrizzavano le notti di chi voleva ballare in faccia alla normalità lungo l’autostrada fluorescente e bellissima dei locali in centro.

A metà anni ’70, nel flight case di un dj che voleva farsi rispettare dal pubblico del Bronx, avreste trovato un mucchio di album funk e disco. Il rap avrebbe conosciuto gli onori della stampa su vinile soltanto qualche tempo dopo, perciò il ritmo – fluente, ipnotico, ininterrotto – bisognava trovarlo esattamente come facevano i colleghi del Roxy o del Paradise Garage. Anzi, spesso si trattava esattamente degli stessi dj che si muovevano dalle discoteche ai party nei club di periferia, portandosi dietro “Good Times” degli Chic e “The Mexican” dei Babe Ruth (ma nella versione, molto più sincopata, dei Bombers). Anche se nell’hip hop ci saranno momenti di rigetto nei confronti della disco music, è assodato che senza quest’ultima la carriera di uno come Grandmaster Flash sarebbe stata decisamente diversa.
Si può dire quindi che tra disco music e rap esiste una fase di congiunzione/transizione a cui, con il passare dei decenni, in pochi hanno voluto tributare la giusta attenzione. Certo, ci sono un mucchio di saggi che girano attorno alla questione, dall’epocale “Last Night A Dj Saved My Life” di Brewster e Broughton fino alla sfiziosissima storia della disco music pubblicata da Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano, eppure difficilmente si va al di là dei discorsi fatti sui libri. Per intenderci, non è scontato che vedere mille volte Wild Style e fare girare sul piatto gli album di Kurtis Blow conduca automaticamente ad interessarsi ai Trammps di “Disco Inferno” o agli esperimenti di Sly Stone; figuriamoci se tiriamo in mezzo i Public Enemy o Kanye West. Comprensibile, in un certo senso. Succede quindi che la platea del rap si è sentita generalmente molto distante da quella della disco music, molto più di quanto sia successo all’interno dell’universo hip hop con l’avvento della drill e della trap.
Una delle formule per contestualizzare la nascita del rap, provando a descrivere come doveva apparire a chi ha vissuto in diretta i tempi della cosiddetta old school, è: “hip hop = disco + ghetto”. Ricordata nel già citato lavoro di Bill Brewster e Frank Broughton, può forse apparire troppo brutale ma si porta dietro le sue verità. A partire dal fatto che la primissima scena del Bronx, come abbiamo visto, non ha mai negato il flirt con la rivoluzione partita nei club attraverso i solchi di James Brown, Bohannon, Manu Dibango e via dicendo. Che poi, con il passare del tempo, i percorsi siano diventati progressivamente più distanti e concettualmente quasi agli antipodi è un altro discorso. All’altezza dei primi anni ’80, infatti, i giochi erano ormai conclusi: il rap stava diventando grande, nel bene e nel male. Aveva sviluppato la sua personalissima visione del groove, fagocitando la disco e utilizzando i bassi felpati del funk per iniziare a progettare un futuro non più solo analogico ma anche digitale.
Rimarranno i campionamenti, ultimo vero cordone ombelicale con tutto ciò che era avvenuto prima; dimostrazione evidente che nella musica afroamericana nulla si crea e nulla di distrugge, mantenendo viva un’identità a cui non è permesso invecchiare e morire. E, a pensarci bene, non è cambiato granché neanche in questo nuovo millennio. Basta pensare alla cifra stilistica di Kendrick Lamar e al sample di Marvin Gaye nella recente “The Heart Part 5”. Si tratta di un brano del 1976, intitolato “I Want You”, in cui il principe della Motown sposava dichiaratamente un incedere che dal soul passava senza scossoni alla disco music d’atmosfera. Tutto torna, insomma.
Ah, il negozio di dischi che dicevamo all’inizio sta per chiudere e quasi non ce ne accorgevamo. Per questa volta conviene fare uno strappo alla regola, lasciare perdere i vinili usati e cercare una buona compilation che metta uno dopo l’altro i fondamentali che si ballavano al tempo. Fidatevi, potreste riconoscerne molti più di quel che credete. Sì, anche se li avete sentiti tutti attraverso il filtro di un campionatore.

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