Dr Dre e The Chronic, not down for the cause

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Just another motherfucking day for Dre / So I begin like this / No Medallions, dreadlocks or black, fists / It’s just another gangsta glare with a gangsta raps / That gangsta shit make a gang of snaps, così rappa Dr Dre nel video di “Let me Ride” su una base musicale suona sample dei Parliament Funkadelic, James Brown e Bill Whithers. Mentre viaggia su una Lowrider del 1964 tra gli isolati di Compton, il rapper/producer di Los Angeles dichiara senza mezzi termini la propria filosofia, un elogio della vita gangsta e il proprio rifiuto per l’impegno politico e il suo immaginario: niente medaglioni, pugni chiusi né dreadlocks simboli dell’estetica della scena rap militante. Per i quattro anni precedenti il rap si era indirizzato infatti verso una musica impegnata, mentre Dre, con un abile gioco di rime, lascia intendere che la nuova G Thang non aveva nulla a che vedere con l’impegno politico. Non si doveva esser down for the cause per esser parte del gangsta shit!

“Let Me Ride”, così come tutti i singoli estratti dall’album The Chronic che ha festeggiato lo scorso dicembre il 30° anniversario dalla sua pubblicazione nel lontano 1992, divenne un vero successo e rifletteva una svolta radicale sia nella produzione musicale che nelle liriche, una vera e propria presa di distanza dallo stile iper aggressivo di gruppi come i Public Enemy o artisti come Ice Cube.
“Let Me Ride” era irresistibile, la colonna sonora delle feste; il singolo esaltava l’attitudine gangsta e idealizzava il ghetto. In “Rat tat tat tat”, per esempio, Dre campiona una scena da The Mack, un film Blaxploitation, dove il protagonista, un attivista comunitario e coscienza morale del film, afferma: “Tu davvero non capisci, non è così? Hey amico devi capire che per far funzionare le cose dobbiamo liberarci di papponi, spacciatori, prostitute e ricominciare tutto daccapo”. Nel momento stesso in cui l’ascoltatore inizia a riflettere su queste parole, un socio di Dre entra con un esagerato “N***a is you crazy!” cui segue una canzone che parla di omicidi vari e scene di caos nella comunità. A quella del militante rivoluzionario Dr Dre si sostituisce l’immagine di un ribelle che non rappresentava più una minaccia per la società né per il governo.
A partire dalla foglia di marijuana raffigurata sul disco, dai campioni dei PFunk, per giungere alla voce suadente, melliflua, dalla chiara cadenza californiana, tutto era creato con l’intento di far stare tranquilli. Se Death Certificate incitava alla rivolta, The Chronic suggeriva di farsi un tiro da una canna d’erba e rilassarsi. Era musica chiaramente influenzata dalle rivolte di Los Angeles, ma che non s’interessava né alle sue cause (o agli effetti), né tantomeno a trovare una soluzione alle ingiustizie presenti nella società.
The Chronic fondeva insieme influenze diverse e contraddittorie, ghetto e sobborghi, strada e tecnologia, primo e quarto mondo, insomma era una specie di palazzo Ghery coperto di graffiti. Da un lato, dunque, l’album impresse un’accelerazione all’evoluzione estetica e musicale dell’hip hop, dall’altro evidenziò anche un drammatico cambio d’indirizzo.
Come afferma Greg Tate, Da The Chronic in poi le etichette discografiche delimitarono la musica rap in una formula ben definita – sesso, droga e violenza – nel tentativo di piazzare un nuovo prodotto sul mercato statunitense e internazionale. Ma quella transizione coincise anche con l’acuirsi delle contraddizioni associate al rap nazionalista e con la disintegrazione dell’attivismo politico nero di base negli anni Novanta – una volta libero Mandela il movimento anti-apartheid, fulcro vitale dell’attivismo durante gli anni Ottanta, perse di rilievo – rimanendo settoriale e frammentato fino all’avvento di Obama.
Il rap impegnato ebbe il suo posto al sole per un breve periodo e poi vi fu un contrattacco –  Gangsta Rap e BLING. La gente che durante gli anni Ottanta aveva attraversato una fase dura contrassegnata da violenza, omicidi e povertà ora vedeva una via di fuga da quella realtà e il big business sfruttò al meglio quella possibilità. Da quel momento, infatti, le etichette investirono prepotentemente sull’hip hop, intravedendovi profitti milionari, investendo in pesanti operazioni di marketing e nella produzione di videoclip musicali.
Mentre il suono spigoloso e scarno delle produzioni rap affascinava fette di mercato sempre maggiori, il sistema capitalista iniziò ad attivarsi per cooptare questa cultura, diluendola per renderla più appetibile a un pubblico bianco. La ribellione cambiò le tecniche di marketing degli album e della stessa cultura hip hop.
Come afferma Jeff Chang in Can’t Stop Won’t stop, durante i disordini degli anni Sessanta e Settanta, Richard Nixon ebbe un’epifania, “Ciò che i militanti rivendicano non è la separazione bensì d’esser inclusi, disse, non come dei mendicanti, come concittadini, come imprenditori”.
To have a share of the wealth and a piece of action.
Qualche anno prima, lo storico Harold Cruse aveva affermato “la leadership nera non sta combattendo contro il sistema, ma contro la propria esclusione… ciò che preoccupa l’establishment non è tanto il clamore della protesta quanto come assorbirla senza troppo stress né problemi.”
Così una volta che la Corporate America scoprì come assorbire lo spirito del Black Power, non si fece scappare l’occasione. Dre e Snoop erano la manna dal cielo dopo aver avuto a che fare con Chuck D e Ice Cube. Erano altrettanto talentuosi e di sicuro più spendibili all’interno di una cultura che stava diventando progressivamente ossessionata dalle personalità ribelli. Il GFunk rappresentava l’equivalente nero rispetto alla grunge music che proveniva da Seattle, catturando l’immaginario di un’intera generazione. Entrambi i generi erano immersi nella cultura della droga, dell’autoproduzione e della decadenza. Dre e Snoop rappresentavano le icone perfette perché esprimevano una cultura ribelle senza essere militanti.

 

Nel giro di brevissimo tempo Snoop diventò una personalità televisiva corteggiata da MTV, attraendo legioni di fan sia per il suo rap, sia per il suo status di consumatore accanito d’erba. Quando venne accusato d’omicidio nel bel mezzo della sua emergente carriera, MTV fece una cronaca puntale dell’evento come se si trattasse di una notizia degna dei telegiornali serali a livello internazionale. L’industria mediatica tutta non avrebbe potuto concepire una sceneggiatura migliore. Solo un anno prima le etichette erano preoccupate per le ripercussioni politiche di certe canzoni, ora in una sorta di mix tra realtà e fiction, la più grande rapstar del periodo stava affrontando un’accusa per un reato tipico della rivalità tra gang. La realtà fu che le vendite dei dischi toccarono cifre altissime. La rivolta di LA aveva mutato la percezione delle masse e la musica di The Chronic fu salutata dall’industria dell’intrattenimento come musica americana verace, paragonabile alle sempiterne vibra estiva dei Beach Boys o dei Mamas and Papas.
Se il movimento per la pace sperava di integrare i gang banger nella società civile, The Chronic invece puntava a integrare il rap gangsta nel pop. Basta con le richieste di riparazioni: ora c’era il gangsta imborghesito al quale interessavano solo party & bullshit. Come afferma il giornalista Davey D, “se non puoi uccidere il rap impegnato, lo puoi far passare in secondo piano togliendogli ogni visibilità”. Grazie a questi cambiamenti di paradigma, l’industria dell’intrattenimento, le etichette e i brand internazionali furono abili nello sfruttare le potenzialità commerciali del rap; il superfluo divenne indispensabile. La Black Thing si era trasformata nel G Thang sul quale le corporation potevano investire: chronic (erba di qualità), crip walk (la camminata alla Crip), preservativi, ConArt, Chevrolet, Pendleton, ZigZag, Seagram, Remy, Hennessey, Tanqueray, Desert Eagle, Dogg Pound, Death Row. Da The Chronic in poi, le potenzialità del rap furono diluite e riciclate nel dolce suono della rapsploitation e nel nuovo multiculti promosso dalle grandi aziende.
In giro per strada a fumare erba, e bere gin n juice, rilassato, con la testa ai soldi e i soldi nella testa.

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