Intervista a Spika: «bisogna metabolizzare le cose prima di tirarle fuori»

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Fuori da qualche giorno Eyes on Me, l’Ep del rapper e producer palermitano Spika che a maggio aveva anticipato il progetto con l‘uscita dell’omonimo singoloQuesto giovane artista, classe ’99, va controcorrente rispetto a molti colleghi della sua generazione. Non solo sulla scelta dei suoni o sulla scelta qualitativa dei suoi brani, ma anche se si pensa alle sue scelte di vita. Al di là della sua giovane età e di tutta l’esuberanza che mostra, questa è una delle cose che mi ha colpita di più, tanto da avermi portata a basare questa intervista più su domande psicologiche che strettamente musicali. Dopo aver finito Spika ha detto:”Grazie per le belle domande, è stata quasi una psicoanalisi”. Non mi dilungo in altro. Godetevi l’intervista e pompatevi l’ep.

 

Eyes on me. Come mai questo titolo?
Eyes on me è un titolo che da sempre mi sarebbe piaciuto dare a un progetto. In realtà è stato il singolo a darmi l’input. Nel ritornello dico “Occhi su di me, mi parlano di cose che non so”: ecco quell
o è il significato che voglio dargli. Per me gli occhi sono come una biografia scritta in faccia alla gente. Toccherà alla gente dargli la propria interpretazione, mi è sempre piaciuto lasciare carta bianca agli ascoltatori.

Quali sono I tipi di contenuti e suoni che troviamo all’interno dell’Ep?
Cerco di affrontare la scrittura in maniera seria e matura, anche se mi diverte fare i pezzi spensierati e meno impegnati. A sto giro ho cercato di trattare temi che sentivo mie e che avevo l’esigenza di tirare fuori. In questo Ep parlo molto di me, di persone che hanno fatto parte del mio percorso, di posti che hanno fatto parte della mia crescita artistica e personale. Ho cercato di racchiudere un po’ tutte le mie esperienze passate e non. Sicuramente il suono e la scelta delle strumentali mi ha aiutato molto a scrivere di questo. Sono del parere che sia fondamentale scegliere il beat giusto in base a quello che vuoi raccontare, a volte ti capita per caso, altre volte vai a ricercare proprio quel determinato suono. Non è stato semplice ma credo che i miei infiniti ascolti, mi hanno portato a trovare una mia identità musicale. 

Chi sono gli artisti più importanti e che credi ti abbiano formato, lasciandoti un’impronta umana e stilistica?
Se parliamo di rap i Killa Soul sono stati un punto di riferimento da quando ero proprio un ragazzino. Credo che quel suono e quell’attitudine rappresenti a pieno il rap che mi piace e il fatto di avere Joe dentro all’Ep per me è una soddisfazione pazzesca. Anche gli Articolo 31 sono stati fondamentali per la mia crescita dato che ho scoperto il rap con i loro dischi. Nei miei primi pezzi cercavo di imitare il flow di J-Ax, cercavo di scrivere in quel modo lì, poi con il tempo ho cercato di farlo rimanere soltanto un’ispirazione. Negli ultimi anni parlando di rap oltre oceano Kendrick Lamar e J Cole sono stati invece gli artisti che ho ascoltato di più in assoluto e il loro modo di scrivere e approcciarsi al rap mi ha aiutato un sacco a trovare il mio equilibrio nella musica. Loro sono HipHop ma freschi, 2030.

Hai affermato di aver scritto e registrato i brani in più giorni e meno di getto rispetto a prima.
Il fatto di essere cresciuto mi ha portato ad approcciarmi alla scrittura con più consapevolezza. Per me scrivere è stata da sempre una cosa seria e anche in studio ho trovato il mio metodo. Non penso ci sia un motivo preciso per aver approcciato il progetto in maniera diversa, penso sia solo frutto di anni e anni in studio e di scrittura. Molti pezzi hanno visto vita con il tempo, alcuni anche mesi, non perché sia lento, ma proprio per un’esigenza. Non volevo fare in fretta soltanto perché dovevo. Penso e spero che questa cosa si senta: “Flus” e “Non perdere” sono stati concepiti la scorsa estate e dopo mille ascolti e versioni di mix siamo arrivati al risultato finale che ci gasava di più. Con questo voglio dire che la musica ha bisogno del suo tempo e penso che per Eyes on me ho lasciato alla creatività e all’ispirazione tutto il tempo che gli serviva.

Alla luce di questo, credi che arriverà presto un disco ufficiale o vuoi, per scelta, aspettare ancora?
In realtà sono già a lavoro su nuova musica, quindi sì, ci si può aspettare un disco. La missione adesso è raccogliere più esperienze possibili per poterle raccontare.

Nel brano “Bugie”, cosa intendi quando dici che ti guardi “intorno e sento solo bugie”
“Bugie” penso che a tratti sia lo specchio della generazione in cui vivo e di cui faccio parte, dalla musica alle relazioni umane. “Mi guardo intorno e sento solo bugie” esprime lo stato d’animo che avevo quando scrissi quel pezzo: incazzato, a tratti deluso, ma consapevole. Ecco perché dico che la scrittura ha bisogno di tempo, bisogna metabolizzare le cose prima di tirarle fuori.

Stai uscendo come indipendente giusto? Sei alla ricerca di un’etichetta discografica?
Sì, il progetto è interamente indipendente. Però non ti nascondo che avere dietro una struttura grande come una major sarebbe un level up per la mia musica, quindi sì, se ci sarà l’opportunità di firmare, farebbe solo un gran bene al mio lavoro.

Sei uno degli 8 artisti selezionati da Jack The Smoker e Charlie King Del Merch per partecipare al disco Cantera Machete Vol.I. Cosa è cambiato dopo che hai partecipato al contest?
Cantera Machete mi ha dato tanto sia a livello umano che artistico. Lavorare con dei professionisti ti insegna un sacco di cose e ho cercato di trarre il più possibile da questa esperienza. Sicuramente ha influito sul mio metodo di lavoro con la musica: lavorare in studio con loro, anche solo per un giorno, mi ha permesso di capire molte cose. Sono un tipo che si fida di chi ha esperienza e molti anni in più di lavoro sulle spalle, per quello mi piace ascoltare e cercare di rubacchiare quante più cose per migliorarmi. Per questo voglio ringraziare i ragazzi pubblicamente per avermi dato questa grande opportunità, che non è aumentare i follower su Instagram e tutte queste robe superflue, ma per averci messo nella condizione di lavorare con gente seria, che sa di cosa parla. Insomma, è stata una bella spinta e una motivazione in più per fare meglio in futuro e penso che Eyes on me sia frutto anche di questo.

Dopo aver vinto questo contest hai lasciato il lavoro. Non credi sia stata una scelta prematura e rischiosa? Riesci al momento a vivere di musica?
In realtà non ho lasciato il lavoro perché pensavo che con la musica avrei da subito fatto i soldi, ma soltanto per dedicargli quel tempo di cui parlavo prima. Diciamo che qualche lavoretto lo faccio sempre, anche perché bisogna investire sui propri sogni e poi penso che il lavoro sia importante per diventare grandi e capire il peso delle responsabilità. A 16 anni incominciai a fare pulizie in una clinica e a lavorare come magazziniere e penso che questa cosa, nel suo piccolo, mi abbia formato.

Come ha reagito la tua famiglia quando hai lasciato il lavoro?
La mia famiglia viene dalla fame e sa cosa significa. Dopo anni e anni di sacrifici mio padre è riuscito ad avere la sua stabilita e di questo ne sono fiero. In realtà mi sento un privilegiato perché un piatto a tavola non mi è mai mancato, mi sento un privilegiato anche perché la mia famiglia ha sempre creduto in me e ha sempre fatto di tutto per far sì che raggiungessi i miei obiettivi. Sono stati i miei primi fan e non hanno mai sottovalutato la mia passione e dedizione per il rap. Per questo, quando ho deciso di lasciare il lavoro, sono stati d’accordo, credono in questa cosa a volte anche più di me. Quindi per terminare voglio ringraziarli.

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