Jangy Leeon: “volevo spingere ancora Full Moon Confusion con musica nuova attraverso la Desert Edition”

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Spingere un disco attraverso musica nuova raccolta in un altro disco. Questo è un concetto in apparenza semplice, che mi ha però fatto riflettere su quanti pochi artisti abbiano rispetto per i propri lavori. Passano gli anni a scrivere e produrre per il semplice gusto di collezionare discografia. Jangy Leeon si spinge oltre perché crede che il primo volume del suo Full Moon Confusion non sia stato recepito abbastanza. Fa roba nuova connessa al lavoro precedente e sforna la Desert Edition. Lui, da anni lottatore di Jiu-Jitsu, fonde tecnica, disciplina e marzialità anche nella musica. Registrato al Caveau Studios (fondato da lui stesso insieme a Jack The Smoker), Jangy Leeon da vita a un progetto innovativo ma saldo nelle sue radici Hip Hop. In questa piccola intervista parliamo di Full Moon Confusion, del suo volume due (Desert Edition) e in generale di attitudine.

Partiamo dal motivo primario per cui siamo qui! Da pochissimo è fuori un “volume due” tuo lavoro Full Moon Confusion uscito nel 2020. Ci racconti di questa nuova edition e del perché l’hai battezzata “Desert Edition”?
La “Desert Edition” è la seconda parte del disco, più che una vera e propria deluxe, come si potrebbe pensare. Non ci sono remix e le otto tracce sono tutte nuove. Penso che rappresenti per me un ulteriore step a livello artistico-tecnico. Ho usato la parola Desert perché rappresenta sempre il viaggio mistico legato alla “Confusion” da luna piena ma con un taglio più estivo. In realtà a livello di contenuti è proprio complementare con la prima parte dove già faccio diversi riferimenti al deserto.

Forse te l’avranno chiesto tremila volte ma perché l’avevi chiamato Full Moon Confusion?
L’ho chiamato “Full Moon Confusion” perché è un titolo che rappresenta bene il mood mistico/occulto del disco a livello di atmosfere. Ma il titolo in sé nasce da un episodio di quando ero in vacanza in Grecia, a Corfù. Il proprietario del BnB che mi ospitava era un soggetto particolare di nome Kristos che aveva piantagioni di marijuana nel giardino privato dell’appartamento. Una sera per giustificare la sovrapposizione di due prenotazioni con un cliente disse “Sorry, there is some confusion, it’s for the full moon: Full Moon Confusion”. In quel momento ho pensato che fosse il titolo perfetto per il disco.

Perché hai sentito l’esigenza di un continuum rispetto alla pubblicazione di un disco a se stante?
Perché era materiale nuovo che si legava al disco e pensavo che i miei ascoltatori non avessero percepito al meglio la prima parte del lavoro: ho capito che sarebbe stata la scelta più adatta per spingere ancora il disco tramite musica nuova.

Che tipo di continuità c’è rispetto al disco del 2020 dal punto di vista dei contenuti o dei suoni?
Il sound è più fresco rispetto ai miei lavori precedenti sia nella prima parte che nella seconda del disco. Ci sono molte più tracce bounce, ovviamente la linea madre resta l’hip hop ma non è concentrato esclusivamente sul boom bap e anche la roba in quattro quarti del disco suona, per così dire, 2.0. Come nella prima parte, anche nella seconda ci sono tracce più party o clubbing a livello di contenuti come “Clap Clap” o “Bon Bon” e tracce più intime o conscious come “Ghost Rider”, mentre il boom bap di “Caracal” sia a livello di sound che di contenuti lega con tracce come “Black Magic”.

Mi hanno colpito molto le copertine. È chiaro che la copertina “desert edition” ha dei veri e propri richiami alle atmosfere del deserto, ma mi chiedo se esiste qualcosa dietro alla scelta delle due colours palette e, soprattutto, il simbolismo di quegli uccelli rapaci, aquile giusto?
I rapaci presenti allo shooting sono avvoltoi in realtà! Il simbolismo si rifà a un viaggio mistico notturno come può essere quello del peyote per i messicani o dell’ayahuasca per i sudamericani, e alla loro ritualistica: tramite questi si dice che entrino in contatto con entità a livello extrasensoriale. Le ali alla testa si rifanno anche alla mitologia norrena con eroi-divinità come Sigurd.

Chi ti ha aiutato a mettere in piedi questi dischi? Parlo del lato amministrativo o creativo in generale.
L’ideazione è mia ma per fortuna ho un gran team lavorativo composto da Luca Gricinella, il mio ufficio stampa di fiducia, Marta De Capoa, che mi aiuta con il lato sponsor a livello social, Filippo Giuliari, il grafico che mi ha seguito tutto il progetto, e Mattia Guolo, fotografo professionista e amico di lunga data con cui ormai collaboro da anni.

Immagino che hai registrato nello studio che hai aperto con Jack the Smoker. A proposito di questo, come vi è venuto in mente di dare vita a questo progetto insieme?
Sì, il progetto del Caveau Studios è nato sette anni fa! Jack, oltre a essere uno dei migliori artisti italiani, è anche un’ottima persona e sapeva che anch’io cercavo uno studio dunque, parlandone, abbiamo deciso di aprire l’attività insieme. Da allora, ogni anno apportiamo nuovi step e miglioramenti alla nostra realtà.

Mi pare di capire che per te l’innovazione è fondamentale. Perdonami se sbaglio, ma cosa rappresenta per te in termini pratici?
In termini pratici, a livello artistico, per me significa mantenere la mie radici e basi culturali artistiche, che sono legate all’hip hop, ma steppare sempre a livello qualitativo tecnico e di contenuti, oltre che a presentare il mio suono in una maniera che sia autentica ma attuale.

Cosa c’è di innovativo in Full Moon Confusion e nella sua nuova “Desert Edition”?
Di innovativo c’è sicuramente il mio sound: oltre alla matrice Latina – e in Italia, nella chiave rap, penso di essere l’unico se non uno dei pochi a usarla – ci sono tracce bounce come “Di troppo”, quel sound new West che nei miei lavori precedenti non avevo ancora presentato. I miei testi, invece, sono più esemplificati e più diretti, senza per questo perdere di efficacia o di carica, a mio modo di vedere… non so se innovativo sia il termine adatto ma sicuramente direi originale perché in Italia non ci sono prodotti come questo in giro.

Quali sono i punti comuni fra il Rap e il Jiu-Jitsu, che pratichi ormai da anni?
La tecnica, la disciplina e la marzialità sono tutti aspetti che puoi riportare sia al rap che al Jiu-Jitsu. Devo dire che la lotta mi permette di sviluppare il mio carattere ma anche di essere più credibile agli occhi e alle orecchie dell’ascoltatore, considerato che il mio approccio al rap è spesso di tipo aggressivo… anche se di questi tempi non so quanto possa essere rilevante per il pubblico medio.

Cosa consigli alle giovani leve di entrambi i settori?
Consiglio alle leve di entrambi i settori di mantenere uno stile di vita sano, che gli permetta di sviluppare al meglio le proprie skills, senza velleità e distrazioni, di concentrarsi sul lavoro e sull’organizzazione di esso, ma soprattutto di non mollare mai.

Come hai vissuto la pandemia dal punto di vista umano e dal punto di vista musicale? Qualcosa è cambiato in te?
Dal punto di vista umano non è stato semplice, ma penso per nessuno, anche considerato che ho preso il covid all’inizio di marzo del 2020, quindi proprio quando è cominciata la pandemia, e che non ho ancora recuperato l’olfatto. Dal punto di vista musicale non ho mai smesso di produrre e lavorare, forse anche più di prima, perché ho avuto ancora più tempo per potermi concentrare sulla produzione.

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