Il mondo di Greta Greza non ha gravità…

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Greta Battaglia, classe ‘88, ragusana e con tante cose da dire e da urlare. La sua penna non smette mai di scrivere, soprattutto quando cala il sole. “Una carezza con le unghie!”, pensai dopo aver ascoltato Le lamentele versione unplugged, brano tratto dall’omonimo EP del 2015. Si, Greta la vedo proprio così: è una carezza armata, protetta da un’armatura di cobalto, una corazza che si è dovuta creare per affrontare i duri ostacoli che la vita le ha posto durante il suo cammino. Conobbi Greta dopo un po’ di anni dall’ascolto di alcune sue tracce e dopo averla seguita in vari contest di freestyle, ancora non smette mai di stupirmi. Il suo mondo non ha gravità come cantavano i Negrita nel 2005, sempre attiva e piena di sogni e obiettivi da raggiungere. Sogna un cielo di alabastro marciando dritta per la sua strada e sono sicura che arriverà molto in alto. Battaglia di cognome e battagliera di fatto… ve la presento in questa intervista telefonica, durante un pomeriggio qualunque mentre Greta si trovava al supermercato per fare la spesa. Una scena surreale e ironica, tra una confezione di Ketchup che non voleva acquistare e una battuta dietro l’altra è uscito uno spaccato molto interessante sulla sua vita e i suoi progetti passati, presenti e futuri. Buona lettura.

Ciao Greta, come stai?
Molto bene in questo momento della mia vita (ride, n.d.r.).

Come mai?
Perché sono molto contenta, finalmente sto per completare il progetto del disco e perché la vita mi ha riservato alcune sorprese, molto carine e inaspettate, che non vedo l’ora di vivere.

Potresti anticiparmi qualcosina di queste news che hai?
Oddio, anticipare non saprei, molto è in forse, visto e considerato che inaspettatamente stanno iniziando a riaprire i teatri e i locali e si inizia a pensare ai live. Questa cosa fa ben sperare, perchè magari potrebbe toccare anche a me un eventuale tour, o eventuali occasioni, sia per quanto riguarda l’aspetto della performance sia per quanto riguarda l’aspetto delle serate e dei contest.

Per farti conoscere invece meglio dal pubblico o da chi non ha mai sentito parlare di te, o comunque, conosce poco… raccontami appunto come nasce Greta Greza, come ti sei avvicinata al rap e, soprattutto, la classica domanda, perché Greta Greza?
Allora Greta Greza nasce quando avevo 15 o 16 anni, mettiamola così. Mi ero approcciata alla danza, facevo Hip Hop, Breakdance, mi sono innamorata subito della cultura Hip Hop e di tutte le sue discipline. Quindi ho iniziato ad esplorare questo mondo, finché intorno ai 17 anni ho iniziato a scrivere i miei primi testi, a fare freestyle, dopo aver ascoltato le prima cose di rap italiano, Inoki, i Colle der Fomento, i Cor Veleno, gruppi che hanno segnato la storia, come a Milano i Dogo. Dopo averli ascoltati è nato lo stimolo fortissimo di voler scrivere e comporre testi, finché ho scritto il mio primo testo con mia cugina Fabiana. Sentii il bisogno di dare un nome a questa nuova forma artistica; finché ballavo potevo essere Greta, ma se iniziavo a rappare mi serviva un alias, un aka, e lì è arrivato Urlo, un mio amico di Modica, un breaker e writer della vecchia scuola, uno di quelli che si approcciavano a tutte le discipline. Uno dei miei primi maestri in queste cose. Un giorno incontrandomi mi disse “Tu sei Greta Greza! Non potrebbe essere altrimenti! Però Greza con una Z, perchè ricorda Gza del Wu Tan Clan!” L’assonanza dei nomi Greza e Gza ha creato lo storpiamento del greza.

Quindi il tuo Aka ti è stato assegnato
Si, nonostante ultimamente avevo pensato di eliminare le ultime due lettere del nome (Greta Grè), perché comunque mi rimane lo slingolingo e l’assonanza, ma si riduce il peso del nome, perchè in realtà il significato della parola greza deriva da grezza. Il peso che la gente gli attribuisce, come se fosse qualcosa di volgare mi è anche pesato. Mentre il Grezza appioppatomi da Urlo si riferiva alla purezza che può avere solo un diamante grezzo. Grezza, senza filtri, senza modifiche, senza scremature.

Tu sei di Ragusa, quante donne eravate all’interno della scena ragusana e catanese quando hai iniziato?
Successivamente al mio trasferimento a Catania delle prime ragazze del movimento rap, l’unica è stata Lucrezia Dea. Di Ragusa ricordo una sola ragazza partita poi per l’Australia, Saphira, che faceva freestyle track o freestyle usando anche l’inglese; purtroppo ci siamo allontanate e non abbiamo avuto modo di confrontarci. Poi c’era Dama, una ragazza di Noto con cui mi confrontavo spesso, per il resto ho continuato il mio percorso da donna che fa rap in solitaria.

Come vedi la scena Rap in Sicilia?
In Sicilia la scena rap è a chiazze: c’è una bella scena rap a Catania e a Palermo, ma in tutte le altre province o città le realtà sono davvero piccole e molto spesso vengono inglobate da realtà più grandi. Prendi il mio caso, io vengo da Ragusa, ma vengo contestualizzata comunque a Catania, come la scena dell’hinterland siciliano occidentale magari viene inglobata ed associata a quella di Palermo. Sicuramente una scena che subisce tantissimo il distacco dall’Italia, perché anche confrontandomi con gli altri colleghi abbiamo sempre subito il fatto di essere distanti dal resto d’Italia e anche dal centro del rap nazionale, che oggi potrebbe essere Milano. Anche il semplice gesto di pagare la trasferta ad un artista che deve arrivare dalla Sicilia potrebbe non convenire agli organizzatori, quindi si esclude automaticamente una possibilità. A causa del Covid, secondo me, da Roma in giù la scena relativa ad eventi o anche alla distribuzione ha subito parecchio. Al sud siamo parecchio penalizzati. Non ci sono grossi organizzatori di eventi, non ci sono equipe di management capaci di gestire i vari artisti, più o meno forti o più o meno noti. E questo è uno dei dettagli che spesso spinge anche i vari artisti ad emigrare.

Però è anche riconosciuto che soprattutto nell’ambito del freestyle a livello nazionale i migliori freestyler degli ultimi anni sono ad esempio meridionali, tra cui molti siciliani. Ed anche tu spicchi in questa disciplina. Raccontami come è nato quest’amore che ti ha portato anche ad MTV SPIT..
Il mio approccio al freestyle è iniziato una sera, da qualche mese mi ero trasferita a Catania ed ero iscritta all’Accademia di Belle Arti. Stavo molto spesso chiusa in camera a scrivere e pensare ai testi. Quella famosa sera, uscendo per un aperitivo con le coinquiline, incontro Mario Panzone, che era con la comitiva che successivamente diventò il mio gruppo di amici e fratelli. Lui mi raggiunse al tavolo e mi chiese “ma tu sei Greta Greza? Quella che balla?”. Con Panzone ci eravamo già beccati in giro per la città ai vari eventi e capitava spesso di andare a ballare insieme a Giuseppe Massimino, così mi chiese subito se facessi freestyle. Subito dopo avermi offerto uno shot di vodka, mi piazzò una birra in mano e mi spinse dentro il cypher…. Da lì nacque questa passione e divenne quasi mania… e cosi iniziai a partecipare a vari contest più o meno importanti, fino al Tecniche Perfette. Dopo il Tecniche arrivò la proposta della MTV SPIT, grazie a Mastafive, che dopo avermi notato contattò Mario Panzone chiedendogli di me e se volessi partecipare. Ovviamente la risposta fu si e ricordo che in quel periodo iniziò proprio un’ossessione per il freestyle. Uscivo solo se c’era gente disposta a fare freestyle, altrimenti non trovavo un motivo per uscire di casa. Mi bastava anche solo una persona, purché si facesse freestyle.

Con la tua musica, hai dei messaggi che cerchi di diffondere o è tutto dettato da una tua condizione personale?
Solitamente cerco sempre di mandare un messaggio, qualunque sia l’argomento trattato in un pezzo e cerco sempre di trasmettere la mia idea, la mia visione e i miei valori attraverso i testi. Ovviamente cambiano spesso, anche in base all’argomento che tratto, ai periodi, così come cambia il modo di vedere le cose. Mi è capitato di parlare di qualcosa e di riuscire a contraddirmi nel tempo, perchè nel frattempo cambio idea riguardo qualcosa e questa è una cosa che secondo me fa parte della libertà. Ma solitamente quando mi esprimo cerco sempre di avere una certezza. Tutti i pezzi che finora ho fatto sono tutti pezzi che sento, che reputo validi e contengono dei messaggi che tuttora mi appartengono e sono contenta di questa fermezza.

Entrando nell’argomento donne all’interno del rap, secondo te c’è del maschilismo?
Oddio, in alcuni ambiti parecchio. Ora stiamo iniziando a disfarcene, ma comunque ancora fino a dieci anni fa gli eventi rap erano praticamente una sagra della salsiccia, c’erano davvero poche ragazze. Ma anche l’opinione della donna era bassa, ad esempio in molti contest si è iniziato a vietare durante le battle di insultare magari la madre, la sorella o la fidanzata, che invece erano state quelle figure di riferimento accostate appunto al freestyler e che innescava un meccanismo di rabbia e offesa gratuita e costruita. Così come in tantissimi testi e dischi ci sono moltissime forme quasi di misoginia, cioè, quella visione di donna come oggetto o utile solo relativamente al sesso e questo genere di cose così… che in un certo qual modo fa figo al rapper, ma analizzando la questione non è sicuramente il modo corretto di differenziare l’uomo o la donna.

E la tua posizione a riguardo?
Questa domanda mi piace. Personalmente non mi infastidisce, perché quando riesci ad interpretare una cosa con ironia e sei consapevole del fatto che determinate figure proposte possono essere offensive o poco idonee alla visione di una donna, analizzate con ironia non occorre offendersi, a meno che non ci siano delle offese dirette con termini forti. Secondo me possono essere anche divertenti da interpretare, ma molto spesso sono causate anche dal modo che le donne hanno di porsi nei confronti degli uomini. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio. In quanto donne sappiamo quando ci comportiamo in maniera poco consona con qualcuno, con un ex ad esempio. Magari in alcuni testi rap gli uomini si sfogano un po’, ma del resto lo facciamo tutti.

Tempo fa ho visto un’intervista su YouTube dove Masito affermava che il rap in Italia non ha avuto una vera evoluzione perché mancavano le donne. Secondo te il rap non ha avuto il giusto percorso evolutivo per questo motivo?
Le donne sono sempre state desiderate, in realtà, all’interno del rap che io sappia e per quello che ho vissuto. Ad esempio io sono sempre stata ammirata, essendo donna sono stata anche motivo di confronto, di sfida, per altri rapper. La testa di un uomo solitamente ragiona in maniera diversa da quella di una donna, non sempre ovviamente. C’è sempre stata da parte della scena maschile quel desiderio di avere delle figure forti femminili con cui confrontarsi. Non ho seguito l’intervista di Masito, ma sono sicura del fatto che dal momento in cui ti vai a spulciare il mainstream italiano, trovi delle figure femminili che non rappresentano realmente il ruolo di donna all’interno del rap.

E qui ti volevo…cosa ne pensi della scena mainstream femminile?
Non riesco a cogliere alcuna ispirazione, alcuna forma di rispetto né di nulla. Mi lasciano indifferente se non addirittura infastidita, il più delle volte, per la stupidità dei testi, per la stupidità degli incastri che a volte sono proprio scritti da qualcun altro, senza citare nessuno ma sappiamo tutti di chi si sta parlando. Purtroppo per emergere bisogna molto far leva sulla rappresentazione della donna che basa la sua carriera sul concetto dell’attrazione fisica. Personaggi alla Lil’ Kim, rapper molto brava, ad esempio, che ha basato molto la sua carriera sul suo fisico piuttosto che su altri aspetti. Penso che la figura femminile vada studiata e compresa di più per capire cosa poi è in grado di generare. Solo due donne sono le mie uniche fonti di confronto e di ispirazione, ma non fanno parte della scena mainstream, Coozy di Roma e Narbe di Rimini.
Penso che una donna inserita in questo contesto debba avere una bella corazza, quel giusto modo di approcciarsi anche con i colleghi uomini, portare sicuramente qualcosa di concreto alla scena, però stiamo sempre parlando di spettacolo, e come tale ci sono cose che ‘attirano’ molto più di altre. Quindi se prima ero assolutamente contro a mostrare il corpo per attirare l’attenzione, adesso sono arrivata anche io, dopo otto anni di guerra, a capire che effettivamente il pubblico e anche l’occhio vuole la sua parte. Ciò non vuol dire necessariamente mostrarsi come soft porno, però sicuramente la cura estetica e l’evidenziare particolari dettagli sicuramente attira l’attenzione e fa piacere, sia al pubblico maschile che a quello femminile, sempre ammesso che questa cosa si sappia fare.
Mettiamola così… mi dispiacerebbe vedere una ragazzina che twerka in perizoma su Tik Tok sopra ad un mio pezzo.

Visto che il rap ormai è musica per ragazzini senti di avere responsabilità nei confronti di chi ti ascolta o pensi che un rapper o un artista in generale non dovrebbe avere questa responsabilità?
In realtà c’è un’enorme responsabilità perché sappiamo bene che un ragazzino, i cui pensieri/valori non sono ancora ben definiti, nel momento in cui ascolta un artista o ascolta un pezzo, dovrebbe essere influenzato in maniera positiva. Un rapper ha la responsabilità di fare in modo che chiunque ascolta deve poter interpretare bene quello che sta ascoltando. Non deve mai dare una visione sbagliata, potrebbe essere molto rischioso. Prendendo ad esempio l’argomento della droga, è stato spesso visto e male interpretato, perché un ragazzino che ascolta pensa che faccia molto figo fare queste cose, quando in realtà la maggior parte dei rapper che ne parlano lo fanno perché ci sono passati sopra e non ne hanno una visione positiva.. Il messaggio spesso viene interpretato male. La droga in reatà è un problema molto più grande di quello che si possa pensare. Con l’avvento della Trap molte droghe sono state passate come fighe e molti ragazzini che ascoltano i testi hanno cercato di emulare i rappers con delle conseguenze gravissime.

Noyz ha risposto in maniera opposta a questa domanda…
Un personaggio come Noyz, secondo me, con il suo Hardcore ci può stare, tocca queste tematiche, ci sono dei rischi ovviamente, ma sono scelte personali dell’artista. Sono delle responsabilità, ma anche questo fa parte del gioco, sono forme espressive. Nell’ultimo disco di Gue, l’intro è un messaggio registrato dove dice di non emulare, di non prendere come esempio questo stile di vita. Non dico che sia una paraculata per poter parlare di alcune cose, penso che sia un modo intelligente di presentare un disco e i contenuti. Un messaggio di allerta molto forte e molto bello. Il pubblico viene istruito prima dell’ascolto.

Parliamo un po’ del tuo disco che uscirà a breve…
Il disco è nato in seguito ad una proposta fatta dalla Believe, durante la quarantena e grazie ad un contest. Siamo stati in dieci a vincere questo concorso, su cinquemila partecipanti. Durante la prima quarantena, appunto, gli organizzatori mi hanno chiesto un prodotto in cambio della distribuzione, dovevo garantire il disco. Ho creato due EP durante la mia carriera: il primo è stato Le Lamentele, il secondo Ansia & Greta, che non ha quasi visto la luce perché non è mai stato completato a dovere. Sentivo il bisogno quindi di fare questa cosa, ma non avevo mai avuto la spinta giusta, quindi è nato principalmente da questo. Il disco è stato creato insieme a Peppe Serpe, detto anche JDS, che è diventato il mio producer, nonchè amico di vecchia data, un bravissimo ragazzo che ha avuto modo di vivere in Inghilterra e in Olanda e ha avuto modo di essere contaminato da altre forme di rap e di trap. Quasi tutti i beat del disco sono stati prodotti da lui, a parte quello con Fresh Jhonny, dove c’è il featuring con Velheno. Il brano “Superquarantena” invece è nato con Kanaglia, che è un altro caro amico di vecchia data. Ho due feat con JDS e di recente è nato il feat con Er Drago. Il titolo del disco si chiamerà Certe Cose che è anche il nome di una traccia con JDS. Uscirà per i primi giorni di luglio. Gli argomenti sono molto misti: ci sono pezzi più introspettivi e pezzi principalmente rap, quindi autocelebrativi, ma trattati a modo mio. L’unico tema che forse non viene trattato in maniera esplicita è l’amore, perché lo reputo un argomento delicato, dove non mi sento particolarmente pronta a sbilanciarmi per quanto riguarda le mie idee perché in realtà sono a tratti molto ciniche, a tratti molto fredde, a tratti invece sono anche storpiate dalla paura che io ho per l’amore. Nella mia vita non ho mai fatto pezzi che siano o possano essere definiti lovely, infatti non mi sento ancora pronta.

 

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