“Pelle Dura”, il nuovo EP di Chinegro. L’intervista.

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Chinegro pubblica “Pelle Dura”, il suo nuovo EP, composto da quattro brani in cui il rapper veronese di origine brasiliana si confronta con un mix di sonorità attuali che, in alcuni passaggi, creano atmosfere più aggressive rispetto ai precedenti lavori dell’artista. Anticipato dalla pubblicazione della title-track, Pelle Dura è il primo di una coppia di EP nata dal desiderio di inaugurare un nuovo percorso artistico e di rinascita personale. Le produzioni musicali sono del collettivo the Redwrds, di cui Chinegro è membro fondatore, ma è anche grazie alla collaborazione con lo studio musicale Le Pareti Sconnesse che il suono ha raggiunto un livello in cui spicca la cura dei dettagli.. La redazione di Moodmagazine ci ha scambiato due parole sul suo ritorno sulla scena.

Come ti sei approcciato alla musica? Il rap è stato il tuo primo ascolto in cuffia?
Il mio primo approccio alla musica è avvenuto da bambino, mio padre è sempre stato un amante della musica, sentivamo tanto blues e soul come, per esempio, Otis Redding, BB King, Clapton e tanti altri uniti ai Beatles e ai grandi classici italiani di Battisti, Dalla e di tanti altri. Mi ha sempre appassionato comprendere i testi e il messaggio dietro alla musica. A 8 anni mi hanno regalato una batteria e da lì ho iniziato a provare a incanalare le mie emozioni nella musica. Pochi anni più tardi ho iniziato a scrivere rime a tempo facendomi forza con un gruppetto di altri 3 miei coetanei.

Il rap ha un fortissimo legame con la scrittura. Hai sentito prima l’esigenza di scrivere e poi di provare a mettere tutto in musica o è stato un processo naturale?
Io l’ho sempre fatto partendo dalle parole, dal messaggio, dal cercare di esprimere come mi sento. Questo è sempre stato forse anche un po’ il tallone d’Achille rispetto all’evoluzione che ha avuto oggi la musica, in cui le parole stanno passando un po’ in secondo piano. Ora si guarda più la forma che il contenuto e quando hai troppa attenzione sulle parole, farle stare armonicamente su un sound senza appesantirlo diventa un processo più delicato ma ancora più stimolante

Quando hai iniziato com’era la scena Hip Hop, rap in particolare, di Verona? Com’è cambiata nel tempo?
Quando ho iniziato ad approcciarmi al rap avevo 13/14 anni, era tutto così intimo e distante. Io avevo la fortuna di essere a Verona dove il rap era già preso come una cosa seria da alcune realtà e quindi avevo un negozio storico di dischi rap come Vibra Records. Bazzicavo lì più volte e rubavo un sacco di ascolti alle release prima di scegliere bene come investire quei pochi spiccioli che avevo in tasca. Sono cresciuto vedendo gente come gli OTR, Sacre Scuole, Sottotono e tanti altri offrire differenti visioni di cosa fosse per loro il rap e per viverlo davvero prendevo i primi treni per andare ai contest di freestyle a Milano, Bologna o Torino. Nel tempo ho visto il tutto diventare più intrattenimento che sfogo personale e quindi venire meno molte cose della cultura rap che mi avevano affascinato (tra tutte il senso di coesione nel comunicare sinceramente le proprie esperienze).Ora è tutto più verso la corsa agli stream e al successo personale piuttosto che costruire davvero una cultura e una passione basata sul talento, la pratica e lo studio. Oggi se puoi comprare una traccia di Bieber o di Mars composta con attrezzature e team da milioni di dollari a 99 centesimi che valore vuoi che percepisca il pubblico della musica? Il web ha costruito un muro reale con la musica e ne ha diluito il talento e il valore rispetto a quando ho iniziato, sempre più gente fa musica perché è più semplice ma in percentuale, secondo me, in pochi ci credono davvero al punto di lavorare seriamente su se stessi e fare reali sacrifici.

Pelle Dura è il tuo nuovo EP e ultimo progetto musicale. Sono passati tre anni dal tuo album Guacamole: cos’è cambiato nel tuo processo artistico in questo periodo? Quali sono oggi le tue necessità e priorità nel fare musica?
Negli ultimi 3 anni ho lavorato tanto professionalmente e mi sono ritrovato a dover lottare per ritagliare i momenti dove dedicarmi sinceramente alla musica. Tutto questo periodo ha sviluppato una forte frustrazione in me quando magari dopo ore a scrivere di notte dovevo interrompermi per riposare per poter lavorare 12 ore in un contesto completamente opposto alla musica come i negozi o i ristoranti. In Guacamole avevo meno senso di responsabilità nella musica, era un divertimento e uno sfogo personale. Passavamo tante ore in gruppo in studio e non avevamo ben chiaro ogni dinamica per far suonare al meglio le nostre tracce. Oggi mi sento molto più esigente perché ho un approccio diverso e più maturo, non è solo musica ma è la possibilità di stabilire una connessione con qualcuno e magari aiutarlo con una tua esperienza. La mia priorità oggi rimane quella di essere sincero e trasparente nella mia musica, cercare di impegnarmi a curare con professionalità il suo sviluppo tecnico e a dire di più con meno parole e meno insicurezze. Negli anni ho ascoltato i migliori cantautori del mondo raccontarmi esperienze fantastiche insegnandomi qualcosa, io ho avuto la fortuna di vivere avventure che mi hanno insegnato tanto… ora mi sento all’altezza di raccontare le mie verità e rendere con gratitudine ciò che la vita mi sta dando, chissà non sproni qualcun altro a fare altrettanto.

Nel 2019 sei partito per Salvador de Bahia per ritrovare la tua famiglia. Durante la tua permanenza in Brasile ti sei avvicinato alla musica locale? Che cultura musicale si respira?
Il Brasile è un paese che parla di musica anche quando sta zitto, lì tutto è musica ed è impossibile non viverne l’essenza. Ritrovando la mia famiglia e vivendo con loro ho avuto la possibilità di entrare dentro quello che la musica lì trasmette. Il Forro, la samba, la bossa nova e il funk li sono solo alcune sfaccettature di personalità o carattere di chi le vive. Li non è facile come qua avere la fortuna di possedere qualcosa e per molti, in Brasile, cantare a squarciagola determinati testi di speranza e di incoraggiamento all’amore riempie il cuore e la vita. In più occasioni mi sono cimentato a improvvisare in contesti di jam per strada e si respirava un sano clima di curiosità verso nuove sonorità o culture sia da parte loro che da parte mia. Il modo di vivere la cultura musicale come un racconto di una realtà è molto forte lì e mi ha ricordato quanto la musica sia un ingrediente fondamentale per la vita di tanti e da questo scaturisce la responsabilità che si ha quando si vuole parlare a tante persone, nulla dovrebbe essere preso con leggerezza o falsità.

2022. Oggi sei qui con Pelle Dura. L’occhio dell’alligatore nella cover del tuo EP mi sembra un bel messaggio di forza e tenacia. Sei “tornato per restare”? Cosa significa per te questo EP?
Questo EP per me è la conferma che, nonostante gli anni, le delusioni e le aspettative, ora sono semplicemente riemerso dalle mie acque. Come un alligatore che non si spazientisce prima di sferrare un attacco che lo porterà a sopravvivere, ho voluto raccogliere gli insegnamenti raccolti in questi anni e gridare al mondo con forza che non bisogna mai smettere di credere nelle proprie passioni. Costi quel che costi.

I tuoi sono sempre stati lavori di squadra. Mi riferisco al tuo collettivo the Redwrds. Com’è nato? Che progetti e obiettivi avete?
Nel 2014 a seguito di esperienze lavorative in brand internazionali e a un percorso formativo nel marketing, ho capito che, per alzare qualitativamente il livello dei nostri lavori, serviva un approccio più professionale e, grazie a Plagio e a Chiqui, che curavano la parte di produzione e elaborazione del suono, abbiamo iniziato a strutturare una prima catena di montaggio per produrre la nostra musica in maniera più organizzata. Da qui mi sono appassionato a curare anche gli aspetti più legati alla brand identity della cosa, cercando di curare a 360 gradi il processo creativo e coinvolgendo anche altre figure professionali come grafici, videomaker, fonici ecc. Oggi, grazie a questo progetto, ho ritrovato la concentrazione per trasformare concretamente la nostra realtà in una hub di sostegno e collegamento tra artisti inizialmente nella zona di Verona. Nei prossimi mesi finalizzeremo i lavori per l’apertura del nostro nuovo studio multimediale “Reef Horizon”, situato in centro a Verona, e con l’obiettivo di sfruttare tutte le nozioni apprese in questi anni per creare una realtà che sia di sostegno sia a chi sta iniziando sia a chi invece è già in attività da tempo. Il nostro obiettivo è quello di creare una realtà che alimenti e sostenga il lavoro artistico e ne evidenzi gli aspetti positivi dati dalla collaborazione tra realtà differenti.

“Pelle Dura”, “Cinque Stelle” “Porsche Carrera” e “Torpedo” è la tracklist dell’EP. Come sono nati i brani? è nata da subito la scelta di fare un EP o doveva/voleva essere altro?
Ho sempre vissuto molto intimamente la musica e utilizzarla come un canale di comunicazione con il mondo esterno mi ha sempre creato un senso di forte responsabilità. Fare musica per me è come una relazione, ci si ama, ci si odia, non ci si parla per tanto tempo a volte e, quando ci si riguarda negli occhi, si ha quella sensazione di insicurezza a volte, come gli innamorati che pensano troppo alla prima cosa da dirsi. Dopo un periodo di inattività mi sono reso conto che avevo di nuovo qualcosa da raccontare e da trasmettere e ho iniziato scrivendo la title Track “Pelle dura”. All’inizio il brano era composto da più strofe e volevo fosse un singolo per gridare al mondo che non mollavo, che ero ancora qui a credere nella mia passione. A un certo punto però ho pensato che il mio “ritorno” in attività dovesse essere più maturo, più completo e che fosse giusto raccontare più sfaccettature del mio nuovo io. Oggi penso che tutto è sempre più veloce, che la nostra soglia dell’attenzione sia sempre più limitata, ero indeciso tra 3 e 4 tracce massimo per iniziare questo nuovo capitolo della mia storia d’amore musicale e alla fine abbiamo optato per un 3 e mezzo, un piccolo viaggio dove differenti sonorità si alternano tra riflessioni, tecnica, lifestyle e aspettative.

Cosa ti hanno lasciato, musicalmente e umanamente, i tuoi viaggi in giro per il mondo? L’Italia è una fermata temporanea o hai in progetto di rimanere? Come vedi il rap in Italia oggi?Credo che al mondo non ci sia cosa più preziosa di potersi confrontare con ciò che a volte può scoprirsi molto distante da noi, il diverso mi ha sempre affascinato e mi ha fornito sia umanamente che musicalmente delle nuove chiavi di lettura. A volte anche solo scoprire cosa non ci fa stare bene o sentire a nostro agio è un’occasione per crescere e mettersi alla prova, per lottare verso ciò che invece ci piace. Spostarmi è sempre stato insito nella mia natura e credo di aver perso il mio senso di attaccamento a un luogo preciso il giorno in cui da piccolo ho lasciato il Brasile e le mie origini, da lì ho maturato uno spirito molto aperto al cambiamento. Al momento ho in progetto di avviare in Italia delle realtà in grado di darmi lo slancio di poter realizzare in ambito sociale un mio progetto e, sogno nel cassetto, in Brasile  con la mia famiglia. Il rap in Italia oggi lo vedo con un enorme potenziale, come se trasudasse un desiderio di tornare a fare le cose sul serio e mettersi in gioco. Molti artisti affermati nell’ultimo periodo hanno dato prova di tecnica e tenacia e hanno evidenziato a mio parere un forte divario tra chi ha più esperienza e chi ne ha meno proprio in termini tecnici di capacità di scrittura e ricerca stilistica. Il mondo si sta rimpicciolendo e anche l’Italia ora sta avendo una maggiore attenzione internazionalmente, credo che oggi la gente non abbia più bisogno di nuova musica, è satura di nuova musica ma spesso ne riconosce spesso la pochezza di contenuti. La gente non cerca nuova musica ma ha fame di vivere emozioni e penso che questo sia un periodo di leggera schiarita nel buio di mediocrità che spesso avvolge il web, dove ora chi ha qualcosa da dire penso debba cogliere il momento di lottare per dirlo.

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