Journey Into Sound! L’intervista a The Next One

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The Next One non ha certo bisogno di presentazioni, è una delle personalità più importanti ed influenti dell’Hip Hop in Italia, dagli albori fino ad oggi, e se siete su questo sito probabilmente non c’è bisogno di aggiungere altro. Tuttavia, se la sua attività come breaker è riconosciuta a livello universale, quella musicale a nostro parere è stata per lungo tempo sottovalutata: sia come dj, che come beatmaker. L’uscita di questo suo primo album solista The Beats And The Abstract Tour (Journey Into Sound!), ad esempio, è stata colpevolmente trascurata da molti media di settore. E sinceramente non riusciamo a capire il perché.
Fin dai tempi di Dritto Dal Cuore infatti, seminale album dei The Next Diffusion, del 1995 – un lavoro che ancora oggi suona freschissimo, soprattutto dal punto di vista delle produzioni – The Next One porta avanti la sua ricerca su un suono classico e potente, aperto a varie influenze. Da qualche anno inoltre ha trovato su Bandcamp una collocazione ottimale, che gli consente di pubblicare vari Ep e tracce singole, con una cura estrema su ogni dettaglio (ci sono anche un sacco di chicche del passato).
The Beats And The Abstract Tour chiude questo cerchio, e apre nuove prospettive. È un disco grandioso e, pur essendo un disco tutto strumentale, racconta più cose della maggior parte dei dischi rap che escono ogni anno. Purtroppo è in formato per ora solo digitale, speriamo in un’uscita su vinile.
Lo abbiamo contattato in videochiamata per farci raccontare qualcosa in più sulla gestazione dell’album, e sulla sua attività. Lui ci ha risposto da una postazione circondata dai suoi dischi, il leggendario Beats4LifeSTUDIO.

Quando uno pronuncia il nome The Next One automaticamente viene in mente il breaking. La tua attività come beatmaker e dj è probabilmente meno nota rispetto a quella di ballerino. Come mai ti è venuto in mente di fare uscire un disco proprio oggi?
L’intento era quello di produrre un documento, un documento che rimanga poi accessibile per il pubblico, credo sia un po’ il desiderio che ogni musicista si porta dietro. Per me tuttavia non è mai stata una priorità, perlomeno non nel senso di una dimostrazione che attestasse la rilevanza del mio lavoro, o della mia presenza sulla scena. In generale la mia attività di beatmaker è sempre stata parallela alle altre che stavo portando avanti, e anche se dal di fuori questa poteva apparire secondaria, ti posso assicurare che non è così. Per me è sempre stato Hip Hop fin dall’inizio, e tutto quello che ho assorbito dalla Cultura ho voluto poi riversarlo al di fuori, in maniera diversa, in base ai momenti e alle opportunità. Il disco nasce da quel desiderio lì, che è cominciato tanto tempo fa, ma non mi è mai interessato di fare un disco tanto per fare, come una semplice compilation di tracce.
Pur essendo molto prolifico – da quando ho cominciato, nel lontano 1987, ho accumulato una considerevole mole di materiale – il mio cruccio è sempre stato quello di riuscire a dare una forma coerente al tutto. Per questo spesso sono andato in crisi, perché magari amici venivano in studio, ascoltavano le cose, si prendevano bene e mi dicevano di farle uscire. Io però non avevo ancora trovato la formula che mi convincesse appieno.

E qual è stata la molla che ti ha fatto fare lo scatto decisivo?
Guarda, l’idea mi è venuta il giorno prima del mio compleanno. In sei ore ho fatto tutto. Mi sono reso conto che non dovevo assemblare un disco riassuntivo: dovevo piuttosto scrivere il primo capitolo di un racconto più ampio, di cui questo sarebbe stato il punto di partenza.
Qui mi sono venute in aiuto anche le mie esperienze pre-Hip Hop, ad esempio quelle coi fumetti, la Marvel, che sono sempre stati una grande fonte d’ispirazione.
Una volta intuito questo è stato facile capire cosa e come volevo raccontare, e quindi selezionare il materiale più adatto.
Tra l’altro, a dirti la verità, le tracce del disco non sono neanche le cose che a livello tecnico più mi rappresentano in assoluto, però sono le più funzionali a questo viaggio.

Oltre al suono, mi sembra che ci sia una grossa cura anche nelle parole, nella scelta dei titoli dei brani, come se ogni lettera fosse soppesata all’interno di un contesto. È stata una scelta voluta, giusto?
Esattamente. È tutto collegato. Ogni titolo non solo è ispirato al mood della composizione, bensì contiene un elemento che probabilmente tornerà utile in un momento successivo, come riferimento. Il disco è una sorta di video-racconto in musica. Più che un disco di rappresentazione è, come dicevo, un viaggio; un viaggio dentro ai suoni, dentro alle frequenze.
Ogni brano inoltre può essere letto su vari livelli, così che ogni appassionato, se avrà tempo e voglia, potrà cercare di coglierne appieno tutte le sfumature.

Quindi possiamo ipotizzare The Beats And The Abstract Tour (Journey Into Sound!) come un punto di partenza da cui poi iniziare a pubblicare tutto il materiale che hai raccolto negli anni?
Guarda, nel tempo credo di aver sviluppato il metodo e la tecnica giusta per poter realmente raccontare chi sono io, e quello che mi anima, a livello musicale. Con The Beats And The Abstract Tour ci tenevo a raccontare alcune determinate cose, anche per far sentire a più gente possibile alcune produzioni che avevano ascoltato solo persone che magari erano venute a trovarmi in studio. Prima probabilmente avrei buttato fuori dei brani senza un filo logico tra loro. Quindi sì, in un certo senso è un punto di partenza.

Hai una collezione di dischi vastissima. Che rapporto c’è tra il collezionismo e il tuo fare musica?
Il collezionismo è una conseguenza. I dischi che possiedo non sono il frutto di un accumulo sfrenato, in base alla quantità. È un riflesso. La mia curiosità per fortuna continua ad essere molto forte, sono ancora animato dalla voglia di ricercare, come se fosse il primo giorno. A me piace lasciarmi trasportare dalle robe che mi parlano. A volte sono delle canzoni, a volte dei suoni, delle frequenze. I miei dischi sono come la mia biblioteca. Per questo ho voluto che il mio studio nascesse in questo involucro (indica le pareti dello studio, ndr), perché se mentre ascolto un pezzo mi viene alla mente un collegamento con qualcos’altro, posso subito ritrovarlo tra gli scaffali.

Hai mai avuto nel tuo percorso un momento di stanca, come se la passione fosse calata?
Non proprio. Però ho avuto dei momenti in cui ho dovuto dire basta ad alcune dinamiche che non erano salutari, al fine di mantenere accesa quella passione che mi ha sempre contraddistinto. Ti faccio un esempio: il dover star dietro necessariamente alle novità, a quello che secondo gli altri erano le formule giuste; oppure il dover star dietro alle etichettizzazioni, al fine di far comprendere meglio quello che volevi dire o volevi fare. Tutto questo credo sia stancante. Io semplicemente mi son detto basta, e ho deciso di sprecare meno energie in cose che non rappresentano ciò che provo. Io non credo né nel vecchio, né nel nuovo: io credo che se veicoli qualcosa che parte da dentro, sinceramente, è sempre qualcosa di nuovo. È un’opportunità per rinnovarsi, giorno dopo giorno. Io faccio i beats che decido io, quando lo voglio io, magari qualcuno può dire “guarda, quella roba non la fa più nessuno, è il passato” ma a me non mi interessa, io voglio fare quello! Ho dedicato la mia vita a fare quello! E ci sarà qualcun altro che porterà avanti un altro discorso, com’è naturale che sia.

Una delle parole del titolo che più mi ha colpito è “Abstract”. Che ruolo ha l’astrazione nella tua vita?
Innanzitutto sono un Acquario (risate, ndr), un motivo ci sarà! E comunque ritengo fondamentali sia l’astrazione, che la riflessività. È un po’ come nella musica: il silenzio che precede la nota è importante quanto la nota stessa, perché in un certo senso ne prepara il manifestarsi, gli offre lo spazio. Le mie – chiamiamole così – conquiste personali sono derivate appunto da questi momenti di riflessione.
Quando ho iniziato a ballare, inoltre, non avendo modelli di riferimento al mio fianco, ho sempre cercato con la visione e l’immaginazione di intuire determinati movimenti. Il gesto diventa un gesto quando tu riesci ad intrappolare le tue emozioni all’interno. Magari gli altri notano solo la parte esteriore, ma in realtà è quello che tu ci hai incanalato dentro con la riflessione che produce quel magnetismo.

Di contrasto: qual è il rapporto con il tuo corpo? Hai fatto per tanti anni un’attività in cui l’atletismo è fondamentale: come vivi ora, ad esempio, l’invecchiamento?
Innanzitutto non lo vivo come un dramma. Proprio perché, come dicevamo prima, grazie alla riflessione mi ero già preparato ad affrontare questa sfida. Quello che mi sta accadendo adesso, che ho 52 anni, sono cose che avevo già intuito anni fa, e nel frattempo ho avuto tempo per prepararmi ad accettare l’invecchiamento organicamente, in maniera naturale. Ciò che ho imparato nel ballo riesco ancora a farlo, perché ho dedicato tantissimo tempo a dettagli che gli altri non potevano percepire, e per altri intendo qui gli spettatori in generale. Dettagli quali il lavoro sull’equilibrio, la qualità del movimento, il controllo della forza e al contempo quelle che sono le stratificazioni e la dimensionalità nello spazio. Queste cose fanno più parte della scienza e della fisica e sono meno evidenti alla parte dell’intrattenimento e della dimostrazione. I miei studi, già dagli anni ’80, si sono focalizzati su questo, sull’organicità del gesto. La scuola che mi ha preparato – ossia la Cultura Hip Hop – mi ha insegnato che dovevo arrivare ad essere abbastanza eloquente, al fine di rendere visibile anche ciò che era la parte nascosta, che è quello che poi rende davvero potente il tuo messaggio. E così come io ballo, io suono. Ascolto ciò che quel suono mi dice, e creo un collegamento, la mia conoscenza si limita a fare da tramite.

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