DirtyGun, l’intervista

Da circa un mese è uscito il nuovo album di DirtyGun, Bunny Hope, disponibile in streaming su Spotify e su tutti i digital store. Tredici tracce che nascono dall’urgenza di narrare la situazione della propria generazione, in tempi disorientanti come quelli odierni privi di riferimenti e con pochissimi spazi per le proprie ambizioni. Un disco, frutto di un intenso lavoro durato oltre tre anni, che si nutre soprattutto di realtà, denunciando la marginalità delle periferie e fuggendo dalla ripetitività e dalla superficialità di luoghi oramai comuni come l’estenuante ricerca del successo, i tentativi accaniti di “fare soldi”, lo sterile rifugiarsi nelle droghe. L’uscita del disco è stato un pretesto per farci raccontare il suo percorso e focalizzarci anche sul presente, naturalmente.

Tra domanda facile e domanda banale, il confine è davvero troppo labile… a volte però è essenziale per partire: chi è Dirtygun?
Beh, Dirtygun è un ragazzo come tanti che nasce al margine di un contesto non troppo favorevole. Ha ancora la visione dell’hip hop dei 90′ ma con un orecchio di chi ha vissuto i festival techno e le chitarre del rock. Mi reputo uno che non millanta cose che non esistono pur di creare un personaggio, vivo la musica e i live da anni quindi mi reputo più un rapper da palco che da studio.

Classe 1993, hai iniziato giovanissimo con i primi mixtape ed hai alle spalle già diversi lavori, compreso il tuo esordio ufficiale Monoplatta, anni di grazia 2015. Ora è il turno di Bunny Hope. Rispetto al tuo esordio, quindi, se guardi dietro di te cosa è cambiato? E’ possibile fare parallelismi?
Guarda, é un progetto totalmente diverso rispetto ai precedenti se dovessi trovare un collegamento sarebbe sicuro il concetto di autoproduzione che c’é in Monoplatta e l‘urgenza di scrivere di Tempo perso, il primo disco mixtape serio del 2012

Parliamo di Bunny Hope ovviamente, partendo proprio dal titolo: come lo hai scelto? Io conosco un trick per le mountain bike che ha questo nome, non so quanto sia evocativo però…
Il mio inizio nell’hip hop e collegato con la Bmx, a Capua avevamo il Relax, al tempo un ritrovo per bikers e skater e fu proprio quel luogo la prima volta che arrivarono a me i primi boom bap e capii che il colore di questa nuova musica era per me l’unico nel grigio che mi circondava. Erano anni difficili, il 2005, si sentiva molto il peso della piccola città nel triangolo delle Bermuda del casertano, e Bunny Hope parla proprio di quel salto, la prima cosa che impari, il primo passo o se vogliamo un ritorno alle origini.

Nel disco alterni momenti di consapevolezza, rabbia, verità, ma anche molto altro: per esempio c’è anche molta ironia, forse il mondo più efficace per combattere e andare avanti… Sei d’accordo?
Sono molto autoironico, il sarcasmo è una bella arma ma non è quella più efficiente soprattutto in realtà difficili. Certe porte purtroppo possono essere sfondate solo con la rabbia giusta.

Ho gradito molto, correggimi se sbaglio, che in Bunny Hope non ci sia una canzone trainante e il resto costruito come puro contorno ad essa. O meglio, ci sono diversi banger ma le altre tracce non sembrano messe lì per fare semplice minutaggio, come succede talvolta. Se dovessi trovare un filo conduttore del disco?
Unire forma e sostanza é stato fondamentale come uscire dal concetto di album odierno. Oggi si produce una hit e si crea un contesto attorno al personaggio e all’album, io ho cercato di far si che l’album fosse il prodotto del personaggio in un determinato contesto sociale e geografico ma che raccomuna un po’ tutta la realta provinciale dello stivale.

Parliamo dei featuring, come hai scelto con chi collaborare? Basandoti sulla stima artistica o guardando ad una una visione d’insieme?
Nel disco ci sono persone con cui sto lavorando anche a ulteriori progetti come Dave Scaleeno (PDO) e Disastro Loco (Hermano Loco) che hanno dato il tocco della vecchia scuola delle mie parti. Poi ho deciso di premiare due che sono tra i giovani della provincia che seguo da quando sono minorenni com Slyrec e Reybull, nomi che possono essere poco noti ma secondo me con un’attitudine forte. Uppeach è il producer ufficiale della Familia ed era da molto che volevamo cacciare un pezzo del genere… Alfredo Parolino è un chitarrista d’esperienza e ha dato il colore rock che cercavo in alcune tracce.

 

L’album è autoprodotto, e già questo in tempi come quelli odierni è un grosso punto a favore. Quanto è stato difficile coincidere l’aspetto “imprenditoriale” della cosa con quello creativo? Con quali difficoltà hai dovuto scontrarti?
Mi ritrovo in una fase dove lavoro più per gli altri che per me. Lavorando nel mio home studio curo moltissimi lavori che escono dalla provincia e questo mi ruba molto tempo da poter impiegare nella scrittura che lascio mi venga a prendere per la mano. Le difficoltà ci sono e non sono poche soprattutto perchè ci metti la faccia due volte quando consegni un beat o un pezzo. Contando che per dodici anni ho fatto 1000 tipi di lavori, ho avuto qualche problemino con la legge e quello che ho imparato per la faccenda studio l’ho imparato da autodidatta, mi ritengo abbastanza premiato, diciamo cosi.

“Non vengo né da Napoli né da Milano, impari la vita qui scansando i fossi, se c’avevo anch’io più soldi si mi laureavo” canti nel pezzo simbolo “Malossi”. Parliamo quindi di Caserta e poi allarghiamoci alla provincia e al territorio da dove provieni. Hai avuto modo di viaggiare, quindi di sicuro hai il “termometro” della situazione. Ed hai anche avuto una pausa artistica durata qualche tempo. Quanto è difficile lavorare qui?
Il problema più grande qui è la depressione, la gente ha perso la fiducia nelle istituzioni e i ragazzi non credono di avere futuro. A 18 anni sono partito per Londra, 8 anni fa esattamente, prima di partire spacciavo per portare soldi velocemente a casa, il lavoro non c’era. Mio padre era in cassa integrazione e le entrate erano poche e l’unica cosa che mi rimase da fare per evitare di finire dentro fu partire e cambiare vita. Qua è difficile ma non impossibile, è inaccettabile il dislivello che c’è tra gli stipendi del sud e quelli del Nord Italia o del Nord Europa, questo fa capire come è più facile per il sistema trovare manovalanza e per l’Italia vedere talenti fuggire via.

Molti tuoi colleghi conterranei hanno scelto il dialetto come “codice espressivo”, tu hai cercato sempre di alternare entrambe le lingue per comunicare. Da cosa è dettata questa scelta?
Bipolarismo credo (ride n.d.r.)…. Per far arrivare certi concetti c’è bisogno del giusto mezzo, credo che quello che puoi esprimere con il dialetto è diverso rispetto a quello che esprime l’italiano. Poi le barriere si rompono, da noi si dice “nun te preoccupa’ che e’ na maner c’ facimm capì”

Cosa è Homicidial familia? Una etichetta? Una crew?
È una crew che adesso è un po sparsa per l’Italia sempre per vie musicali, fu un faro in un momento che non era florido come questo per il rap in italia. Abbiamo portato in provincia realta come Illa j, Dope Dod, Kaos, Colle, Inoki, il Tecniche Perfette e altre 1000 che non sto ad elencare. Dal 2015 siamo una label e il concetto dell’omino che distribuisce musica indipendente un po’ ovunque partendo da Capua e finendo a Londra non può cambiare le cose, illudersi di ciò sarebbe abbastanza presuntuoso. Ma gli artisti hanno un ruolo importante ed una grande responsabilità nella comunicazione di valori e contenuti. Quanto disagio provi ad ascoltare certi tuoi coetanei “celebrare” senza nessuna responsabilità concetti discutibili come soldi e droga? Guarda, alcune tracce di questo disco le ho scritte mentre uscivo da una dipendenza che stava quasi per uccidere ciò che di umano c’é in me. Sappiamo che anche la buonanima di Notorius ti spiegava i dieci comandamenti ma dentro c’era un altra chiave di lettura. La droga è sempre stata celebrata ma non con tutta questa devozione come sta accadendo in italia, se sei un artista con un pubblico di una fascia di età che non arriva nemmeno a 18 anni non puoi permetterti di sponsorizzare l’eroina in un tuo video, non sei trasgressivo, “par’ o frate” (locuzione dialettale abbastanza colorita che a significare quanto sei un coglione n.d.r.)

Siamo in chiusura: come e dove proseguirà il tuo percorso artistico? Dove pensi ti possa portare Bunny Hope?
Un bunny hope ti fa fare un salto per raggiungere un nuovo spot dove poter sperimentare nuovi trick, continuerò a fare beat e progetti nuovi ma per il 2020 voglio concentrarmi per fare tanta buona musica e trovare spazio.

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