RIDER. Un film che si ascolta, un disco che si vede. Scritto, diretto e composto da DADE & ROAN, il progetto nasce dall’incontro tra cinema e musica e sceglie di far dialogare i due linguaggi fino a renderli quasi inseparabili. La colonna sonora, disponibile dal 2 ottobre in digitale e in vinile, non si limita infatti ad accompagnare le immagini, ma diventa parte integrante della narrazione, mentre il film arriverà nelle sale l’8 ottobre.Al centro della storia c’è Sami, un giovane rider che, nella notte di Capodanno, si mette in viaggio per quella che dovrebbe essere la sua ultima consegna. Attraversando una Milano notturna fatta di periferie e centro, incontri e contrasti, il suo percorso diventa qualcosa di molto più profondo di un semplice tragitto: un viaggio umano fatto di scelte, errori, sentimenti e conseguenze.raccontarlo è il rap, scelto per la sua capacità di fare storytelling, di utilizzare le parole come parte della narrazione e di seguire il ritmo delle immagini senza mai diventare un semplice accompagnamento. È proprio da questa intuizione che prende forma Rider, un progetto nato quattro anni fa e cresciuto attraverso un continuo scambio tra musica e cinema, fino a portare sullo stesso set musicisti, attori e artisti provenienti da mondi diversi.Abbiamo incontrato DADE per parlare della nascita del progetto, dell’incontro con Roan, della scelta del rap come voce della storia, della Milano raccontata attraverso gli occhi di un rider e della sfida di passare dalla sala di produzione al set cinematografico. Un percorso che lo ha portato a confrontarsi con un linguaggio nuovo, imparando anche qualcosa che, come ci racconta, non aveva ancora imparato in quasi cinquant’anni di vita: la pazienza e l’arte di delegare.
Ho visto il film e mi è piaciuto moltissimo! Essendo un appassionata di musica rap, ho trovato particolarmente interessante il ruolo che la musica ha nel film: non è una semplice colonna sonora, ma è presente senza mai essere invasiva, scorre insieme alle immagini e aggiunge qualcosa in più alla storia. La scelta del rap sembra quasi diventare un modo per raccontare il film stesso.Partirei proprio da qui: quando hai incontrato Roan, che ti ha parlato del progetto di Rider, cosa hai visto in questa storia che ti ha fatto pensare che il rap fosse la voce giusta per raccontarla?
Grazie per la domanda, sei la prima persona che me la fa in maniera così precisa! Quando ho incontrato Roan, lui aveva l’esigenza di scrivere delle canzoni, ma allo stesso tempo aveva tra le mani una sceneggiatura e quindi c’era già un’idea narrativa molto forte da cui partire. Io gli dissi:«A me piacerebbe stare dall’altra parte della macchina da presa. Perché non proviamo a fare qualcosa che unisca le nostre arti?».Quel giorno stesso ci siamo messi a parlare del progetto e abbiamo iniziato un primo brainstorming durato circa dieci ore, durante il quale ci siamo buttati addosso idee, suggestioni e possibili direzioni. A un certo punto gli ho detto:«Senti, Roan, secondo me l’unica voce che può raccontare questa storia attraverso la musica è il rap».
Il motivo è legato soprattutto allo storytelling. Qui c’era una storia da raccontare, con dei personaggi, delle situazioni e un percorso narrativo, e avevamo bisogno di una forma musicale che ci permettesse di utilizzare tante parole senza perdere ritmo e intensità. Il rap, per sua natura, ha proprio questa capacità: può raccontare, descrivere, entrare nei dettagli e portare avanti una narrazione attraverso le parole. Io, tra l’altro, sono sempre stato un grande amante del rap storytelling, quindi per me è stato quasi naturale pensare che quella fosse la direzione giusta. Ho detto: «Dobbiamo partire da qua». E da quel momento abbiamo iniziato a costruire tutto il progetto, cercando di far dialogare la storia del film con la musica e di fare in modo che il rap non fosse semplicemente un accompagnamento, ma diventasse una vera e propria voce narrativa del film.
Il titoloRidernasce dal lavoro del protagonista, Sami, ma nel film diventa anche una metafora: qualcuno che si muove, attraversa spazi e, nel percorso, cambia. Quanto era importante per voi che una parola così concreta diventasse anche il simbolo del viaggio del protagonista?
È stata fondamentale la tenacia, ma soprattutto la forza con cui Sami affronta quella notte. Mancano venti minuti a mezzanotte e, nonostante tutto, lui dice:«No, io devo fare l’ultima consegna e poi arrivo». In quella frase c’è già molto del personaggio: il senso del dovere, la necessità di andare avanti e la consapevolezza che quel lavoro rappresenta per lui un modo per sopravvivere.
Il rider è un lavoro usurante, stressante e spesso sottopagato, ma molti ragazzi lo fanno perché ne hanno bisogno, perché devono mantenersi e andare avanti. Sami parte da questa realtà molto concreta e attraversa la città mentre tutto intorno a lui si prepara a festeggiare. Ci piaceva l’idea che proprio in quella notte, apparentemente dedicata alla festa, potesse accadere qualcosa di completamente inaspettato. Per la prima volta Sami affronta quel viaggio con il cuore davvero libero, perché si è innamorato a prima vista. Il suo percorso, quindi, non è più soltanto quello di un ragazzo che deve portare a termine una consegna, ma di qualcuno che decide di mettersi in gioco e seguire ciò che sente. Abbiamo scelto il mestiere del rider anche per ragioni cinematografiche: ci permetteva di attraversare Milano di notte e mostrare luoghi e realtà molto diverse, dalla periferia al centro, dalle zone più povere a quelle più ricche. Sami diventa così il filo conduttore attraverso cui questi mondi entrano in contatto.
E poi c’è il titolo,Rider, che abbiamo difeso con forza. In italiano significa letteralmentecavaliere, e questa dimensione ci piaceva molto perché, nel corso della notte, Sami diventa davvero una sorta di cavaliere: nel rapporto con la ragazza che cerca di salvare, ma anche con il suo amico. In fondo, Sami è un ragazzo con principi molto sani, che cerca di comportarsi secondo ciò che ritiene giusto. Commette un errore, e dovrà affrontarne le conseguenze, ma senza rinnegare se stesso e senza abbassare la testa. Per questo Rider per noi rappresenta molto più del suo mestiere: racconta il viaggio fisico attraverso Milano, ma soprattutto quello umano che compie nel corso di quella notte.
In qualche modo anche il tuo percorso è simile a quello di un rider: sei un musicista, un producer e adesso autore e regista. Ti riconosci nell’idea di attraversare linguaggi diversi senza fermarti in uno solo?
Mi ci riconosco in pieno! Credo sia al contempo il mio più grande pregio e il mio più grande difetto. Mia madre me lo dice sempre da quando ero piccolo: sono il classico tipo che se gli dici di fare una cosa, non la fa. Ho una repulsione per la disciplina rigida e mi annoio facilmente. Tutte le arti che sto attraversando — la musica, la pittura, il cinema, la musica dal vivo — non le faccio per le arti in sé, ma per una necessità ancestrale di creare e lasciare una traccia di me in questo mondo. Affronto tutti i miei percorsi con questo spirito.
Tu e Roan avete due percorsi diversi: lui fa il regista e tu sei un musicista. Cosa avete riconosciuto l’uno nell’altro quando vi siete incontrati?
Ci siamo conosciuti tramite Margherita Vicario, venuta in studio da me insieme a lui per registrare un brano per il suo film. Dopo dieci minuti che ci eravamo presentati, sembravamo due amici di vecchia data, come se fosse mio fratello. Di lui mi ha colpito l’entusiasmo: eravamo come due bambini in studio a pensare a questo film, ci stavamo divertendo come i pazzi senza pensare ai problemi o a come sarebbe andata. Ci abbiamo creduto così tanto che a un certo punto ci siamo detti: “Se non troveremo nessuno che ci crede, lo faremo con l’iPhone!”. Poi ti dico, abbiamo litigato anche parecchio durante questi quattro anni… lavorare insieme porta anche a dei momenti di scontro. In un paio di occasioni il progetto èmorto ed è stato persino sepolto, ma poi il destino ci ha rimesso sulla strada giusta e il giorno dopo ci siamo detti: “Andiamo avanti”.
Rider vive in un territorio di confine tra cinema e musica. È stato difficile distinguere dove finisse il lavoro da musicista e dove iniziasse quello da regista?
In realtà non è stato così difficile, perché quando siamo arrivati sul set le canzoni erano già pronte. Il mio grande apporto musicale si è concluso il primo giorno di set. Da lì ho detto: “Vabbè, adesso inizia il momento di divertirsi davvero”. E invece ho capito che non sapevo niente di cinema! La prima settimana l’ho passata chiuso in me stesso a guardare ogni singola cosa per capire le dinamiche. La troupe mi ha aiutato molto e, come dicono tanti grandi artisti, il cinema lo impari facendolo in una settimana. Dalla seconda settimana in poi è cambiato qualcosa: ho capito cosa dovevo fare e ho iniziato a fare il regista. È stato un mese formativo e bellissimo, in cui credo di aver imparato quanto si impara in cinque anni di master.
Nel film la musica fa parte della narrazione e anche gli attori si sono dovuti confrontare con la metrica e il testo in rima. Cosa cambia nella recitazione quando una battuta diventa musica?
Cambia tanto! Toglie una delle cose più importanti per un attore, cioè la capacità di improvvisare. Molto spesso sul set prova a cambiare una battuta per farla sua, ma noi dovevamo dirgli: “Bellissimo, però non fa rima!”. Dalla seconda settimana in poi, però, persino la troupe parlava quasi in rima dopo che si stoppava il ciak! Molto spesso gli attori hanno fatto rime improvvisate persino migliori di quelle che avevamo scritto noi. È stato stancante ma divertente e stimolante.
E come hai scelto gli artisti e le personalità da coinvolgere? È stato difficile far convivere più personalità?
Sono andato a pescare nel mio privato, tra le amicizie. Quando ho pensato al tassista che doveva raccontare la Milano della notte di Capodanno, ho pensato ad Ensi. Quando ho pensato all’amico che ti salva dalle situazioni difficili, ho pensato a Johnny Marsiglia, perché lui è proprio così. Tutti i personaggi sono nati da questo, non sono mai andato a prendere qualcuno solo perché era in classifica. È nato prima il personaggio e poi ho pensato al cantante, spiegandogli che avrebbe dovuto recitare.
C’è stato qualcuno che vi ha dato un supporto in più o vi ha fatto cambiare idea su qualcosa?
Nessuno mi ha ostacolato, anzi l’apporto degli artisti è stato d’ispirazione. Quando sono andato da Ensi gli ho spiegato la situazione: due ragazzi che entrano nel taxi alle due di notte e lui che descrive Milano. A tutti i cantanti davamo un catalogo di immagini della scena e loro le trasformavano in rime. È stato un lavoro al contrario: hanno messo da parte l’ego tipico del rap dove si parla di sé e si sono messi al servizio della storia. Per loro è stato liberatorio.
Nel film c’è anche Claudio Santamaria in un ruolo pazzesco. Com’è nata la collaborazione con lui?
In origine quel ruolo non doveva essere il padre, ma un fratello maggiore. Per varie vicissitudini non siamo riusciti a chiudere con gli altri artisti a cui avevamo pensato, così con Roan ci siamo detti: “Prendiamo un attore e facciamolo cantare”. Abbiamo pensato subito a Claudio. Però Roan mi ha fatto notare che era troppo grande per fare il fratello, doveva essere il padre. Abbiamo dovuto riscrivere la storia del personaggio, un uomo stato in galera che aveva abbandonato il figlio. Glielo abbiamo proposto e lui ha detto: “Siete due pazzi criminali, ma mi piace tantissimo l’idea!”.Era felicissimo, ci ha dato a disposizione un pomeriggio e in quel tempo abbiamo girato tutte le sue sei scene. Sul set ho capito cosa significa avere davanti un grande attore: buona la prima su tutto, antenne alzate, capiva subito ogni indicazione. Un vero professionista.
Milano sembra quasi un personaggio del film, raccontata attraverso lo sguardo di chi la attraversa per lavoro. Cosa avete scoperto della città dal punto di vista di un rider?
Abbiamo scoperto quello che poi raccontiamo nella canzone di Ensi: quanto questa città possa offrirti una via di fuga, ma chiedendoti sempre il conto. È una città bellissima e piena di possibilità, ma che non si affeziona: ti porta in alto e poi ti riporta giù, ti premia solo se funzioni, altrimenti ti spreme e ti abbandona. Il lavoro del rider è devastante, tra il freddo, le buche e il traffico. Per quello abbiamo scelto di raccontare questo punto di vista.
Alla fine di questo percorso, cosa ti ha insegnato Rider che non avevi ancora imparato come musicista e producer?
Due cose che non avevo mai imparato in quasi cinquant’anni di vita: la pazienza e l’imparare a delegare. Io sono un maniaco del controllo, ma quando fai un film non sei da solo in studio a fare una hit in mezz’ora. Devi stare fermo, avere pazienza e ascoltare centinaia di persone che ne sanno più di te su aspetti come i costumi o la fotografia. Ringrazio Rider per avermelo insegnato.
Ci saranno altri progetti simili in futuro?
Ne vorrei fare altri cento! Il cervello sta già macinando idee, non so se ce la farò ma mi piacerebbe molto.


