È nato dalle porte lasciate aperte da “The Wormhole”, ha trovato nutrimento nella “Fondazione” di Asimov e nella figura di Aleister Crowley, ma soprattutto nel bisogno di costruire qualcosa che non somigliasse al lavoro di nessun altro. Con“Pace Nel Caos”,Ken Greedmette in scena la distruzione della Terra per raccontare un presente dominato dall’incertezza, dalla paura del futuro e da una ricerca dell’equilibrio destinata a fallire. Tra alieni, blocchi creativi, libertà artistica e una copertina che simboleggia la sua stessa “morte” come autore, l’artista racconta a Moodmagazine il prezzo di un disco nato senza seguire tendenze né scorciatoie. E se dovesse trasformarlo in un film? Dietro la macchina da presa vorrebbe Fellini.

“Pace Nel Caos” è un concept album che unisce fantascienza, critica sociale e introspezione. Da quale immagine o intuizione è nato l’intero universo narrativo?
La creazione dell’album è nata dall’insoddisfazione provocatami da un progetto come “The Wormhole”, un figlio che sento comunque mio e che non rinnego, ma che, sicuramente, sin da quando stavo iniziando a pensare all’album mi aveva lasciato con tante cose non spiegate e tante porte aperte. Per questo già avevo comunque una base da cui partire, anche se inizialmente non pensavo di descrivere una storia unica che andasse dalla prima all’ultima traccia. Ad aiutarmi, c’è stata senza alcun dubbio la lettura di “Fondazione” di Asimov, un libro che mi ha accompagnato durante tutta la scrittura dell’album. A coadiuvare l’idea, c’era la voglia di fare qualcosa di totalmente diverso da tutti i rapper esistenti sul pianeta terra. Volevo creare un progetto che fosse mio e solo mio. Nel momento in cui dovevo mettermi a scrivere però non sapevo da dove partire, così in un giorno qualsiasi, mentre riascoltavo “La morte di Gaia”, capì che doveva essere quello il punto di partenza per il racconto. Così sono partito scrivendo l’album, dal concept della distruzione della Terra, cioè Gaia. Successivamente a dare la chiave di volta all’album è stata la ri-lettura della storia di Aleister Crowley, che ha ispirato il brano “Il portale”, brano sporco ed essenziale nella storia, in quanto è la colonna portante di tutto il progetto, infatti i brani non sono per forza di cose tutti in ordine cronologico. Ci sono delle eccezioni, tra queste c’è proprio quella traccia lì, che da il via all’invasione aliena, come in una delle storie raccontate da diari e ritrovamenti di appunti di Crowley.
Nel disco la realtà contemporanea sembra spesso più inquietante degli elementi fantastici. Quanto hai attinto da ciò che sta accadendo nel mondo?
Non è molto facile dare una risposta a questo quesito, perché in fondo tutti i rapper sono circondati dalle stesse notizie, dalla stessa narrativa politica e sociale sui giornali. In effetti se si ascolta per più di dieci minuti un po’ di pezzi di rapper mainstream, ci si accorge che tutti sono accomunati da: violenza, droga e una descrizione dell’eccesso. Certo, tutti con una propria cifra stilistica, ma che comunque viene appiattita e accomunata dalla violenza gratuita che ci circonda ogni giorno. Cent’anni fa si pensava al futuro come un qualcosa di stupendo, che avrebbe rivoluzionato la storia. Ad oggi la narrativa e la percezione delle persone è cambiata. Abbiamo paura del domani e non sappiamo in quale direzione stiamo andando, siamo circondati solo da: incertezza e morte.
Ogni brano rappresenta un capitolo della stessa storia. Hai costruito prima la trama oppure sono state le singole canzoni a suggerirti progressivamente la direzione del racconto?
La verità sta nel mezzo. La costruzione dei brani non è stata semplice. Il disco ha avuto più momenti dolori che piacevoli. Ho sofferto tanto il blocco dello scrittore, proprio perché provavo a seguire la mia idea di fondo che avevo in testa e provavo a scrivere a comando. La realtà è che ho iniziato con un’idea di fondo, ma il primo brano, come detto precedentemente, ce l’avevo già scritto. Avevo anche altri brani che, purtroppo, non si legavano bene con l’idea dell’universo narrativo che stavo creando. Volevo che quella trama si legasse perfettamente. Per farlo però ho dovuto trovare un compromesso, accettando i miei limiti tecnici ho cercato di snellire e mi sono permesso di divagare un po’, senza dover per forza seguire in modo meccanico e assolutamente preciso la storia. Quest’ultima prosegue e si evolve, ma mi permetto diversi personaggi, in modo tale da non dover seguire noiosamente e ostinatamente lo stesso argomento durante il discorrere del disco.
Alieni, possessioni, guerre e campagne elettorali diventano metafore delle contraddizioni umane. Che cosa rappresenta realmente l’invasione aliena?
L’invasione aliena non è altro che un elemento, un espediente narrativo, pensato per evolvere la storia. Checov diceva che se durante un racconto fosse comparsa una pistola, ci sarebbe stato bisogno di farla sparare. Allo stesso modo, ho deciso di introdurre la mia “pistola” nel racconto, sotto forma di alieni e ho fatto in modo che “sparasse”, costringendo la trama a portare alla distruzione del pianeta Terra e alla fuga dell’uomo nello spazio, come spiegato nella traccia conclusiva dell’album “L’origine”. L’alieno preso singolarmente invece, senza l’evento dell’invasione descritto nel brano “il portale”, è un elemento molto più interessante. Ovviamente non spiegherò tutto, perché l’album è pensato per lasciare libera interpretazione all’ascoltatore, ma sicuramente l’alieno può essere chiunque e in un qualsiasi momento della propria vita. Ho sempre avuto interesse nel sottolineare la diversità e ho deciso di farlo in questo modo.
I protagonisti cercano continuamente un equilibrio, ma ogni loro azione genera ulteriore disordine. Secondo te l’essere umano è davvero capace di trovare pace senza attraversare il caos?
E’ proprio questo il paradosso: l’uomo è sempre alla ricerca di una “pace” o comunque di un equilibrio che alla fine viene sempre imposto, ma non è capace di raggiungerlo e di farlo durare nel tempo, in quanto l’uomo è un animale che si abbandona al caos. Questo “caos” è generato dalla sua condizione socio-politica ed evolutiva, che lo porta a non accettare la sua posizione di animale, così lo porta a muoversi alla continua ricerca di sovrastrutture che complicano sempre di più la ricerca di quella sua tanto agognata pace. La soluzione paradossalmente, sarebbe tornare allo stato brado, ma questo è impossibile, per questo secondo me è impossibile trovare la pace, ancora di più senza attraversare il caos. I due elementi sono condannati alla costrizione di coesistenza: senza l’uno l’altra non può esserci.
Nel finale, il “demone” evocato per liberare il mondo dalle ingiustizie decide invece di liberarlo dagli esseri umani. È una provocazione o una visione pessimistica della nostra specie?
Quando nell’antichità si cacciavano gli animali, non ci si poneva il problema dei sentimenti che potessero provare questi: si cacciava per mangiare e basta. In un modo diverso, ma similare ragiona l’alieno. Questi non si metterebbe mai a parlare con una formica, per lui è una specie inferiore con cui non ha nulla da spartire. Ovviamente se si utilizza questo frammento di storia come metafora, la si può applicare al trattamento che noi popoli europei, riserviamo ai popoli provenienti dal terzo mondo. Si può dire che provocazione e visione pessimistica, anche in questo caso, vadano di pari passo: è naturale vivere in quest’epoca di allucinazione collettiva, come è altrettanto naturale trovare un qualcuno che provochi le menti dormienti dei suoi simili.
Il disco viene raccontato attraverso personaggi e prospettive differenti. Quanto è stato complesso cambiare voce, psicologia e punto di vista durante la scrittura?
In assoluto, avendo una linea guida generale, non è stato troppo difficile, la vera sofferenza è stata scrivere “il portale”, pezzo alllucinogeno che descrive l’evento dell’evocazione dell’alieno, che viene rappresentato tra l’altro dalla maschera del Green Goblin che ho deciso di indossare. Ho sempre ambito a scrivere un libro e in passato ci ho anche provato, quindi per me non è stato un grosso problema. Ovviamente, come ogni progetto che si presenta poi complesso e ben strutturato, ha avuto bisogno di tempo. In un’era dove si fa la gara di extrabeat sulla strumentale della vita, ho deciso di prendermi tempo e di mettermi seriamente a fare qualcosa che sentissi mio in quel momento. Venendo da un piccolo paesino di provincia, in cui è subito facile diventare un prodotto sottomarca dell’unico rapper uscito da Massafra, ho voluto prendere una direzione opposta e contraria e imbarcarmi in questa odissea, con la consapevolezza che forse non mi sarebbe riuscito l’album, che magari non avrebbe avuto gli streaming che, secondo me, avrebbe meritato e che probabilmente non ci avrei guadagnato nulla, quindi mi sono goduto ogni momento complesso, mi sono goduto la scrittura di ogni personaggio e mi sono goduto anche i momenti in cui non vedevo la luce in fondo al tunnel, perché in fondo non pretendevo nient’altro che libertà artistica e con questa storia l’ho ottenuta.
Anche la copertina aggiunge un ultimo capitolo alla storia. Chi è davvero lo scrittore raffigurato senza vita e perché il racconto doveva necessariamente costargli tutto?
Nella copertina ci sono raffigurato io, Ken Greed, l’autore dell’album. La copertina nasce dalla citazione a un disco che nel 2004 ha segnato il rap italiano, ma ovviamente va letto con una chiave differente. Innanzitutto se la copertina avesse una colonna sonora, sarebbe “ l’ho visto ancora”, ovvero l’unico brano in cui il personaggio che parla, che tra l’altro descrive un’abduzione aliena, sono io. La scelta di farmi raffigurare con un foglio sotto di me, grondante di sangue e con la maschera affianco simboleggia che per scrivere questo disco ho dovuto per forza di cose rinunciare a una “carriera”. La verità è che questi tipi di progetti ti distruggono, perché nessuna major ha intenzione di investire su un giovane che piscia fuori dal selciato e che non segue le tendenze, facendo musica per tik tok. Quest’album costa così tanto allo scrittore, che, per i suoi ideali, muore nel corso della scrittura dello stesso. La maschera lasciata lì di fianco, simboleggia quanto l’autore si senta alieno in quel momento in cui procede nel suo percorso, pur sapendo che non otterrà nulla e che anzi, sarà costretto a perdere tutto. Per questo disco ho perso opportunità, tanto denaro e ho conosciuto il vero volto di diverse persone, ho conosciuto anche l’alieno interiore che alberga in me. Ovviamente questa cosa mi è costata la “morte” artistica, perché dopo questo progetto non sarò mai più lo stesso.
Hai scelto di affrontare questo viaggio completamente da solo, senza featuring. Sentivi il bisogno di proteggere la coerenza narrativa del progetto?
Tra le varie difficoltà, quest’album ha avuto tre ospiti che, per motivi diversi, non ci sono potuti essere. Due di questi sono anche miei cari amici, che sicuramente saranno presenti in qualche progetto futuro, con l’altro spero di lavorarci un giorno, perché è un rapper che ho ascoltato tantissimo nel corso degli ultimi anni. Ovviamente questo lo dico per sottolineare che non è stata una scelta prevalentemente identitaria, anche se ovviamente sarebbe stato impensabile chiamare per l’album uno Scaccia o un Nerissima Serpe che, giusto per fare degli esempi, non avrebbero avuto nulla in comune con il mio immaginario, almeno in questa occasione. Ad ogni modo tengo a sottolineare che la collaborazione gli studi di Homesick e con lo studio del mio caro amico Frana, sono già di per sé due featuring importanti nell’album. Per motivi logistici non ho potuto aggiungere altre persone, ma sicuramente in progetti futuri vorrei coinvolgere persone a me care come Arkadia e Shiro, che sono due personalità di spicco e che, ogni volta che gli ascolto, mi arrichiscono musicalmente parlando, con la loro visione sicuramente diversa dalla mia.
D’altro canto ci tengo a ribadire che già di per sé la presenza di Faraci e Santoro, come producer, sono un grande featuring per me. Oltre a loro, considero come featuring, anche la presenza di Sad Lovell come ingegnere del suono nella realizzazione dei trailer, Bounty alla fotografia e i due doppiatori Cristian Castelluzzo e Luigi Delgiudice. Senza tutti questi ragazzi non avrei potuto realizzare un progetto così potente.
Se “Pace Nel Caos” diventasse un film, quale atmosfera visiva dovrebbe avere e chi vedresti dietro la macchina da presa?
Sicuramente, se P.N.C. diventasse una pellicola, vorrei dietro la macchina da presa e a lavorarci, tutti i miei amici più cari, tra cui sicuramente i doppiatori del video trailer e Bounty che ha curato per intero la fotografia del progetto. Se poi dovessi scegliere un nome importante da mettere alla regia e dovessi farlo lavorare, sceglierei senza dubbio Fellini. Se avessi l’opportunità di viaggiare nel tempo, sceglierei senza ombra di dubbio lui. Non avendo però ancora la possibilità di andar vagabondando tra le stringhe del tempo, scelgo sicuramente Michele Bounty che, prima di essere un grande fotografo e videomaker, è un mio grande amico ed è stato appresso a tutte le mie idee folli, coadiuvando la corretta realizzazione dei progetti audio-visivi, ma senza imporre la sua idea artistica sulla mia.

