Place 2 Be: il report.

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Questo non può e non vuole essere un resoconto oggettivo, questa è semplicemente la mia personale visione di quel che è accaduto ieri – 5 dicembre 2010 – al Place 2 Be @ Link di Bologna, manifestazione organizzata da Dj Enzo e Malaisa con l’intento di fare il punto della situazione di ciò che sta accadendo oggi nel microcosmo dell’hip hop italiano.

Premetto che son partito prevenuto. Come tanti, ho subito pensato che la manifestazione fosse stata dettata più dal livore di qualcuno nei confronti di qualcun altro, che da una sana volontà di confrontarsi. Nulla di più sbagliato. Dj Enzo è riuscito a trasmettere così tanta passione che davvero pagherei per averne metà della sua, e anche se ha detto delle cose che non condivido al cento per certo è stato davvero un grande, un grandissimo.

Ma andiamo subito al sodo. In realtà, se l’intento era quello di riuscire a proporre/produrre una soluzione nuova a tutti i problemi dell’hip hop italiano allora la manifestazione è stata un parziale fiasco, nel senso che l’idea definitiva non la si è trovata, ma d’altronde mi sarei stupito del contrario. Tuttavia, e ringrazio Iddio che sia così, quel che mi è arrivato è stato principalmente un carico emozionale, un coagulo di sensazioni, tutta roba che in un mondo sempre più asettico e medializzato come il nostro si tende a mettere tra parentesi, perché oramai si va ai concerti non tanto per seguire il live, quanto per riprenderlo (e medializzarlo) con un cellulare di ultima generazione, con cui poi ci si ascolta pure la musica.

Sulla strada del ritorno in stazione ero in macchina con Marta “Blumi” Tripodi di Hotmc e Radio Due, che ad una mia domanda riguardo la giornata appena trascorsa mi ha risposto – tra il serio e il faceto – “So nineties!”. Verissimo, cazzo. Ma almeno negli anni Novanta c’erano le persone. Persone con forse centomila difetti, ma almeno persone vive, reali, non zombie da social network (come molto spesso mi capita di essere io stesso). Ecco, quello che posso dire del Place 2 Be è che mi ha fatto capire nuovamente che cos’è l’hip hop: un movimento culturale fatto di persone che stanno insieme, che fanno qualcosa di positivo, che magari si scontrano, ma che almeno vivono la propria vita. Vedere delle persone che vanno verso gli “anta” e che continuano a combattere per la propria passione è stato per me davvero educativo, perché il tempo passa irrimediabilmente per tutti, e non sono i soldi, il sesso, la droga, le mode a tenerti vivo, ma sono le passioni che ti sei coltivato nel corso del tempo, confrontandoti con gli altri e mettendoci del tuo.

E’ vero, com’è emerso nel corso della giornata gli anni Zero sono stati gli anni dell’esplosione del rap come fenomeno veramente di massa – oggi i ragazzini il rap italiano lo ascoltano di brutto – ed è stata una grande cosa, ma gli anni Zero sono stati anche gli anni dell’assopimento dell’hip hop come movimento culturale, e questo è tragico, secondo me, non tanto per una questione prettamente artistico-culturale, ma perché alcuni dei miei ricordi più belli di adolescente sono io che mi faccio centinaia di kilometri per andare alle jam, mentre i ragazzini di oggi stanno in casa a pippare e a non fare un cazzo tutto il giorno, perdendosi delle gran cose.

Oggi siamo alla fine del primo anno del secondo decennio del ventunesimo secolo, e ci vogliono ridurre sempre più ad un indirizzo Ip. Internet è una figata, ma non è il mondo reale, non è la vita vera. Internet ha in un certo senso “ucciso” l’hip hop e ci sta rendendo sempre più schiavi di un sistema che raccoglie dei dati per venderci dei prodotti, che dobbiamo rigorosamente consumare da soli, nelle nostre abitazioni. Secondo me, la sfida per l’hip hop italiano nel decennio appena iniziato è proprio quella di tornare alla realtà. Noi che seguiamo l’hip hop, nel nostro piccolo, dobbiamo proprio ripartire dai qui, dobbiamo far capire ai ragazzini che devono stare fuori, che devono confrontarsi, che devono fare esperienze di vita, e che l’hip hop, nonostante le sue mille contraddizioni, gliene offre una.

Sentir parlare The Next One, Dj Enzo, Yared, Dj Skizo, Esa, Tormento, Inoki, Malaisa e tutti gli altri che hanno parlato mi ha fatto venire in mente soprattutto questo. Non solo per le loro parole, quanto per il loro carisma, la loro passione e il loro animo. L’idea rivoluzionaria forse non è arrivata, ma almeno si sono radunate cento persone a parlarne, e a ben vedere, di questi tempi, la rivoluzione è tutta qui.

Filippo Papetti

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