C’è un momento, nei progetti che funzionano davvero, in cui l’arte smette di essere uno strumento e diventa uno spazio. Io Sono Unico nasce esattamente lì: non come laboratorio musicale, ma come luogo di parola, presenza e riconoscimento. Ideato da Paolo “Prhome” Grego all’interno della Cooperativa Uguali Diversamente di Rovigo, il progetto utilizza il rap per scardinare una delle dinamiche più radicate nei contesti educativi e sociali: l’abitudine a parlare di qualcuno invece che con qualcuno. Qui la musica non accompagna, non media, non traduce in forma “accettabile” l’esperienza della disabilità, ma crea le condizioni perché chi solitamente resta ai margini possa occupare il centro della scena senza chiedere permesso.
Nel percorso di Io Sono Unico, il microfono diventa un dispositivo simbolico di cittadinanza: un oggetto semplice che ribalta ruoli, restituisce agency e impone un ascolto reale. L’allestimento di uno studio di registrazione mobile direttamente nello spazio del laboratorio, la scelta consapevole di un immaginario lontano da retorica e pietismo, e l’uso del rap come linguaggio non addomesticato, costruiscono un’esperienza che mette in discussione non solo il modo in cui raccontiamo la disabilità, ma anche il modo in cui pensiamo l’educazione, l’arte e la partecipazione culturale.
In questa intervista Prhome riflette sul significato politico dell’ascolto, sul ruolo dell’educatore come facilitatore e traduttore di linguaggi, e sulla capacità della cultura hip hop di restare, ancora oggi, uno spazio radicale di inclusione e verità. Un dialogo che invita a ripensare chi ha diritto di prendere parola — e cosa accade quando quella parola viene finalmente presa sul serio.
In “Io Sono Unico” la musica non è solo un mezzo espressivo, ma diventa uno spazio di cittadinanza simbolica: un luogo dove chi solitamente non ha voce può finalmente occupare scena e ascolto. Quanto pensi che progetti come questo contribuiscano a ridisegnare il modo in cui la società percepisce la disabilità?
Quando dai un microfono a un ragazzo che nella vita reale è abituato a essere accompagnato, protetto, mediato… e gli dici: “Adesso sei tu al centro, sei tu che parli, sei tu che dici chi sei”, succede una cosa che nella società italiana non accade quasi mai: si ribaltano i ruoli. Credo che lavori come questo contribuiscano a ridefinire la percezione pubblica perché mostrano una verità semplice: non esistono persone “da raccontare”, esistono persone da ascoltare.
E quando le ascolti davvero, ti accorgi che l’idea che avevi di loro era limitata, filtrata, mediata da pregiudizi culturali che nemmeno sapevi di avere.
Il rap, in questo senso, non è solo musica: è un dispositivo politico, sociale, identitario. Rimette al centro chi è fuori dal centro. E quando succede, la società è costretta a guardare diversamente – non più con pietismo, ma con rispetto.
Lavorando con ragazzi con fragilità cognitive, hai dovuto confrontarti con modalità di comunicazione molto diverse tra loro. Come cambia il ruolo dell’educatore quando deve adattare linguaggi, tempi e strumenti senza mai togliere agency e autonomia ai partecipanti?
La verità è che l’educatore, in questi contesti, deve diventare un traduttore: tradurre emozioni in parole, movimenti in intenzioni, silenzi in spazi di espressione.
Ma deve farlo senza mai togliere agency, senza mai sostituirsi al ragazzo. Perché l’obiettivo non è fare “un bel laboratorio”, l’obiettivo è che ognuno di loro possa dire: “Questa cosa l’ho fatta io. Questa è la mia voce.”
Quando lavori con ragazzi con fragilità cognitive, capisci subito che non esistono due comunicazioni uguali. Ognuno ha il suo ritmo, il suo modo di capire, di esprimersi, di stare nel mondo. Il ruolo dell’educatore allora cambia completamente: non è più “chi guida”, ma chi si adatta.
Per me educare significa prima di tutto mettere via il mio linguaggio e imparare il loro. Non imporre un codice, ma costruirne uno insieme. E questo richiede presenza, attenzione estrema, ascolto vero. Adattare strumenti e linguaggi significa accettare che il tempo educativo non è il nostro tempo adulto.
Il laboratorio può andare più lento, più sporco, più caotico. Ma quella “imperfezione” è la loro strada, e va rispettata. Concretamente, io lavoro così:
mi metto al loro livello, seguo il ritmo di ognuno, accolgo tutto ciò che arriva — anche gli errori — perché molto spesso l’espressione autentica passa proprio da lì.
Il rap aiuta tantissimo: non chiede performance, chiede presenza. Chiede verità, non perfezione. E questo permette ai ragazzi di muoversi dentro uno spazio dove la loro autonomia non solo è rispettata, ma viene valorizzata.
In molti contesti sociali il rap è ancora percepito in modo parziale, a volte stereotipato. Tu invece lo porti dentro comunità educative, scuole, servizi. Cosa rispondi a chi pensa che questa cultura non sia “adatta” a certi ambienti o a certi pubblici?
A chi dice che il rap “non è adatto”, rispondo sempre con una domanda: “Adatto a cosa? E per chi?” Perché il rap nasce proprio per dare voce a chi non ce l’ha. È un linguaggio creato dai margini, dai quartieri, dalle periferie, da persone che non erano considerate “adatte” a niente. Quindi se c’è un luogo dove il rap deve stare, è esattamente quello dove qualcuno rischia di non essere ascoltato. Il rap non chiede permesso, ma chiede presenza.
Non pretende perfezione, ma pretende verità. Ed è proprio per questo che funziona nelle scuole, nelle comunità, nei servizi: perché è un linguaggio che non esclude nessuno. Puoi avere difficoltà cognitive, emozionali, sociali… ma dentro un beat trovi un luogo dove puoi esserci, dove puoi dire chi sei. Chi pensa che il rap “non sia adatto” in realtà sta dicendo che non è pronto ad ascoltare la verità che porta con sé.
In molti dei tuoi progetti emerge l’idea che l’espressione artistica possa essere un antidoto alla marginalità. Nel caso di questi ragazzi, qual è stato secondo te il momento in cui hai percepito che il laboratorio stava diventando non solo un’attività, ma uno spazio in cui sentirsi parte di qualcosa?
Quando con Hezell abbiamo montato lo studio di registrazione mobile! Fino a quel giorno i ragazzi vivevano il laboratorio con entusiasmo, certo, ma nel momento in cui Hezell ha acceso il microfono, ha tirato fuori le cuffie, ha fatto partire il beat di “Thunder”, e uno alla volta loro sono entrati nella “cabina” improvvisata… è cambiata l’energia dell’intero gruppo.Li ho visti trasformarsi. Li ho visti prendersi il loro spazio. Li ho visti capire che quello era un momento loro,un luogo dove potevano essere protagonisti senza mediazioni. È stato un passaggio simbolico: da “stiamo facendo un laboratorio” a “stiamo costruendo qualcosa insieme”. Quello è stato l’istante in cui ho capito che il laboratorio non era più un contesto educativo, ma uno spazio in cui sentirsi parte di qualcosa, un luogo dove la marginalità lasciava il posto alla presenza. Il rap a volte non crea appartenenza: la rivela.
Se potessi trasformare “Io Sono Unico” in un modello replicabile sul territorio, quali sono gli elementi imprescindibili affinché un laboratorio del genere funzioni davvero sul piano umano e sociale?
L’ascolto. Prima ancora di portare un beat, devi portare orecchie e cuore. Devi sintonizzarti sul ritmo emotivo dei ragazzi. Se non c’è ascolto, non c’è rap. E se non c’è rap vero, il laboratorio diventa animazione, non trasformazione.
L’assenza totale di giudizio. È la base. Nel momento in cui un ragazzo sente che viene valutato, si chiude. Nel rap la perfezione non esiste: esiste il flusso, esiste la presenza. Il laboratorio deve essere uno spazio dove tutto può entrare: errori, silenzi, tentativi, intuizioni.
Un educatore che non fa l’artista, e un artista che non fa l’educatore. Serve un ponte vero tra mondi diversi. L’artista porta il linguaggio, l’immaginario, l’energia. L’educatore porta la cura, la lettura dei bisogni, la relazione. Se uno invade il campo dell’altro, il laboratorio si sbilancia.
Un immaginario rispettoso, mai pietistico. Questo è fondamentale. La disabilità non va spettacolarizzata né edulcorata. Il racconto deve essere autentico, pulito, diretto, senza retorica. In sintesi, un laboratorio come questo funziona quando mette insieme tre cose: verità, cura e cultura hip hop. Senza uno di questi pezzi, non è “Io Sono Unico”. È solo un’attività. E la differenza la fanno le persone, non il progetto. Ed è qui che la regia di Jesus ha fatto la differenza.