Walk this way, un libro di Simone Nigrisoli sulla cultura hip hop

Partendo dalle fondamenta di questo fenomeno culturale, o meglio, “subculturale”, il saggio di Simone Nigrisoli, uscito per Europa Edizioni, mette in luce gli aspetti e i processi che hanno portato l’Hip Hop a rappresentare uno dei movimenti musicali (e non solo) più interessanti degli ultimi quarant’anni. L’autore racconta come è nato il progetto: “Questo libro nasce da una tesi di laurea in scienze delle comunicazioni, volevo fare una tesi che trattasse il tema delle “subculture”, ed insieme a Roberta Bartoletti, la professoressa che è stata la mia relatrice, abbiamo scelto l’Hip Hop. Pensavamo tutti e due che fosse la subcultura più originale su cui fare una tesi di laurea, e soprattutto fu lei a spingermi su questo tema, nonostante io all’inizio ero molto più indirizzato sul Punk, argomento ormai troppo gettonato in ambito accademico. Ovviamente un lavoro in cui Simone Nigrisoli ha incontrato non poche difficoltà, data la vastità dell’argomento e soprattutto i suoi molteplici riferimenti culturali: “comprai tutti i libri in circolazione sull’hip hop, e scaricai più di 100 articoli da internet in inglese, francese e italiano. Quando iniziai a scrivere mi accorsi che le cose da dire erano molte, e quindi la stesura durò molto più del previsto. Mandai una mail ad Ice One, in cui gli proponevo un’intervista, le risposte però arrivarono 3 giorni prima della consegna, e quindi le infilai nell’appendice, senza però poter modificare quello che avevo già scritto nella tesi con quello che lui sosteneva, perchè non c’era più tempo. Una volta laureato però, mi accorsi che il capitolo che avevo scritto su come si era sviluppata la subcultura hip hop in Italia era pieno di inesattezze, e allora lo riscrissi da zero, mettendo dentro tutto quello che mi aveva specificato Ice. Aggiunsi anche un altro paio di interviste, a Rula degli Atipici e a Militant a Pol G degli Assalti Frontali. A quel punto riscrissi da zero la mia tesi, solamente per piacere di farlo.”

Un lavoro significativo del genere e che ha richiesto molto tempo in termini di realizzazione non poteva essere relegato a mera produzione accademica ma poteva anche interessare il pubblico sempre più numeroso e eterogeneo di questa cultura: “La mia tesi era diventata di quasi 150 pagine, che è praticamente la lunghezza di un libro. Iniziai a mandare il mio elaborato a qualche casa editriche, e quasi tutte mi risposero che erano interessate alla pubblicazione. Però all’inizio devo ammettere che ero più attirato dall’idea di avere un libro pubblicato che dall’idea di pubblicare un testo sociologico sull’hip hop, e quindi iniziarono le prime incomprensioni con Ice One. Seby non voleva che io mi mettessi nelle mani di persone che non conoscevano nulla di rap, e allora iniziò a farmi pressione perchè io cercassi una casa editrice non solo volesse investire nel progetto, ma che avesse a cuore la cultura hip hop. Quello che mi fece capire Ice fu che quando fai una cosa sull’hip hop, stai facendo una cosa per l’hip hop e non per te stesso, e quindi non si possono fare le cose tanto per fare, perchè questa cultura ha un messaggio talmente importante che il rispetto che merita è immenso. Riuscii dopo molte difficoltà a trovare una piccola casa editrice romana che mi propose un contratto, e ne parlai subito con Ice One, e lo feci mettere poi in contatto con quelli che sarebbero poi diventati i miei editori. Seby si accertò che le persone con cui stavo per firmare il contratto fossero persone serie e affidabili, e che soprattutto avessero a cuore di fare qualcosa con l’hip hop, e una volta avuto il suo via libera, firmai e mi lanciai in questa avventura.” E per Simone Nigrisoli scrivere e lavorare su questo libro ha anche significato cambiare la sua forma mentis ed il suo approccio con il mondo che lo circonda: “A volte mi sento anche in colpa, perchè io non ho nulla a che vedere con il rap e con l’hip hop. Sono un semplice giornalista che ha avuto esperienze musicali in un gruppo punk, e che quasi per casualità si è ritrovato a scrivere una tesi sull’hip hop. Ho ascoltato per 6 mesi musica rap, e non ne avevo mai ascoltata così tanta in vita mia. Ho paura che la gente mi insulti, che mi dica che non sono degno di parlare di qualcosa che non ho vissuto sulla mia pelle. Però vorrei che tutti quanti gli appassionati di hip hop sapessero che anche se non sono un b-boy, conoscere la cultura hip hop fino in fondo mi ha davvero cambiato la vita. Da quando la conosco sono meno scontroso e più socievole con gli altri, e soprattutto ho iniziato ad avere un approccio più positivo nella mia vita. Ho imparato a non prendermela con chi sta peggio di me, e soprattutto non mi piango più addosso se le cose mi vanno male, ma accetto la vita come una sfida continua dove l’importante è essere in pace con se stessi perchè ‘l’importante è aver dato il meglio e cercare di migliorarsi. Un po’ hip hop lo sono diventato, e scoprire questa cultura, è una delle cose più belle che mi potesse capitare nella vita.”

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