Perchè tra noi e voi è una voragine a separarci


PERCHE’ TRA NOI E VOI E’ UNA VORAGINE A SEPARARCI
Avrei voluto scrivere una lettera aperta e non da ora, ma da un bel po’… Sì c’è questo grande fermento intorno al disco di sto Sfera E Basta, chi denigra a priori il nuovo che avanza, chi lo difende per interesse e chi lo difende perché vorrebbe far girare sta benedetta ruota che non riesce più ad andare avanti e sta cosa fa rodere il culo a parecchi, non solo per ragioni di soldi, oggi poi, che i soldi non girano più… Ma continuiamo a parlare di Gucci, pellicce (in ecopelle) e… Non so cosa francamente; a parte la cocaina più o meno velatamente, che è uno dei temi principali della Trap music odierna. Sia chiaro ragazzi, metto subito le mani avanti: contro questa nuova generazione non ho nulla di personale. In parte vi capisco o almeno ci provo: ad avere 18 – 20 anni oggi equivale a vagare in mezzo al deserto e senza dubbio è anche colpa di chi c’ era prima di loro, cioé noi. Addossarvi tutte le colpe del degrado umano sociale e culturale del contemporaneo è da stronzi, sono il primo ad ammetterlo. Ma questo non può nemmeno equivalere ad un riconoscimento della vostra musica come diretta continuità di quello che abbiamo fatto noi: per farla breve c’ è chi in questo momento dice che dobbiamo farvi gli applausi e poi passarvi il testimone al grido di “largo ai giovani”. Con tutto l’ amore e la pazienza possibili vi dico che questo non può avvenire neanche a volerlo perché noi siamo separati da voi da una vera e propria voragine e saremmo ipocriti noi a negarlo, così come sono ipocriti anche e soprattutto quei rappers americani della vecchia generazione se lo negano. Mi sono sempre sforzato di mantenere un profilo basso in merito a discorsi così delicati, mi guardo allo specchio e vedo lo stesso ragazzo di 20 anni fa, davvero. Ma con l’ anagrafe prima o poi devi farci i conti e onestamente da un punto di vista biologico e temporale potrei addirittura essere il padre di qualcuno di voi. Allora perdonatemi se per la prima volta in vita mia, e con rammarico ve lo giuro, mi permetto di salire in cattedra. Per raccontarvi una storia, vera.

“COME LE MILIZIE ASSASSINE DI BEIRUT”
Come le milizie assassine di Beirut, questa famosissima frase era pronunciata come abituale parallelo dai politici dello stato della California negli anni 80 in merito alle gangs di LA, così ci riporta Mike Davis nel suo “Città Di Quarzo”, saggio fondamentale per comprendere la storia di Los Angeles intesa come laboratorio dalle contraddizioni lacinanti, molto più della Grande Mela.
Senza dubbio può fare storcere il naso a parecchi anche al di là del significato politico del concetto di fondo, eppure, nonostante tutto, non è buttata lì a caso. Facciamo un passo indietro, anteriore alla nascita del gangsta rap, torniamo ai lontani anni 60. All’ epoca le gang imperversavano a New York, a LA hanno una data di nascita ben precisa, agosto del 1965, la rivolta di Watts; premetto che Los Angeles è storicamente la città più facinorosa degli Stati Uniti d’ America, con rivolte iniziate addirittura a cavallo della seconda mondiale, ma non mi addentrerò in questo discorso. Ad ogni modo le gangs nascono come dei gruppi armati di difesa di quartiere dalla violenza dello stato e della polizia nei confronti delle minoranze nere e latine. In realtà Watts fu un crogiuolo che ha dato vita ai più grandi fenomeni rivoluzionari in occidente dal dopoguerra: le gangs, le Pantere Nere e i movimenti per i diritti civili. Tutto ciò nacque dalla più importante rivolta degli anni 60 a cui davvero troppo poco spazio è stato dedicato nella memoria collettiva. Per ragioni politiche. Ora, il gangbanging, le faide, esplose sostanzialmente a causa della diffusione massiccia del commercio di droghe pesanti esploso nei 70 e decollato negli 80 col crack e con la spinta propulsiva della distruzione parziale della classe media afroamericana e dello stato sociale da parte di Ronald Regan sono arrivate dopo, sottolinearlo è fondamentale; per quanto possa risultare rognoso ammetterlo c’ è un punto in comune tra Black Panthers e Gangs: il chiaro fattore identitario. Identità di quartiere, identità razziale. Chiaramente un progetto politico ambizioso non è paragonabile ad un concetto di difesa territoriale fine a se stesso che per quanto necessario non può che evolversi in una concezione di tipo brigantesco o mafioso, ma questo è un altro discorso ancora. Torniamo all’ identitarismo per favore, perché non solo esso è alla base dell’ hip hop, ma è ciò che sostanzialmente lo ha reso così grande. Ed è la sua progressiva cancellazione che ha frenato il movimento e distrutto irrimediabilmente il suo sviluppo culturale, ma questo concetto è talmente scomodo che a nessuno piace parlarne, nemmeno a casa nostra.

DA KOOL HERC ALLA NATION OF ISLAM (CHE NACQUE PRIMA)


Se apro wikipedia leggo definizioni abbastanza insoddisfacenti di identitarismo e afrocentrismo. Qualcuno dei più giovani ora storcerà il naso perché in cuor suo inizierà a pensare che la sto buttando sulla politica, ma non è colpa mia, è colpa dell’ hip hop. Preferisco quindi prenderla un po’ più alla larga perché sto per affrontare un discorso che potrebbe accendere un dibattito anche tra gli old schooler duri e puri. Andiamo lì dove è cominciato tutto, New York… A detta di tutti, la cosa ha origine da un party del Bronx organizzato da Kool Herc, del 1973: anche questo è tema di discussione perché comunque il writing ha avuto una nascita anteriore a partire dal greco Taki 183, inventore della “tag” nell’ estate del 1969, ma atteniamoci piuttosto a quella che è, diciamolo, la convenzione comune… A questo punto però sono costretto ad aprire una parentesi, perché l’ importanza di Kool Herc è tale per i b-boys, ma in misura inferiore per il mondo della musica in generale, perché il primo Disc – Jockey della storia fu l’ italoamericano David Mancuso, fondatore dei primi party illegali proprio nel South Bronx a partire dal 1966 nella sua abitazione privata, “legalizzando” la faccenda dal 1972 in un nuovo appartamento di Broadway fino al 1975 e dando poi vita al discorso delle discoteche, fondando con altri il movimento legato alla Disco Music che poi confluì nella prima House Music con tutto ciò che ne è conseguito. Ma il concetto di breakbeat nacque con David Mancuso, bianco e di origini italiane per giunta. Ma c’ è di più: le feste di David Mancuso, prima dell’ avvento delle discoteche avevano una connotazione interclassista, interrazziale e aperta a tutti i generi sessuali, nonostante fossero a inviti… Un approccio senza dubbio figlio degli anni 60. I party di Kool Herc e dei deejays del mondo hip hop NON avevano questa connotazione e badate bene, non se ne può fare nemmeno un discorso legato al territorio e ai quartieri in cui si è sviluppato il movimento, con buona pace di tutta la pappardella che qui in Italia si è raccontata sin dagli anni 90 l’hip hop è aperto a tutti, è una questione di vibra, no. L’ hip hop non è nato così, il fatto che abbia contagiato il mondo è una conseguenza dovuta non ad una sua apertura, tutt’ altro. La sua forza è stata la sua chiusura totale, il suo pesantissimo identitarismo a cominciare da un tipo di abbigliamento specifico che già era tale prima dell’ avvento dei baggy jeans.

Tralasciando il discorso delle 4 discipline dell’ hip hop, si è cercato di dare anche un altra definizione della cosa partendo dallo spirito originario del movimento, agli anni d’oro della Zulu Nation, quella di “Peace, Love & Nappiness”, pace amore e, partendo dallo slang ovviamente, afrocentrismo. Sissignori afrocentrismo, parliamo di una dottrina politica radicale schierata e ben precisa. L’ afrocentrismo è stato alla base del movimento per decenni, nonostante l’ enorme influenza portoricana a NY e chicana a LA. Dire che gruppi come i Public Enemy siano stati un fenomeno sbucato dal nulla sarebbe improprio, perché senza volerne fare una questione politica il movimento è stato spontaneamente afrocentrico già dagli anni 70… Più che altro coi Public Enemy il movimento ha assunto per la prima volta una connotazione chiara a livello politico, più che altro il pesantissimo peso culturale all’ interno delle comunità nere della costa est che aveva la Nation Of Islam sin dai giorni di Malcolm X e anche la 5% Nation, emersa di lì a poco grazie a formazioni come Brand Nubian e Poor Righteous Teachers, ora invadeva il mondo hip hop con una componente politica e spirituale che andava a radicalizzare a 360 gradi tutta la faccenda. Ebbene, ciò che fu una penalizzazione da un punto di vista dell’ industria culturale e musicale a livello mainstream in tutti i precedenti storici fino ad allora questa volta si rivelò per la prima volta caso opposto: l’ identitarismo più estremo possibile ( Neri, Musulmani, violenti nel principio dell’ autodifesa) fu la carta vincente che sconvolse la cultura di massa creando un corto circuito culturale in grado di far passare per intrattenimento perfino le parate militari della Security della Nation Of Islam nel bel mezzo degli shows dei Public Enemy. A quel punto l’ esplosione del gangsta rap a ovest tra Straight Outta Compton degli NWA e “Colors” dal film omonimo più l’ album Power ambedue di Ice T è stata equiparabile al tasto rosso che scaglia la bomba atomica. E’ stata Rivoluzione con la “R” maiuscola, un qualcosa di enorme per tutto l’ occidente e il senso politico di tutto il caos culturale di allora si espresse politicamente con la rivolta di Los Angeles del 1992. Ebbene, posso dire con certezza che oggi rispetto ad allora siamo regrediti, perché un gruppo di musulmani neri votato all’ autodifesa che si propone nel modo che ho appena descritto nel mainstream di oggi sarebbe tacciato di terrorismo; ma su questo punto ci ritornerò dopo… Ad ogni modo, tutta questa chiave politica di cui ho parlato finora è interamente riconducibile ad un principio afrocentrico, quindi un Nazionalismo Di Sinistra, sostanzialmente.

UNA ANTICA STORIA DI RESISTENZA,CHE INIZIO’ IN IRLANDA E NON IN AFRICA

Ora l’ obiezione tipica, che è stata usata anche come deterrente verso il rap bianco anche qui in Italia da parte dell’ industria per almeno un decennio è stata ah, il rap è una roba da neri tutto uno scimmiottamento quello che si fa qui, almeno fino al giorno in cui Eminem non ha sdoganato il rap bianco. Se parliamo della cosa da un punto di vista strettamente formale l’ affermazione ha più di una pezza d’ appoggio: si sa che il rap deriva dal “Jive” africano e dai “Toasts” dei carcerati ed è tutta roba squisitamente black, non sarò certo io a negarlo. Ma se parliamo di contenuti e torniamo alla questione dell’ identitarismo e dell’ afrocentrismo che fanno parte del DNA dell’ hip hop probabilmente i neri sono gli ultimi arrivati da un punto di vista temporale e non sto scherzando; su “Nazionalismi Di Sinistra” potete anche guardare su wikipedia perché la voce, a differenza di quella sull’ afrocentrismo decisamente eurocentrica e figlia di una diffidenza post coloniale, è abbastanza affidabile. E avrete magari anche qualche sorpresa… L’ ideologia Baath dell’ Iraq di Saddam Hussein è considerata Nazionalismo di Sinistra. La Jahmaihriya di Gheddafi pure se non riportata nella lista si può considerare un nazionalismo di sinistra. La Siria della famiglia Assad è indubbiamente nazionalista e di sinistra. E poi l’ Egitto di Nasser, aggiungerei anche il Libano resistente contro la Israele coloniale e sionista. Stiamo parlando di una idelogia “de facto” presa di mira dagli Stati Uniti d’ America da almeno 20 anni se non di più e allora, adesso, il discorso diventa maledettamente politico… Più in alto ho scritto che oggi le parate militari all’ interno dei live dei Public Enemy sarebbero un elemento relegato alla sfera antidemocratica e di ispirazione terroristica; quando è iniziato il reflusso culturale all’ interno del movimento hip hop?

Forse con l’ 11 settembre? Parecchi musulmani della NOI e diversi 5 percentisti furono messi alle corde prima dalla stampa e subito dopo a livello istituzionale nel momento in cui non dimostrarono sufficente patriottismo a stelle e strisce, perfino un Busta Rhymes dopo avere espresso timide riserve sulle twin towers. Rappers di spicco come Jadakiss si trovarono la carriera in parte rovinata dopo aver preso posizione chiara e netta contro le istituzioni, poi ci fu anche il caso eccezionale di Immortal Technique che ha costruito la sua carriera in chiave anti istituzionale, ma è l’ eccezione che conferma la regola e contemporaneamente il canto del cigno di ciò che fino a poco prima era stata la consuetudine che aveva reso grande il movimento in toto. Da li, una parabola in discesa costante dal punto di vista culturale, comprovato dai fatti.
Prima di continuare il discorso su questa linea per arrivare al contemporaneo vorrei chiudere il discorso sui Nazionalismi Di Sinistra, che a questo punto, passando per la chiave afrocentrica, hanno reso solidissima la base culturale dell’ hip hop: in ordine temporale il primo caso storico è quello dell’ indipendentismo irlandese, quindi si torna addirittura in Europa, lontano dall’ Africa e dal mondo arabo. Da un punto di vista di militanza armata uno dei picchi ideologici è stato toccato dall’ IRA, sì parliamo di un gruppo reputato terrorista. Ma a questo punto, parlo ai più giovani, dovreste studiare cosa era terrorismo prima e cosa viene fatto passare per terrorismo oggi dai media, partendo dal presupposto che perfino l’ ONU riconosce il diritto alla lotta armata da parte di un popolo colonialisticamente invaso.

CI VUOLE UNA NAZIONE DI MILIONI PER TIRARCI FUORI DALLA TRAPPOLA MORTALE DEL PENSIERO UNICO

Dopo il caos creato dalle due torri e da Al Qaeda qualcuno ebbe la brillante idea di tirare fuori l’ afroamericano Barack Obama per farlo diventare presidente. Il mondo intero nutriva speranze rivelatesi totalmente vane su questo personaggio, che godette dell’ appoggio politico di fior di rappers in campagna elettorale. Ormai l’ hip hop era già diventato grancassa del sistema dominante dimenticandosi di ciò che aveva rappresentato in america e nel mondo fino a pochi anni prima, i pochi rappers che boicottarono pubblicamente Obama vennero annientati completamente e fu l’ ultima ondata revisionista di distruzione del movimento per ricostruirlo nell’ innocua chiave contemporanea: emblematico il caso di 40 Glocc, che si è ritrovato la carriera distrutta per via di una ridicola scaramuccia col rapper The Game che però è stata amplificata a più non posso dai media per annientarlo poiché aveva attaccato il presidente Obama in un suo pezzo in modo esplicito. Quanto a Obama, in politica estera ha rappresentato la continuità dei Bush se non addirittura peggio, per questo gli è stato dato il premio Nobel per La Pace. Un fatto che si commenta da sé.
“It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back”, il più importante album dei Public Enemy del 1988 ha un titolo squisitamente attuale guardando il contemporaneo. L’ hip hop, che ha fatto la differenza per decenni, ora non fa nessuna differenza, innocuo, integrato e capace di smuovere molto più denaro indotto, che va nelle tasche delle multinazionali, che denaro legato alla musica in quanto tale e agli artisti, parlando anche e addirittura dei business trasversali e collaterali che sono stati in grado di mettere in piedi. Si è diventati ingranaggi e anche la Trap lo è. Ma poniamoci una domanda, che poi è la domanda principale di tutto l’ articolo: ma questa integrazione a chi è convenuta davvero? Mi sembra che le periferie urbane d’ occidente, a causa della distruzione definitiva dello stato sociale / welfare e tutti i problemi ad esso contingenti, vessino in una situazione di povertà e degrado addirittura superiori a 10 e 20 anni fa, ma nessuna voce si leva a riguardo, contro il sistema vigente. Il ghetto è lì, lo stesso di prima, ancora più decadente e degradato perché sono passati altri anni e va sempre peggio. Parlando di Stati Uniti, la segregazione grazie a Dio è un ricordo lontano, ma al di là delle opportunità che può fornire la fiorente economia americana ai singoli individui, c’ è sempre un ghetto carico di disperazione. In mezzo al discorso Trap c’ è questo Drill, che non mi permetto di denigrare perché è senza dubbio un prodotto onesto, ma chi dice che sta roba è figlia del gangsta rap andando a ritroso nel tempo manca completamente il bersaglio: il gangsta rap nasce in una atmosfera rivoluzionaria, quello che ho descritto in precedenza, ed è stato la colonna sonora della più importante rivolta degli anni 90; questi ragazzi al massimo parlano di uccidersi a vicenda in toni da faida e non vanno oltre, un buon deterrente per la stabilità di sistema. Se posso aggiungere una postilla, l’ alternativa non può essere questo conscious rap da quattro soldi che, seguendo il pensiero dominante, cerca di scaricare tutte le responsabilità dello scenario attuale a Donald Trump, uno che si limita fare battutacce razziste e parlare di muri inesistenti a differenza di un presidente nero che ha distrutto mezzo medio oriente e mezza classe media in patria. Piuttosto che ascoltare simili stronzate pompo anche io Chief Keef e compagnia bella… Ma siamo davvero di fronte a uno scenario senza alcuna speranza.

 

L’ ITALIETTA CHE STRANGOLA SE STESSA

Veniamo finalmente a noi, al nostro paese… Anche qui si cerca di fare Trap, a risultati alterni. E Sfera E Basta buca il mercato. Quale mercato? Un mercato liquido, digitale, che scorre come l’ acqua, precario come la nostra vita di tutti i giorni, dove un successo di oggi non equivale a una possibilità di carriera duratura, soprattutto dove non ci sono più “star”. “Rockstar”, questo posso dirlo, è il titolo più irreale che poteva tirare fuori Sfera E Basta, scrivo con l’ affetto che potrebbe avere un fratello maggiore o un padre. Ma voi non siete figli nostri, siete figli di questo tempo. Se siete figli nostri siete figli illegittimi al massimo, non possiamo riconoscervi. Perché noi, negli anni 90 e nei 00, in larga parte non eravamo assolutamente consapevoli di tutte le cose che ho scritto finora, ma le vivevamo. I Baggy Jeans nei 90 ti facevano apparire come un alieno in Italia, ma rafforzavano il nostro carattere e la nostra identità. Essere ciò che eravamo ci poneva su un piano di antagonismo “a pelle” senza nemmeno bisogno di fare politica. Abbiamo cercato per anni un riconoscimento che non è quello che è arrivato ora. Perché volevamo fare le cose se non come in america almeno come nel resto d’ Europa, mettere su un business in modo autonomo, avere il controllo creativo e farci i soldi veri. Sogni, fantasie mai concretizzate per via di tanti fattori primo tra tutti il crollo dell’ industria musicale, ma siamo stati comunque i peggiori in Europa, così stupidi da accettare dal 2006 in poi dei contratti impresentabili con le major, contratti che non hanno fatto altro che prendere gli stessi soldi di prima ridistribuendoli in meno mani. E nessuno di noi oggi va in giro col Ferrari o con la Lamborghini, forse qualcuno ricco di famiglia boh, ma sarebbe evidentemente irrilevante.
Hanno una bella faccia tosta però le major a proporsi oggi in Italia come “industria musicale”. L’ industria produce, costruisce per le masse, qui nessuno sta costruendo più nulla. Oggi è tutto affidato agli artisti che devono improvvisarsi promoter organizzatori distributori appoggiandosi quando va bene a micro realtà dai mezzi limitatissimi che a volte si fanno anche pagare per un lavoro che un tempo era garantito dalle etichette. Poi se c’ è un certo feedback comprovato arriva la major che mette la sua bandierina sul prodotto senza dare praticamente nulla, sfrutta la vena mineraria che tira fuori un po’ d’ acqua e di cibo fino ad esaurimento e arrivederci. Questa non è una industria, questo è sfruttamento di risorse altrui e basta. L’ industria in Italia è morta per non risorgere mai più. L’ industria musicale contemporanea e “vera” è quella che tira fuori una Adele come in Inghilterra, talenti che vengono coltivati e fatti crescere e maturare, gente che nella vita deve limitarsi a fare arte e poi in seguito anche a gestire un proprio VERO business, ma tutto seguendo un percorso onesto e non di latrocinio. In Italia oggi questa è fantascienza… Ma evidentemente non è un semplice problema di industria musicale, è lo specchio di uno scenario orribile che riguarda imprenditoria in toto e mercato del lavoro, un paese dove ormai si specula continuamente su tutto e dove non c’ è speranza né occasione di uscirne fuori, letteralmente.

 

COSA C’ E’ NEL PROFONDO

Il punto è che noialtri avevamo grandi sogni quando abbiamo iniziato col rap. Ed eravamo hardcore, una integrità che in molti casi ci ha portato a fare gravi errori specie nei 90 rispetto al rapporto con l’ industria di allora, ma ci ha preservato intatti, ha preservato il nostro operato, fino al momento in cui tutto ha iniziato a sputtanarsi a 360 gradi, dal 2006 in poi. Qualcuno, senza far nomi, ha detto che quello che è stato fatto prima del 2006 in Italia era roba per bambini, tutto quello che ho detto finora smentisce coi fatti la malafede totale di una simile affermazione… C’ erano varie anime nel rap, chi più vicino alla politica, chi no, ma certe cose non si mettevano in discussione. Era una ruota che girava in modo miracolosamente pulito, un po’ come negli USA fino al 92, c’ erano i party dei giorni del pionierismo, c’ era l’ afrocentrismo, il 5 percentismo, ma anche le tute di Gucci sin dalla fine degli anni 80, oltre alle enormi catene d’ oro dell’ epoca. Non c’ era contraddizione, filava tutto liscio e questo avviene quando una cosa è integra nell’ essenza. Poi ci si è ammorbiditi, si sono accettati compromessi sbagliati, certo in america ci sono stati pure degli omicidi importanti nei 90, ma lì è stato comunque fatto qualcosa di grande, anche se a guardare il presente la delusione è matematica. Ma al di là di questo anche qui c’ era una motivazione di fondo, costruire qualcosa di grande. Qui. E nostro. Non ce lo hanno permesso, ci hanno soffocato. E consentitemi di dirvelo, non sarete voi a costruire qualcosa in una realtà del genere, in un “mercato”, virgole d’ obbligo, liquido, in un mondo dove la produzione industriale si fa in Cina con mezzi scadenti più che mai e dove soprattutto le vostre motivazioni sono 100% egotrippin. Vi parlate addosso e basta ed è normale: per quale cazzo di motivo uno deve buttare un pacco di soldi a fondo perduto per singoli, video, di album neanche ne parlo perché appunto per fare veri album bisogna costruire cose e il “mercato” ha ben altri interessi, visualizzazioni, spam eccetera se non per pompare il proprio ego? Io non vi critico perché purtroppo capisco molto bene il mondo attuale, ma se questo mondo lo sentite come vostro il divario tra noi e voi è incolmabile. Per noi un mondo migliore di questa merda che ci hanno rifilato allo stesso modo con cui si rifila una ciotola di cibo in scatola ad un animale domestico è sempre e comunque possibile, per voi non lo so, ma di sicuro non state facendo niente per metterlo in discussione. Non lo avete creato voi questo mondo di merda, ovvio, noi possiamo anche avere le nostre responsabilità, ma se i nostri valori erano/sono quelli di cui ho parlato e voi onestamente se ne avete non sapete nemmeno descriverli tra noi non può esserci un confronto di nessun tipo. Ci hanno messo in una trappola fatta di Europe tecnocratiche, di web liquido, di prodotti cinesi a 50 centesimi, di cocaina spacciata per pagare le bollette che non si arriva a fine mese, di cibo d’ eccellenza che vediamo in tv ma che è economicamente inavvicinabile per la maggioranza di noi e chi parla di identità e socialismo sul piano nazionale è un criminale nemico numero uno degli Stati Uniti d’ America e della Europa sua schiava, attenti che fate la fine di Gheddafi o peggio siete aprioristicamente bollati di fascismo, pure se questo non ha alcuna relazione con la realtà oggettiva. Ma noi conserviamo una identità, almeno io e chi rifiuta coraggiosamente il nuovo che avanza la conserva. E’ vivo. Può farsi una galera decennale come la fece Mandela prima di arrendersi alla CIA, ma è vivo. In galera ci siamo tutti comunque… Allora si tratta solo di scegliere, letteralmente.

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