introness1 e la ricerca di un equilibrio possibile

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Molto spesso la musica nasce da una frattura. Un momento difficile, una perdita, una domanda che continua a tornare senza trovare risposta. Ininquietovivere, introness1 prende queste tensioni e le trasforma in un percorso che attraversa disagio, accettazione, rabbia, crescita personale e ricerca di equilibrio. Il risultato è un lavoro profondamente autobiografico che utilizza il rap come strumento di osservazione di sé e del mondo, affrontando temi universali senza rinunciare alla propria identità artistica. In questa intervista abbiamo parlato del rapporto tra scrittura e benessere emotivo, dell’importanza del tempo nell’ascolto della musica e di cosa significhi oggi esporsi attraverso l’arte.

inquietovivereaffronta il tema del conflitto interiore: quanto è importante per un artista trasformare il disagio in linguaggio?
Il disagio diventa linguaggio solo se metabolizzato, se no diventa solo uno sputare odio sul microfono, cosa che vedo spesso fare in nome dei più tipici luoghi comuni attuali come provenienza o contesto sociale. Non ho bisogno di millantare le mie origini e la mia sofferenza per celebrare a gran voce una rivalsa economica fine a se stessa. Siamo tutti diversi e non è nel nostro controllo decidere dove nascere. Quindi togliamo questo uso consueto di idolatrare solamente una tipologia specifica di artista, è inutile e oramai pure parecchio scontato.

Scrivere può essere una forma di terapia. Nel tuo caso è più uno sfogo, un’analisi o un modo per trovare equilibrio?
Scrivere è parecchio terapeutico, rappare dopo ancora di più. Credo la ricerca consapevole o meno di equilibrio stia alla base del potersi vivere intensamente le emozioni, quando sei realizzato ti rende felice anche il più piccolo gesto, è come se tutto pulsasse dentro. Non sarebbe equilibrio se non fosse ricercato, l’ago della bilancia permette mobilità proprio per questo, per comparare le quantità. Questo vale anche per le emozioni e la vita più in generale.

Nel disco si attraversano rabbia, consapevolezza e accettazione. Pensi che la musica possa accompagnare davvero un percorso di crescita personale?
Assolutamente sì, credo ciecamente in questo. La musica in ogni sua forma ed ogni altra espressione artistica rendono concrete le tue emozioni, emozionando anche chi sente o guarda. Più una forma d’arte è provocatoria e personale, più rimane nel cuore e smuove, magari anche parti nascoste, può inquietare come trasmettere profonda gioia. E spesso non deve essere per forza coerente con l’intento dell’artista, ad esempio a me alcuni film comici fanno piangere, e non dal ridere.

La dualità è centrale nel progetto. Quanto è pericoloso oggi vivere senza accettare le proprie contraddizioni?
Se non accetti te stesso sei al punto di partenza, quindi è fondamentale. Tutti abbiamo contraddizioni, mentiamo o siamo troppo diretti, il nostro cervello ha due emisferi non per nulla. Agire consapevolmente richiede coerenza e rispetto per tutti, essere veri significa non mentire a se stessi.

In un’epoca in cui tutto è immediato, tu proponi un ascolto lento e profondo. Che valore ha oggi il tempo nell’esperienza musicale?
Sta riassumendo il suo valore, sempre più persone vedo preferiscono riascoltare ciò che hanno amato o che stanno riscoprendo, questa industria musicale va bene per le kermesse ma non per chi ama la comunicazione e l’arte libera. C’è tanto di artistico anche in ciò che viene preconfezionato, ma nessuno infatti discute sulla qualità delle materie prime. Anche un gelato confezionato è buonissimo, però non lo puoi paragonare a quello artigianale. Scusa l’esempio, ma ho fame. Il tempo è il nostro valore più grande, ma solo se si riesce a svincolarsi dal suo schema. Questo vale anche per l’ascolto di un disco, dal riascolto e dal farlo proprio. Se ti fa uscire dal tempo vuol dire che la magia s’è realizzata.

Quanto pensi che la tua discografia racconti la tua evoluzione come persona, oltre che come artista?
Al 100%, ne ho fatto il mio marchio. Il mio logo realizzato nel 2016 da Fra Design richiama il triangolo con l’occhio al centro, qualcuno dirà: sei un massone? No, perché uso un’immagine sacra deturpata invertendone il senso attribuito, cambiando i parametri, le mani sono il triangolo che racchiude la testa del microfono, che diventa l’occhio che non vede, sente per poi diffondere. È un mezzo, non un fine, e nemmeno un simbolo di segreti o privilegi.

Il rap nasce come espressione diretta. Oggi, secondo te, è ancora uno strumento autentico per raccontare la realtà o rischia di diventare solo forma?
Vedo che stiamo andando un po più verso la forma. Ma come biasimare chi ha questo stile, ricordo sempre che le radici del rap affondano anche nel riscatto sociale e nello sbatterti in faccia i soldi e riempirsi d’oro ogni centimetro del corpo. C’è anche questo e mi piace pure, lo capisco ed anch’io cerco la mia rivalsa, ma ciò che mi appaga io l’ho già trovato, tutto il resto è un di più a cui sicuro sono grato. “A te il tuo oro a me il mio miele” (Clinamen).

Quanto è difficile esporsi su temi interiori senza cadere nella retorica o nell’autocompiacimento?
Molto. Forse un po ci si cade comunque, un velo di narcisismo è parte di tutti, bisogna solo vedere quando è patologico. In Determinazioni Nervose lo dico chiaramente: “Non è che sei narcisista, te lo hanno inculcato dentro nella testa, la tua rabbia è sofferenza”, bisogna riconoscere una emozione e capire perché se ne proietta magari un’altra, questa società partorisce narcisisti indotti. La rabbia con cui a volte investiamo il prossimo ed i nostri progetti deriva proprio dall’ossessione di imporsi. Ma se dici la tua senza bisogno di sovrastrutture allora si, dici qualcosa di veramente costruttivo e non retorico.

Se qualcuno si riconosce nelle tue parole, che responsabilità senti nei confronti di chi ascolta?
La stessa che si può avere nel consigliare qualcosa ad una persona che ami, poiché sul microfono ci vado prima di tutto con il cuore, ho sempre fatto così. Siamo inondati dal senso di responsabilità ma spesso non ne valorizziamo il concetto, se fossimo responsabili delle nostre azioni solamente sarebbe tutto più sicuro ed appagante, tutto più libero dal controllo ossessivo.

Guardando al tuo percorso,inquietovivereè un punto di arrivo o una fase di passaggio?
Un arrivo che ti mostra il nuovo punto di partenza, ti mostra come continuare. Sento che se rimango fermo a ciò che considero un arrivo automaticamente mi fermo. E fermarsi non è mai un bene. Certo, ti godi l’arrivo, osservi il panorama e ti riposi, ma poi la voglia di ripartire arriva, ed è lì che riprendo. Lo dimostra che sto già lavorando al prossimo album, ma è venuto anche questo da sé.

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