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Spillo Carnera: “Il mainstream crea robe fighe, l’autenticità spesso vive ancora nell’underground”

tempo di lettura: 3 minuti

C’è una generazione di rapper italiani cresciuta quando fare hip hop significava stare ai margini.Nessun algoritmo, nessuna playlist, nessuna scorciatoia. Solo demo masterizzate, studio, jam, live e il bisogno quasi fisico di scrivere qualcosa che parlasse davvero della propria vita.

Spillo Carneraarriva esattamente da lì. Da una Palermo lontana dai riflettori del mercato, da un rap vissuto prima come rifugio personale e poi come percorso artistico costruito nel tempo, tra underground, produzioni, silenzi e ritorni.

ConOvertime, il rapper palermitano non prova a rincorrere il presente del rap italiano ma a raccontare il proprio posto dentro di esso. Il tempo, la disillusione, il peso dei numeri, la trasformazione dell’hip hop in industria e la ricerca di autenticità diventano il centro di una conversazione lucida e senza filtri, in cui convivono ironia, amarezza e consapevolezza.

Nel corso dell’intervista si parla di successo, fallimenti, mainstream, underground e della differenza tra chi usa il rap per apparire e chi invece continua a viverlo come necessità personale. Un confronto diretto con un artista che, dopo quasi vent’anni di percorso, continua a vedere la musica non come una strategia ma come qualcosa da cui non è mai riuscito davvero a scappare.

Quando hai capito che la musica non era solo un mezzo ma una necessità?

All’inizo del mio percorso artistico all’incirca nel 2005. Cominciai a scrivere senza neanche rendermi conto di cosa stessi facendo, ricordo solo che utilizzai il mezzo della scrittura come sfogo personale, come quando senti il bisogno di scrivere un diario, non l’ho mai fatto per altri scopi se non per rifugio personale.

Cosa ti mette più a disagio oggi: il silenzio o l’esposizione?

Il silenzio di chi ha una certa esposizione e la utilizza per fini effimeri e non per portare valore alla musica e alla comunità musicale.

Il tempo è un tema centrale in Overtime: tu hai più paura di arrivare tardi o di non arrivare affatto?

Arrivati ad una certa età, sei ben consapevole dei limiti che il tempo ti impone. Quando ti avvicini ai quarant’anni e con ben vent’anni di musica alle spalle, ti rendi concretamente conto di quanto i sogni lascino spazio alla cruda realtà ovvero che non ce l’hai fatta e che forse non ce la farai mai e questo da un lato fa male ma dall’altro ti scrolla definitivamente dalle spalle quel senso di urgenza che ti spinge a fare le cose fini arrivisti, fai musica perché hai voglia di farla e Perché speri che ciò che fai arrivi al cuore e alla riflessione di qualcuno.

Quanto è cambiata la tua percezione del successo rispetto agli inizi?

Ho iniziato ad ascoltare il rap intorno al 1997, avevo circa dieci anni, era un’epoca in cui se ascoltavi rap eri un disagiato, pensare di poter fare successo con la musica era già di per sé un’utopia e pensare di farlo con il rap era pura fantascienza. Io e tanti altri della mia generazione abbiamo pagato il prezzo dei precursori che hanno spianato la strada ai ragazzi di oggi, fieri di averlo fatto, ad ogni modo non ho mai avuto una percezione di successo bensì una percezione di soddisfazione personale con i feedback ricevuti negli anni.

Esiste ancora, secondo te, una forma di autenticità nel rap o è diventata solo estetica?

Parlare di autenticità in un contesto musicale in cui i meccanismi discografici la fanno da padrone è un pò complesso. Se si ha il desiderio di ricercare L’autenticità, bisogna scavare nei meandri dell’underground, il mainstream crea robe anche fighe ma spesso con una autenticità di facciata.

Se potessi parlare con il te stesso del 2005, cosa gli diresti di non fare?

Gli direi di studiare e di evitare di far musica a livello professionale, di non preoccuparsi dei fallimenti ma di imparare da questi e di cercarsi un posto fisso Per limitare la comparsa dei capelli bianchi prima dei quarant’anni.

Quanto contano oggi i numeri rispetto all’impatto reale della musica?

I numeri sono la costante che determina la soglia tra successo e fallimento, ci sono in giro prodotti fighissimi che non fanno ascolti e musica fast food che fa milioni di streaming ma che lascia tanto a desiderare. Dischi brutti fanno dischi di Platino, dischi belli fanno dischi di Platano.

C’è qualcosa che non sei riuscito a dire in questo disco e che senti ancora irrisolto?

Penso che Overtime, sia uno spaccato di una parte importante della mia vita umana ed artistica, non sono ancora riuscito a dire tutto ciò che volevo e questo potrebbe portarmi nuovamente a pensare di fare nuova musica, in questo momento voglio però analizzare concretamente l’impatto che Overtime avrà sulla Gente, successivamente valuterò il da farsi.

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