“SPAZIO”: Nix e il bisogno di trovare casa dentro sé stessi

tempo di lettura: 5 minuti

Ci sono dischi che nascono da un’urgenza precisa, altri che prendono forma lentamente, attraversando tempo, esperienze e trasformazioni personali.SPAZIO, il nuovo album di Nix, appartiene alla seconda categoria: un progetto che si costruisce nel movimento, nei chilometri macinati, nei cambi di prospettiva, ma soprattutto nella ricerca continua di un equilibrio interiore.

Non è un caso che tutto ruoti attorno a una parola apparentemente semplice. “Spazio” diventa qui un concetto stratificato: luogo fisico, distanza emotiva, relazione con gli altri, ma anche campo mentale in cui idee, dubbi e visioni iniziano a prendere forma. È un disco che parla di movimento ma anche di radici, di fuga e ritorno, di quella tensione costante tra il fuori e il dentro che definisce tanto la vita quanto il percorso artistico.

Dal punto di vista sonoro, il progetto si muove su coordinate precise: boom bap, sample, cultura hip hop. Ma non è un esercizio nostalgico. Le produzioni di Jambé lavorano sulla materia classica per spingerla in avanti, tra atmosfere cinematiche e una sensibilità contemporanea che dialoga con il presente senza perdere il legame con le radici.

Dentro questo equilibrio si inserisce anche una visione più ampia dell’hip hop: non solo tecnica e attitudine, ma disciplina, immaginario, costruzione di un linguaggio coerente. Un approccio che si riflette nelle scelte musicali, nelle collaborazioni e persino nell’estetica visiva del progetto.

Abbiamo approfondito tutto questo con Nix, entrando nel cuore diSPAZIO: dal viaggio che ha generato il disco fino alla sua evoluzione artistica, passando per il rapporto con il suono, il live e la dimensione più autentica della cultura hip hop.

Il titolo SPAZIO sembra semplice ma racchiude molti livelli di significato. Qual è stata la scintilla che ti ha portato a costruire tutto il disco attorno a questa parola?

La scintilla è nata durante un periodo in cui viaggiavo tantissimo tra aerei, treni, corsi, live e viaggi di piacere. Muovermi continuamente da casa mi faceva vedere il mondo fuori, ma allo stesso tempo cercavo casa dentro di me, nei rapporti e in ogni luogo in cui andavo. Credo sia stato proprio questo senso di movimento e introspezione a dare vita al flusso creativo di SPAZIO

Nel progetto si percepisce una forte attenzione al viaggio, sia fisico che interiore. Che ruolo hanno avuto gli spostamenti e le esperienze fuori casa nel tuo percorso artistico?

In realtà ho risposto parzialmente a questa domanda prima, ma confermo: gli spostamenti hanno sempre avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale. Viaggiare, conoscere nuove culture e confrontarmi con realtà diverse arricchisce l’anima e, di conseguenza, il mio percorso artistico. Ogni esperienza fuori casa mi regala nuove prospettive da portare nella musica che scrivo.

Le produzioni di Jambé danno al disco una forte identità boom bap ma con un taglio moderno. Quanto è stato importante mantenere un legame con la tradizione hip hop?

Per noi è stato fondamentale, perché alla base è ciò che ci piace fare. Io, personalmente, amo il soul e il jazz, e mi affascinano molto i campioni tratti da colonne sonore: da lì siamo partiti per scegliere le strumentali. Allo stesso tempo, Jambé cura molto l’aspetto moderno, creando beat che restano fedeli al boom bap ma freschi e attuali. Di certo, pur amando le radici dell’hip hop, non vogliamo limitarci al sound tradizionale: vogliamo dare il nostro punto di vista e portare qualcosa di personale

All’interno dei beat ci sono sample rielaborati provenienti da colonne sonore cinematografiche. Quanto ti affascina il rapporto tra rap e immaginario cinematografico?

Molto! Penso a tanti rapper che amo e che trattano i progetti come veri e propri film. Ad esempio, Nas in Illmatic racconta il Queens con dettagli così vividi da sembrare un documentario urbano. Alcuni testi di Ghostface Killah sono così ricchi di situazioni da sembrare piccole sceneggiature di film di gangster o action anni ’70–’80. Poi ci sono Kendrick, J. Cole, MF DOOM e Biggie: tutti giocano con la narrativa cinematografica nei loro pezzi. Credo che basti per far capire quanto conti per me questo rapporto tra rap e cinema.

La traccia Navicella apre il disco con gli scratch di DJ Fra3C. Quanto pensi che lo scratch resti ancora oggi un elemento fondamentale nell’estetica hip hop?

Lo penso e, soprattutto, spero che lo pensi chiunque si definisca un vero hip hop head. Gli scratch arricchiscono i pezzi: personalmente mi prendono tantissimo, quando sento uno scratch in un brano mi coinvolge sempre al massimo. Amo l’arte del DJ anche se non la pratico seriamente; uso i miei SL-1200 più che altro come ascoltatore.

Nel disco compare Tusco come unico featuring rap. Che tipo di energia volevi portare con questa collaborazione?

Ho deciso di avere un solo featuring perché volevo che il disco mantenesse una certa coerenza. Tusco è stata la scelta naturale: condividiamo palchi ed esperienze da anni, e ci capiamo subito sia nella vita che nell’hip hop. La sua presenza porta tecnica e energia, e allo stesso tempo resta in perfetto equilibrio con il resto del progetto

In Luna troviamo strumenti come sax e tromba. Quanto è importante per te mantenere una dimensione musicale più ampia rispetto al semplice beat e rap?

Per me è fondamentale sperimentare il più possibile, restando fedele a ciò che amo. Lavorare con musicisti rende più semplice trasformare le idee in realtà. Per Luna, volevamo uno strumento nel ritornello per dare spinta al brano: dopo aver provato campioni di sax e tromba senza ottenere il risultato giusto, ho chiesto a Simone Antonioli e Davide Vinci, che avevo conosciuto pochi mesi prima a un loro live con la band funk, di suonare. Alla fine sax e tromba sono presenti in tutto il brano, non solo nel ritornello. Questo dimostra che, pur amando beat e barre, voglio che i miei pezzi siano canzoni complete e curate: per questo ho affidato mix e master a Kique Velasquez, un vero maestro del settore.

La copertina realizzata da Menazone introduce simboli come TO e ZEN, legati all’armonia con l’universo e all’illuminazione. Quanto conta la disciplina nella tua visione dell’hip hop?

La disciplina, per me, è il filo che tiene insieme tutto: tecnica, idee e attitudine. Nell’hip hop significa allenarsi costantemente, curare ogni dettaglio e rispettare il percorso artistico, come una pratica che ti aiuta a restare centrato e coerente in quello che fai

Il disco uscirà anche in una tiratura limitata di vinili. Che rapporto hai con il formato fisico nell’era dello streaming?

Ho voluto fortemente stampare il disco in copia fisica. Lo faccio dai primi tape che facevo da ragazzino con la mia crew, ovviamente con uno spirito diverso. In passato avevo già stampato i CD del mio progetto Tempo, e avere tra le mani una copia di un mio disco è sempre una grande soddisfazione.

Questa è la prima volta che un mio disco esce in vinile, quindi l’emozione è ancora più grande. Devo ringraziare tantissimo la Squirt Records di Torino, che mi ha supportato molto per questa uscita in vinile in tiratura limitata.

Non è il classico packaging da vinile: lo abbiamo un po’ rivisitato, seguendo la visione dell’etichetta. Saranno 100 copie totali — 50 rosse e 50 nere — e potrete ordinarle dal sito oppure ritirarle direttamente da me ai live.

Dopo Tempo e il progetto TUTTO È FERMO, cosa rappresenta SPAZIO nel tuo percorso artistico?

Spazio rappresenta la naturale evoluzione del mio percorso. Lo vedo come un disco più maturo, sia nella scrittura che nella scelta dei sound. Lo sento anche più uniforme nelle scelte musicali e più forte nell’impatto lirico: ho cercato di alzare l’asticella sotto tutti i punti di vista.

Foto di Matteo Baragli
Previous Story

Dal subconscio alla collettività: Welfare State secondo Brama

Next Story

PUF – Pistoia Urban Festival: Onyx e una visione concreta di cultura urban