Non tutti i dischi nascono per accompagnare un momento. Alcuni arrivano per incrinarlo. Con Il segreto di Dana Barrett, Starks costruisce un’opera che si muove lungo una linea sottile: quella che separa la consapevolezza dall’illusione di controllo. Non è un album che celebra conquiste, ma uno che si ferma esattamente nel punto in cui qualcosa si rompe. E resta lì.
In un panorama musicale sempre più orientato alla velocità, alla sintesi e all’impatto immediato, Starks sceglie una traiettoria opposta: rallenta, scava, lascia spazio al rumore di fondo. Il disco si sviluppa come un percorso coerente, quasi cinematografico, dove ogni brano è una soglia emotiva e ogni beat – costruito attraverso un lavoro artigianale di campionamento da vinile – porta con sé memoria, frizione, imperfezione. La produzione non accompagna il racconto: lo incarna.
Il segreto di Dana Barrett è un lavoro che interroga più di quanto spieghi. Parla di risveglio, ma lo fa lontano dalla retorica della crescita lineare; racconta il cambiamento come un momento destabilizzante, una frattura che toglie certezze prima di offrirne di nuove. È un album che chiede ascolto lento e restituisce immagini stratificate, dove suono e visione dialogano continuamente.
In questa conversazione, Starks riflette sul valore della crepa, sull’importanza dell’imperfezione e sulla scelta – oggi quasi radicale – di costruire un disco che non cerca scorciatoie, ma profondità.
Il segreto di Dana Barrett è un disco che parla di consapevolezza come frattura, non come conquista. Quando hai capito che questo sarebbe stato il cuore del progetto?
L’ho capito nel momento in cui ho smesso di cercare risposte e ho iniziato ad ascoltare le crepe.
Questo disco non nasce da una vittoria, ma da una rottura: quando ti rendi conto che quello che eri non regge più, e quello che stai diventando fa ancora paura. La consapevolezza, per me, non è mai stata un traguardo luminoso, ma un punto di non ritorno. Arriva come uno strappo silenzioso, ti toglie le certezze senza darti subito qualcosa in cambio. Quando ho capito che tutte le tracce giravano attorno a quel momento, ho smesso di forzare il concept. Era già lì, mi stava solo chiedendo di essere raccontato fino in fondo.
Nel disco il “risveglio” sembra portare più smarrimento che risposte. È una riflessione personale o una critica al modo in cui oggi si parla di crescita e cambiamento?
È entrambe le cose, e non ho mai sentito il bisogno di separarle.
Il risveglio, per come lo vivo io, non è una rivelazione che ti sistema la vita, ma un momento in cui ti accorgi di non poter più fingere. E questo crea smarrimento, non pace. Da un lato c’è una riflessione personale, molto intima: crescere significa perdere appigli, non aggiungerne. Dall’altro c’è una critica a un certo racconto contemporaneo della crescita, troppo semplificato, quasi vendibile. Come se il cambiamento fosse sempre lineare, positivo, Instagrammabile. Nel disco ho voluto restituire quella zona scomoda in cui ti svegli, sì, ma non sai ancora dove andare. E forse è proprio lì che inizia qualcosa di vero.

Hai scelto una struttura fortemente narrativa, quasi cinematografica. Quanto conta per te l’immaginario visivo nella scrittura di un disco rap?
Conta quanto le parole, a volte anche di più. Quando scrivo non penso mai a una barra isolata, ma a un contesto: uno spazio, un’atmosfera, una presenza. Qualcuno che entra o che resta immobile mentre tutto il resto cambia. Il rap, per come lo intendo io, è un linguaggio che costruisce immagini attraverso il suono. La struttura narrativa del disco nasce proprio da questo bisogno di vedere prima ancora di dire. Ogni traccia è un fotogramma che porta avanti la storia, non solo un pezzo da ascoltare ma un frammento da attraversare. L’immaginario visivo mi serve per dare coerenza emotiva: se riesco a vedere una scena, so che quello che sto scrivendo è vero, incarnato. In questo progetto il suono, le immagini e le parole sono la stessa cosa che raccontano la stessa frattura, solo da angolazioni diverse.
Produci tutto da solo e lavori molto sull’analogico e sul campionamento da vinile. È una scelta estetica o anche ideologica?
Lavorare in analogico e campionare dal vinile significa accettare il limite, l’imperfezione, il rumore come parte del messaggio. Non cerco un suono pulito a tutti i costi, cerco un suono che abbia una storia addosso. Produrre tutto da solo è un atto di responsabilità: vuol dire non delegare il senso di quello che sto dicendo. Il campionamento diventa un dialogo con il passato, non nostalgia, ma memoria attiva. In un’epoca in cui tutto è immediato e replicabile, scegliere questo metodo è anche un modo per rallentare, per dare peso alle scelte e lasciare tracce che non siano solo funzionali, ma necessarie.

In un’epoca di ascolti rapidi e playlist, hai deciso di fare un disco che chiede tempo e attenzione. È una forma di resistenza?
Sì, lo è. Ma non in senso nostalgico o polemico.
È una resistenza silenziosa, prima di tutto verso me stesso. Contro l’idea che tutto debba essere consumato in fretta, capito subito, dimenticato ancora più velocemente. Questo disco chiede tempo perché è nato lentamente, e non avrebbe senso fingere il contrario. Non è pensato per accompagnare qualcosa, ma per essere attraversato. In un’epoca di ascolti rapidi, prendersi spazio e chiedere attenzione diventa un gesto quasi politico, ma anche umano: dire che alcune cose hanno bisogno di sedimentare, di tornare a galla più volte, prima di parlare davvero.
Dana Barrett è un riferimento preciso ma anche un simbolo. Cosa rappresenta davvero questo personaggio nel tuo racconto?
Dana Barrett è una soglia.
Un punto fragile in cui il quotidiano smette di essere innocuo e qualcosa di più profondo inizia a farsi sentire, senza chiedere permesso. È una figura che vive tra razionale e crepa, tra controllo e perdita di controllo. Nel disco non è tanto una persona quanto uno stato: il momento in cui ti accorgi che stai cambiando, ma non hai ancora il linguaggio per dirlo. Dana Barrett rappresenta quella vulnerabilità esposta, il segreto che non è uno scandalo ma una frattura interna, qualcosa che ti attraversa e ti costringe a guardarti senza filtri. È il simbolo di ciò che si apre quando smetti di difenderti e accetti di non avere una forma definitiva.
Se questo disco fosse una porta, secondo te cosa c’è dall’altra parte per chi decide di attraversarla?
Dall’altra parte c’è il silenzio prima di ogni risposta, e la possibilità di guardarsi davvero.
Non è un luogo comodo, né un arrivo: è uno spazio in cui confrontarsi con le proprie crepe, con le zone d’ombra che spesso evitiamo. Attraversarla vuol dire accettare che la consapevolezza non arriva come premio, ma come strappo; che capire non equivale a risolvere. Chi entra trova uno specchio, qualche eco di se stesso, e la libertà di restare lì a osservare o continuare a muoversi senza certezze, ma con più verità.