Con BANSHEE, Giovane Feddini e Flesha firmano un incontro che va oltre la semplice collaborazione: un dialogo tra due modi diversi di vivere l’hip hop, due percorsi che hanno respirato la cultura in momenti e contesti differenti ma che oggi trovano una lingua comune. Il disco, secondo capitolo della trilogia iniziata con Sirene, è il punto in cui identità, eredità sonora e visione personale si intrecciano senza nostalgia e senza imitazione.
In queste sette tracce convivono la ruvidezza dell’estetica newyorchese dei primi Duemila, un approccio al campionamento che guarda ai grandi produttori della scuola classica e una mentalità che rifiuta il confronto sterile con la scena italiana contemporanea per abbracciare invece un immaginario globale.
È un progetto che parla di evoluzione culturale, di fedeltà alle radici e di quella “mentalità hip hop” che resiste alle mode, alle classifiche e alle metriche di performance.
Per questo su Moodmagazine abbiamo voluto approfondire le fondamenta del disco: il rapporto con la propria storia artistica, l’eredità dei suoni, la visione globale e il ruolo culturale dell’hip hop dentro e fuori la scena.

BANSHEE mette insieme due generazioni e due percorsi diversi: come si intrecciano le vostre eredità discografiche dentro questo disco e in che modo avete dialogato con il vostro “passato musicale”?
Non è una questione temporale, ma di feeling. Odio la nostalgia e il ricordo di tutto ciò che non può più essere: conta, per me, quello che siamo e cosa stiamo provando in quel momento.
Il sound richiama una precisa stagione dell’hip hop — la New York a cavallo tra ’90 e ’00. Cosa rappresenta per voi quell’estetica e in che modo l’avete reinterpretata senza farne semplice nostalgia?
Flesha: Abbiamo cercato di ripercorrere il suono che ci ha sempre ispirato, senza scimmiottare o emulare, il disco si rifà molto ai classici di gruppi come Diplomats, The LOX, G-Unit, Coke Boyz e tutta quella scuola newyorchese dei primi 2000 che tuttora è un punto di riferimento imprescindibile nel nostro suono. Abbiamo miscelato le nostre ispirazioni ed è uscito un sound unico, originale ed omogeneo, senza mistificazioni, dalle liriche alle strumentali.
Nella costruzione di BANSHEE si sente una cura particolare per mood, campioni, arrangiamenti. Avete dei riferimenti o dei produttori storici che hanno guidato la direzione del progetto, anche solo come attitudine?
Produttori come AraabMuzik, Harry Fraud, The Hitmakers e Daringer sono stati fondamentali a livello di ispirazione per il Mood che volevamo dare al progetto, anche nomi più storici come Ty Fiffe, Red Spyda o Buckwild ci hanno fortemente influenzato a livello di sound, parliamo di producer che hanno evoluto il loro stile pur mantenendo una linea con le loro robe più vecchie senza sembrare average o senza dare quell’effetto throwback che alla lunga stufa.

Tutto è iniziato con Sirene e proseguita con questo disco sembra voler raccontare un’evoluzione personale ma anche culturale. Dove pensate che BANSHEE si posizioni all’interno della vostra discografia e dell’attuale scena rap italiana?
Lo dico con il massimo rispetto: cerco di guardare il meno possibile la scena italiana e preoccuparmi il meno possibile di ciò che fanno gli altri. Guardo cosa succede in America, in Giamaica, in Nigeria, a San Juan, Londra o Parigi: l’Italia è il parmisan cheese del rap mondiale.
Moodmagazine ha sempre raccontato l’hip hop come cultura: cosa pensate che questo disco dica sulla scena di oggi — su come si scrive, si produce, si collabora — e qual è il contributo culturale che sperate rimanga oltre le tracce?
La musica è fatta di frequenze e sensazioni: tutto ciò che riguarda proiezioni, numeri e risposta del pubblico è gratificante ma avvelena il processo. Io so solo che devo dare me stesso e fare la musica che mi piace, se apprezzeranno sono solo che felice: non sono nessuno per insegnare qualcosa al pubblico, è giusto che ognuno trovi la sua strada.