Archive for the “5 domande a...” Category

sabato, marzo 13, 2010 Categorized under 5 domande a...

5 domande a Dj Uncino aka Stradjvari

DJ UNCINO AKA STRADJVARI

Da Roma in giù, e non solo, non c’è culo hip hop che non abbia fatto muovere con le sue selecta di black music. Non si esaurisce qui la vena di Gianluigi Rosario Donniacono aka Dj Uncino o Stradjvari che dir vogliate. Co-fondatore dell’etichetta indipendente Ammontone Prod. (di cui si ricordano ultimamente le produzioni “Core e Lengua” di Op.Rot e Tony Cefro; “Il signor Lui” di Ramtzu con Andrea e Laps; “Equalizer” di DopeOne e Oluwong), dj, organizzatore dei maggiori eventi napoletani, tanto altro e scratch video set, la nuova frontiera del turntablism “visivo”. Cinque domande ad uno dei maggiori interpreti della scena campana: per voi, Dj Uncino!

++ Molteplici sfaccettature del tuo talento ti vedono come turntablist, dj, selecta, organizzatore di eventi, svs, spalla di molti gruppi (per ultimi, La Famiglia, Svez, Ganja Farm…), co-creatore dell’etichetta indipendente Ammontone Prod. Ma quale veste credi ti si addica di più?

L’unica veste dove mi vedo è in quella di “b-boy”, se si può ancora usare ‘sto termine. “Dj, selecta, organizzatore + live band + etichetta” non sono altro che una serie di “note che combinate insieme creano quella melodia che il mio cuore percepisce e chiama “HIPHOPCULTURE” quindi = B-BOY!

++ Probabilmente il più attivo dj a Napoli, riconosciuto in tutto il mezzogiorno. Tra i tanti eventi che ti vedono protagonista spicca “Save the Vynil”, che cerca di rendere onore e merito al supporto più nobile e caldo. Com’è nato il progetto e in che misura ritieni indispensabile il vinile, di questi tempi?

Il progetto è nato quasi un decennio fa  in uno dei club al centro di Napoli: bazzicando da quelle party non ho potuto fare a meno di immergermi anche io in questa “missione possibile”. Per quanto riguarda il vinile, posso solo dirty che “nonostante usi anche Serato” sono forse tra i pochi che continua a comprare dischi (se consideri che tanta gente compra direttamente ‘ste apparecchiature senza avere manco un disco). Lo faccio da collezionista e per “dipendenza”. La comodità nell’usare attrezzature elettroniche è totalmente differente dal piacere e la goduria nell’ascolto di un disco con un solco sporco e caloroso! Questo è quello che mi farebbe piacere far capire a tanta gente che oggi usa con troppa facilità il termine “dj”. Io penso che se non hai mai avuto a che fare con un “diggin’” o con un vinile non puoi CAPIRE cosa significhi essere un dj. Allora è importantissimo maneggiare questi supporti per poterne percepire tutte le sfaccettature… ma quasi quasi la nuova missione mi sa che la chiameremo SAVE THE DJ… ehehe!!

++ Suoni in diversi locali, con diversi gruppi e spaziando tra diversi generi (da ciò nasce l’aka Stradjvari). Insomma, una situazione piuttosto positiva per te. Ma c’è qualcosa che non va, nell’ambiente, nelle serate cui presenzi, nelle persone che incontri, che vorresti cambiasse?

Stradjvari nasce dall’amore per il jazz ed è nato in un periodo in cui insieme ad Oluwong (beatmaker tra i più forti in Italia con il quale condivido Ammontoneprod e la quotidianità) facevamo una serie di tributi ad artisti jazz in un club in provincia che era un sott’organico del POMIGLIANO JAZZ FESTIVAL. Stradjvari, ovvero il mio modo di vedere il giradischi come un vero e proprio strumento musicale e non un semplice “piatto”. In riferimento alla scena… non basterebbe una intervista intera ad elencare ciò che mi piacerebbe vedere diverso! Ma non posso essere individualista e quindi… Però c’è una cosa che desidero più di ogni altra, anche se so che è pura utopia: “SAREI FELICE NEL VEDERE UN PO’ DI UMILTA”, solo questo!

++ Scratch Video Set è stata la tua ultima trovata: “il vjing visto con gli occhi di un turntablist”. Una nuova frontiera dello scratch abbinato ad immagini e video clip. Uno dei primi live del progetto l’hai tenuto al Museo di Arte Contemporanea MADRE a Napoli: credi che in certi ambienti SVS possa dare il meglio di sé? Pensi sia questa la via che debba intraprendere il progetto?

Che bello il vj’ing visto con gli occhi di un turntablist! È la mia nuova capata: sono contento che in una scena di “finti dj” troppo satura ed UGUALE ho sentito l’esigenza, ancora una volta, di EVOLVERMI e cosi è nata questa SVS a.k.a. SCRATCH VIDEO SET. Poi, ti dirò, se consideri che in parecchi ambienti la nostra cultura non è abbastanza conosciuta, musicalmente non sono “abituati” ad ascoltare una determinata sonorità, è mio piacere rendere noto in ambienti dove c’è una “VASTA PREPARAZIONE” che la nostra cultura e la nostra musica abbiano lo stesso obiettivo di un’opera, ovvero COMUNICARE! Ed ecco perche MADRE, perché possa essere apprezzata anche da una massa non dedita ad essa: basta essere categorizzati come “bambinacci” oppure tutti gangsta oppure tutte mignotte e quant’altro… Come ben puoi vedere anche questa è una missione: ogni giorno portiamo avanti sempre missioni… missioni… missioni…

Dj Uncino - Scratch Video Set

++ Dove ti vedremo nell’immediato futuro? Cos’hai di buono in cantiere a breve termine?

Non so, non ho obiettivi ben definiti ma come dicevamo prima “SOLO MISSIONI”… :) In cantiere c’è inerente a SVS il mio primo “video-tape”, una sorta di mixtape video, che uscirà quasi sicuramente verso la metà di aprile. Poi ho rimesso mano al beatmaking e magari chissà prima della fine dell’anno potrebbe uscire qualcosa… Per adesso saluti e bella stanti a tutti :)

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martedì, marzo 9, 2010 Categorized under 5 domande a...

5 domande a: Sandro Su aka Phogna.

click per il free download di “Casshern”

PHOGNA
Sandro Summa, alias Phogna, è uno di quei rapper che sanno districarsi egregiamente nell’underground. Ottima personalità, flow di livello e liriche mai banali. Qualche tempo dopo “L’albero del Napalm” torna un artista molto stimato nel mezzogiorno italiano (e non solo), con un bell’album in free download che vede, tra l’altro, la partecipazione di alcuni esponenti della scena napoletana.  Breve chiacchierata con Phogna, sul suo trasferimento, la nuova vita, un disco che sembrava perso, e sui suoi progetti futuri.

 ++ Dopo l’”Albero del Napalm” un po’ di silenzio per ricaricare le batterie. Nel frattempo dov’era finito SandroSu aka Phogna e cosa l’ha portato a pensare ad un nuovo disco, l’appena pubblicato “Casshern”?

Sandrino era finito in fabbrica, 11 mesi ai turni alternati e 3 anni buoni al solo turno di notte per prendere due soldini in più. Quindi non si può davvero parlare di “ricaricare le batterie”, piuttosto parlerei di tempo passato a scaricarle per cose ben lontane da quelle che mi piacciono, tra gente diversa da quella che ho sempre frequentato, tra i fatti che ti fanno montare su un disagio che fino ad allora avevi solo assaggiato, e i fatti che, anche se distanti anni luce dal tuo mondo, ti insegnano a campare. Casshern è il ragazzo androide: non molla un cazzo, è fatto d’acciaio. Sbattilo al turno di notte e lui scriverà canzoni in catena di montaggio tra un furgone e l’altro, fagli 2 lettere di richiamo perché scrive e legge in linea durante il lavoro e lui scriverà a casa al mattino invece di dormire. Il ragazzo androide puoi solo fartelo amico perché se decidi di rovinargli la vita ti sei appena rovinato la tua.

++ Leggiamo dalle note che accompagnano il free download che l’album ha avuto una gestazione parecchio difficile, sopravvivendo anche al black out del tuo hard disk. Dall’idea di un concept album si è passati ad una raccolta di pezzi: puoi raccontarci come?

Premetto che il disco mi piace com’è, quindi nessuna delle sue parti rappresenta un ripiego di alcun genere. Partii da “Coscienza”, scritto e registrato pochissime settimane dopo l’uscita de ”L’albero del Napalm“, da quel pezzo avrei voluto ricamare l’intera storia del ragazzo androide  con un preludio (appunto Coscienza), uno svolgimento ed una ben chiara conclusione. Ma sai com’è … questa base mi piace, quest’altra pure ….questo mio amico fa un rap meraviglioso l’altro anche di più e… nell’arco di pochi mesi ti ritrovi con un bel pacchetto di pezzi. Il colpo di grazia che ha fermato il lavoro a 10 tracce l’ha dato appunto l’hard disk morto il giorno del mio compleanno, presenti Ghemon e Kiave all’agonia in diretta. Il fattaccio, tra le altre cose, ha causato la perdita di “Tagliente”, canzone  che avevo fatto su beat di Fabio Musta e con gli skratch di Uncino, un pezzo di cuore andato via così… Appena mi tiro insieme li chiamo e lo rifacciamo, impegni di tutti permettendo!

 

++  Pubblicare il prodotto gratuitamente è una scelta importante, di sicuro ben ponderata. Come è arrivata, considerando soprattutto che non è il tuo primo lavoro, dunque non c’era bisogno di ‘presentarsi’ al pubblico?

Dall’olocausto dei clusters si salvò solo un export del disco su traccia singola sul quale sarebbe stato difficile fare un mastering convincente per farne un cd distribuito nei negozi. Quindi, libera musica per libera gente. Fa sempre bene, sia a me che al pubblico, al quale bisogna sempre presentarsi nella forma più smagliante che ti è concessa, visto che la soglia di attenzione viene costantemente assassinata dalla facile reperibilità d’ogni cosa, dato che se non stai in televisione non esisti per l’85% dei possibili ascoltatori, dato che se non hai una major che investe su di te migliaia di euro al minuto in televisione non ci vai, dato che coi milioni comprano le vite, io mi tengo la mia … Voi vi tenete il vostro dischetto agggratis  e se vi piace è tanto di guadagnato… no?

++ Tra le collaborazioni, attuali e passate, spesso hai fatto riferimento al rap napoletano, con esponenti della new e dell’old school. Ti ha influenzato, e in che modo, l’hip hop partenopeo?

Sono chiaramente un grande ammiratore del rap partenopeo e di tutti quelli che ne hanno scritto la storia. Mostri come Tonino Joz che da un giorno all’altro per un caso della vita si ritrovano ad abitare a 500 metri da casa tua sono solo manne dal cielo. Poi a Napoli mi hanno sempre fatto sentire in famiglia (vado ancora fiero di essere stato ospite sul palco dei 10 anni della Tck). O’Zì, Op.Rot e Rob, Clemente, Paura, Ramtzu ecc… Gente meravigliosa davvero, tutti con la loro parte di giusto a miei occhi sempre nuova, tutti con una tecnica fresca da sfoggiare mai sentita prima, questo è il rap! C’è poco da fare. Ora abito a Trieste e purtroppo la distanza è tanta, spero solo di rivedere tutti molto presto.

click per il free download del singolo “Uno Qualunque”

++ Da poco è fuori il singolo “Uno qualunque”, con Mess2 e Creeterio. Un brano di forte impatto socio-politico: è parte di un nuovo progetto? Puoi anticiparci qualcosa?

Andiamo per gradi. Gli amici in questione sono pezzi di anima. Mess2 è la sola persona che conosco che si possa definire un artista a tutto tondo, mi ha tirato dentro in ben 3 pezzi del suo disco in uscita, “Versatile”, con un risultato che ha soddisfatto tutti, quindi il connubio va di sicuro onorato e portato avanti. Luca Creeterio è un dj che compete egregiamente a livello mondiale all’età in cui io ero buono solo a dire “rappresento veloce come il vento”. Va da sé che, se ci metti dentro anche Norh ed i suoi lampi di genio e Joz che tra la famiglia ed il lavoro riesce sempre e comunque a stupire, nascono pezzi nuovi con una certa facilità ed un certo entusiasmo, se poi ne riusciamo a tirare su un disco tutto nuovo nel futuro prossimo ben venga. Per quanto riguarda la deriva “socio-politica” come dici tu, quella si è rivelata un’assoluta necessità: ho visto il rap gradualmente sposare la causa dei tabbozzi, dei tornisti, dei giocatori di calcio, dei picchiatori da stadio, dei fighetti inamidati, di chi è convinto che un’Audi possa riempirti l’esistenza… Ora,se il rap deve parlare a qualcuno, signori miei, state scommettendo sul cavallo sbagliato; credo ci sia molto altro da dire, ed è questo che provo a fare. Alla fine si tratta solo di “capire!” come dice Ciro Greco nel pezzo. Come ha detto Moe appena ascoltato “Uno qualunque” –“in un’epoca simile va fatto in ’sto modo: vero e sensibile al contesto.” E se lo dice ‘ndonie! Buona camicia a tutti.

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giovedì, settembre 3, 2009 Categorized under 5 domande a..., Recensioni

Matt Manent – On the Road

Matt Manent

Matt Manent – On the Road

MATT MANENT | ON THE ROAD | AUTOPRODUZIONE

“On the road” come Jack Kerouac: qui, però, non si parla di nomadismo avventuroso tra le polverose routes statunitensi, ma piuttosto di un viaggio nelle sensazioni e nelle emozioni di un ‘arrivederci’. Matt Manent è Mattia Colombo: inutile dilungarsi in presentazioni, perché da rampante mc promettente, il nostro si profila sempre più come ottimo interprete. Ep di cinque tracce, poco più di un quarto d’ora, di passaggio ma bello pieno: il rap si insedia in un triplo progetto che coinvolge fotografia e scrittura (molto gradevole) visionabile al link A Longer Way Home. Il mio consiglio è quello di ascoltare le tracce sfogliando gli eccellenti scatti del brianzolo per lasciarsi trasportare appieno dalle sue parole. Che non profumano solo di forte spirito di iniziativa, ma anche di volontà di lasciarsi alle spalle un mondo, del brivido di un allontanamento dalle persone care. Tutto ciò, filtrato dal suo ottimo rap. Per info www.mattmanent.com

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venerdì, ottobre 19, 2007 Categorized under 5 domande a...

5 domande a… Rebo (organizzatore del Playground Bolzano)

A Bolzano, città non certo nota per il suo movimento cestistico, c’è chi da anni spinge la cultura della doppia H e la lega in modo passionale ed indissolubile a quella del basket da strada. Rebo, aiutato da qualche amico, organizza ormai da 4 anni uno dei tornei più belli del nord Italia, non solo per l’alto livello dei partecipanti, ma anche per la splendida cornice scelta, quella della piazza del Tribunale, e per gli artisti rap che ogni anno sono chiamati ad esibirsi (ultimi in ordine di apparizione: Colle der Fomento). Abbiamo voluto cercare di approfondire con Rebo, il tema dello street basket e come questo si cala nella realtà bolzanina.

Come definiresti il legame orami consolidato tra basket e musica hiphop?

Il binomio è tutto americano, anzi afro-americano. Il basket e l’Hip Hop negli
anni 70 e 80 sopratutto era una delle poche vie d’uscita dal ghetto e le due
cose si sono legate insieme dai campetti di periferia e sono arrivate in
versione pattinata nella NBA. In europa il basket è legato alla doppia H quasi
solo a livello di playground perchè i campetti sono frequentati da molti
“stranieri” e quindi il rap è la musica che li rappresenta.

Street basket: sport o way of life?

Come dice Rafer Alston “skip 2 my Lou” (uno dei pochi AND1 player riuscito ad
arrivare dai campetti alla NBA) “Per arrivare in NBA lo streetbasket non serve,
il migliore dei streeballer non non puo competere con il peggiore giocatore
NBA.” Il basket vero è fondamentali, allenamento e tecnica. Con lo streetbasket
quindi non arrivi in NBA ma è un modo di essere e vivere il basket per
dimostrare in strada, per alcuni l’unico mondo che conoscono, il proprio valore.

So che hai avuto modo di toccare con mano la realtà dove lo street basket  è
religione: quella new yorkese. Puoi raccontarci brevemente quali
differenze hai percepito tra il loro modo di vivere questo sport, e quello  che
invece riscontri in Italia, ed in particolare in una città come Bolzano?

Beh Bolzano è un caso a parte, qui non c’è una gran cultura del basket e
tantomeno dello streetbasket. Il livello dei giocatori del playground si alza di
anno in anno, abbiamo giocatori giovani, come vecchie glorie ma nelle squadre +
forti puoi trovare gente che gioca in B d’eccellenza o in A2 femminile ma
facciamo fatica a far capire che siamo al campetto e non sul parquet. Non esiste
sfondamento e se l’avversario ti tocca non è detto che sia fallo. In america e
pure troppo fisico il gioco. Una volta in un campetto chiamato “the cage” a
Manhattan abbiamo assistito a una partita dove sul campo se le davano di santa
ragione e ne è nata una rissa. I due coinvolti si sono menati fino a che uno dei
2 ha prevalso sull’altro che ne è uscito con qualche dente in meno e gli altri
baller li hanno guardati senza intevenire e poi si siono rimessi a giocare come
se nulla fosse, è la legge della strada li va così. chi vince rimane in campo e
si prende i soldi e avanti il prossimo.  Un’altro mondo!

Organizzi il playground ormai da 4 anni, hai trovato ostilità da parte
delle istituzioni bolzanine verso la cultura che rappresenti e lo sport che
promuovi?

Verso la cultura in particolare no, anzi è sembrata subito una buona idea, il
problema di chiunque abbia idee e buona volontà non sempre è sostenuto dalle
istituzioni. Devi presentare un progetto e senti tante belle parole ma poi
finisce in un buco nell’acqua. Se sei un ragazzo non ti danno spazio e ogni cosa
devi dimostrarla e poi se la cosa va bene il merito è dell’associazione o del
politico mai dei ragazzi.

In Italia manca una vera cultura da playground, cosa si potrebbe fare
secondo te per riempire di giovani leve i campetti nostrani? Unire i tornei
estivi in un circuito più allargato potrebbe essere una soluzione…

Mah il problema è che i ragazzi di oggi preferiscono la Playstation o la
televisione a un pomeriggio a 40 gradi a prendere e dare botte sotto un canestro
di un campetto. Fare tornei e coinvolgere i + giovani è la cosa migliore. Se gli
dai uno scopo per cui giocare vedrai che i ragazzi si avvicineranno ai campetti.
Fare un circuito oggi come oggi è difficile, cerchiamo invecie di fare qualcosa
a livello di quartieri o piccole città. Questa formula qui a Bolzano ha pagato,
ogni anno cresciamo di numero e i ragazzi che qualche anno fa erano solo
spettatori ora sono diventati ballers.

Luca “Psycho” Mich

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martedì, settembre 25, 2007 Categorized under 5 domande a...

5 domande a… Dank (Placenta Zero)

Fresco di successo, oggi ospitiamo nella nostra nuova
rubrica, il neo campione della 3° edizione del King Of The
Ring (che ricordiamo essere la gara di freestyle più
importante del nord-est), Fabio Carima aka DANK, dei
Placenta Zero.
Ciao Dank, allora dicci un po’: come sta cambiando il
mondo delle battle di freestyle negli ultimi tempi? Cosa si
sta particolarmente evolvendo?

Ciao a tutti. Il mio modo di approcciarmi alle battle è sempre stato tendenzialmente controcorrente, dato che non amo le sfide basate quasi unicamente sullo sfoggio delle proprie punchlines. Non si contano infatti le volte in cui, pur avendo chiaro che il pubblico prediligeva le rime da battaglia, ho incentrato la mia esibizione sulla tecnica e sulla pura improvvisazione, accantonando parzialmente o totalmente il dissing al mio avversario. Inizialmente il pubblico sembrava non essere sintonizzato su questa lunghezza d’onda, ma negli ultimi 2 anni ho notato che chi assiste alle battle ha evoluto il proprio senso critico, e ora i criteri su cui un mc viene valutato sono più ampi e più indicativi del suo livello. Inoltre l’mc può esprimersi liberamente, in quanto non viene obbligato a standardizzare la sua performance, ma può esibirsi attraverso il suo stile e i suoi personali punti di forza.

Attualmente sei fuori con il disco del tuo team, i Placenta
Zero e abbiamo spesso occasione di sentirvi live nella
vostra zona. Quando conta far valere il proprio nome come
freestyler per poter ottenere visibilità o riscontri?
Pensi che sia il metodo più veloce per far conoscere il
proprio nome e talento?

Sicuramente partecipare alle battle e agli open mic è un buon modo per riuscire a farsi conoscere e far sì che le proprie capacità vengano apprezzate. Per quanto mi riguarda non mi sono mai chiesto se sia il modo migliore o quello più veloce per ottenere riscontri, l’amore che nutro per il freestyle non mi consente di ridurlo a semplice mezzo per ottenere un fine. Io credo che chi fa la propria cosa con passione, consapevolezza e genuinità, otterrà risultati positivi indipendentemente da quanto si impegni a fare calcoli per raggiungerli.

La tua capacità di intrattenere pubblico (e anche
avversari i quali a volte restano a bocca aperta) con la
nobile arte del freestyle è davvero fuori dal comune.
Talento innato, ma anche tanto allenamento immaginiamo. Ci
racconti qualcosa a riguardo?

Nella mia vita di mc il freestyle ha sempre avuto un posto di rilievo, dagli innumerevoli pomeriggi passati ad improvvisare con gli amici quando ero ragazzino, fino ai palchi in cui ho avuto occasione di esibirmi negli anni successivi. Una stranezza che amo raccontare (e che considero un po’ il simbolo del legame che mi unisce alla disciplina del freestyle) è il fatto che quando giocavo a Fifa ‘96 con il mio vecchio Sega Mega Drive, ero solito mettere un beat e, rappando, cimentarmi nella telecronaca delle partite che giocavo. Inoltre, mi piaceva tentare di improvvisare su qualunque argomento, dai bulloni ai mandarini, e credo che questo mi abbia aiutato molto, consentendomi di mettermi alla prova in un tipo di freestyle in cui non vi sono alternative alla vera e totale improvvisazione.

Dissing, battles, scontri.abbiamo notato che tra i rapper
c’è voglia di qualcosa di nuovo nel freestyle? Sulla
scia di eventi come il King Of The Ring, c’è sempre
più la tendenza ad organizzare gare ad argomento. Cosa
credi che manchi ancora nella mentalità dei nostri italici
rappers per poter affrontare a cuor sereno questo tipo di
sfide? E le punchlines? Nel tuo disco pur utilizzandole le
condanni o sbaglio?

Il proliferare delle battles ad argomento è un chiaro messaggio del fatto che la scena del rap non vuole fossilizzarsi sugli standard, ma bensì spingersi un passo più avanti rispetto al livello raggiunto. Quello che credo ancora manchi è l’attitudine generale a questo tipo di performance, del resto gli ultimi anni hanno rappresentato il boom del freestyle puramente da battaglia e gli mc’s italiani, specie quelli che si sono formati in quel periodo, risentono ancora di questo tipo di influenze. Per quanto riguarda il mio utilizzo delle punchline o la mia condanna di esse, sono contrario al loro uso solo quando non hanno un riferimento o un bersaglio definito. Mi spiego, nel pezzo Finti Cent (il cui titolo credo ne chiarisca l’argomento) utilizzo rime che possiamo definire da battaglia, ma l’argomento del pezzo, il messaggio, e l’obiettivo, ne giustificano la presenza e ne inquadrano precisamente il senso. Tornando alle battle, non amo le punchlines generiche, quelle che possono essere utilizzate per più di un occasione e per più di un avversario. Poichè la sfida sia vera credo che le punchlines debbano avere basi e riferimenti riconducibili all’mc che si sta sfidando in quel momento, contro il quale non vi sono rime che calzino meglio di quelle che lo colpiscono nelle sue reali e verificate lacune.

Ora che il tuo nome si è decisamente affermato, dopo
alcune finali di Tecniche Perfette, la vittoria al KOTR e le
altre numerose battles che ti sei aggiudicato, che progetti
hai? Cosa ci dobbiamo aspettare da Mr. D’Ankesi?

Aspettatevi di ritrovarmi ancora. Il mio amore per l’Hip Hop è sempre grande e la voglia di fare è ancora più forte di quando ho cominciato 11 anni fa. Il Progetto Placenta Zero va avanti e la prossima uscita sarà l’album che il nostro dj T-Robb sta ultimando insieme a Bein Mass (la cui parte vocale è principalmente curata da me, ovviamente supportato dagli altri fratelli di Placenta Zero). Inoltre siamo in giro a promuovere il disco ‘Progetto Placenta Zero’, dando vita a una serie di showcase arricchiti dalla presenza del mega beatboxer Dhap e spesso in connessione con La Kattiveria, formazione reggiana di eccelso livello. Che dire, credo che il mondo del rap possa contare su di noi per il futuro. D’altronde se dopo tanti anni non abbiamo cambiato strada, probabilmente significa che la strada è quella giusta. Ciao a tutti. Dank

(zethone@moodmagazine.org)

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