“Questo è il disco che dovevo fare da una vita”. L’intervista a Moder

L’intervista a Moder doveva uscire qualche mese fa, a ridosso del suo fortunato album 8 dicembre. Ma una serie di sfortunati eventi (a proposito, recuperate la serie televisiva omonima) ne hanno rallentato la produzione e la messa online. Ora siamo riusciti a recuperarla e riproporla qui a pochissimi giorni dalla quarta edizione dell’Under Fest di cui l’artista ravennate è da sempre direttore artistico. E che anche quest’anno promette tre giorni intensi tra musica, cultura ed arte.
Naturalmente l’intervista integrale la troverete anche nel prossimo numero di Moodmagazine, in uscita il 23 aprile.

Questa è una domanda che ho sempre voluto farti ma non ho mai avuto il coraggio di fartela. È curioso che sia proprio grazie alla musica che mi sia data l’opportunità. Cosa ti ricordi di quel maledetto 8 dicembre?
Tutto, purtroppo. Mi ricordo che tornai a casa dopo la mia festa di compleanno, in pizzeria, ed ero felicissimo. Poi a notte fonda al piano di sotto c’è stato un gran casino e mia mamma mi ha detto che mio padre aveva avuto un’incidente. Io all’inizio credevo fosse una cosa da poco. E invece…
L’immagine più vivida però è quella di mia nonna. Mio padre era il terzo figlio che gli moriva: era proprio demolita. Aveva la mia età mio babbo, 33 anni. E in effetti in questo disco ci sono molti numeri che ritornano.

Sei mai riuscito a elaborare l’accaduto?
Non l’ho mai elaborato del tutto. C’è un’ingiustizia di fondo nella vita, e io so che quegli anni li non me li ridarà mai nessuno. Il lutto o la perdita prima o poi capitano a tutti. Ma a 11 anni la morte non esiste, o perlomeno non dovrebbe. Io invece ci ho dovuto fare i conti prestissimo e questo farà per sempre parte di me.
E poi subentrano anche le questioni pratiche. Da quel giorno non sono stato più lo stesso, sono cresciuto ad una velocità folle. Mia madre prima non lavorava e dopo ha iniziato a fare tre lavori per mantenere me e mia sorella, la situazione economica era sempre al limite, io addirittura invidiavo chi viveva una vita diversa dalla mia. Il primo singolo “Mauro & Tiziana” parla appunto di tutto questo ed è proprio quando l’ho scritto che ho deciso che il disco si sarebbe chiamato 8 Dicembre.

Ti sei posto il problema se questo andare così nel personale sarebbe potuto essere controproducente?
Sì. Ma non potevo fare altrimenti. Questo è il disco che dovevo fare da una vita. Tutto il rap che mi piace è così, potrei citarti mille nomi. Magari quelli che fanno i personaggi mi divertono e li ascolto volentieri, ma quando qualcuno ti parla della sua vita in una determinata maniera, quello che ti racconta ti arriva, e ti lascia qualcosa. Io volevo essere me, e l’unico modo per esserlo era esserlo fino in fondo. Dovevo tenere vivo l’adolescente che è in me.

 

foto di Alessandra Dragoni

 

La tematica del ricordo è il filo sottile che lega tutto l’album. Ma non è nostalgia, mi sembra qualcosa di diverso.
Ricordare per me significa tenere viva la propria storia. Odio chi dimentica da dove viene. Io fino ai 13-14 anni vivevo a Cervia, poco distante da Ravenna, eppure di quel mondo là non esiste più nulla. Avevo bisogno di ricordare bene. Nel disco infatti faccio tanti nomi: persone, vie, luoghi che ho visitato, locali che sono stati importanti nel corso della mia vita. So solo che dovevo e devo tenere vivo il ricordo. Non so perché lo faccio, credo per tenermi attaccato addosso le cose che per me sono state importanti. Le radici ti fanno quello che sei: io il 90% di quello che ho fatto nella mia vita l’ho fatto partendo dalla morte di mio padre. Mi ha totalmente plasmato.

L’album ormai uscito già da qualche mese, sei soddisfatto di com’è stato recepito?
Sì, è andata molto bene. Non me l’aspettavo. Ero convinto di aver fatto un buon lavoro ma essendo un disco molto personale sinceramente non sapevo cosa sarebbe saltato fuori in termini di ricezione. Invece è piaciuto, a pubblico e critica. Mi ha permesso di suonare moltissimo dal vivo – sono addirittura finito a fare un live a Londra – e ancora oggi, a mesi di distanza, ci sono tante persone che mi scrivono per dirmi quali sono i loro pezzi preferiti o per farmi i complimenti. Per me inoltre è stato un album importante anche a livello di evoluzione artistica perché è stato realizzato con una metodologia di lavoro che di sicuro impiegherò in futuro.

Cioè, spiegati meglio?
Il disco è stato realizzato a stretto contatto con Duna del Duna Studio. Io negli anni ho sempre preferito più la dimensione live rispetto alla fase di registrazione; e invece registrando “8 Dicembre” mi sono molto concentrato sul lavoro in studio, me lo sono proprio goduto. A dire il vero “ci” siamo concentrati, perché Duna mi ha dato una grandissima mano e per questo ho deciso di mettere il suo nome in copertina come featuring. Duna oltre ad essere un ottimo fonico e ingegnere del suono è  un personaggio importantissimo per l’hip hop ravennate. Non solo è un breaker di fama internazionale con la Break The Funk – balla ancora nonostante i quaranta e passa anni! –, è stato anche uno dei primi a fare rap di buon livello a Ravenna e per noi de Il Lato Oscuro della Costa è sempre stato come un fratello maggiore. Ci ha insegnato moltissimo.

Come si è svolto il lavoro in studio con lui?
Praticamente siamo partiti da alcuni beat prodotti da vari beatmaker e li abbiamo “aperti”. Abbiamo cambiato dei suoni, utilizzato tecniche di registrazione sperimentali, chiamato musicisti a suonare. Ci siamo sbizzarriti, insomma. Duna ha un orecchio molto particolare ed è fuori da ogni logica di mercato o di hype, e questo ha fatto sì che ci siamo concentrati solo su noi stessi e sul nostro lavoro. Abbiamo passato mesi ad arrangiare i pezzi, prima di trovare una quadra. Lui inoltre ha un’attitudine molto blues e mi ha tirato fuori cose molto personali. Anzi, non vedo l’ora di iniziare a registrare un disco nuovo perché questo mi sono proprio divertito a farlo.

Quanto ha influenzato “8 dicembre” la tua partecipazione allo spettacolo “Il Volo – La ballata dei pichettini”? Ti va di dirci due parole a riguardo?
Il periodo in cui scrivevo i brani del disco è lo stesso in cui stavamo preparando lo spettacolo e quindi l’influenza è ovvia. Ed è stata una sfida perché ho dovuto limare alcuni miei tic da rapper. “Il Volo” è uno spettacolo teatrale scritto da Luigi Dadina, Tahar Lamri e Laura Gambi del Teatro delle Albe: una sorta di conferenza-spettacolo dove tutta l’introspezione è deputata alla musica e al mio rap. La trama tratta del disastro della motonave Mecnavi, un tragico incidente sul lavoro avvenuto vent’anni fa in cui hanno perso la vita tredici persone, in gran parte ragazzi, e per me non è stato facile pesare le parole. È stata un’esperienza che mi ha arricchito molto sul piano artistico e ovviamente anche a livello personale, ad esempio una volta a fine spettacolo è venuto a salutarci in uno dei pompieri impiegati nelle operazioni di salvataggio, era in lacrime, ed è stato molto toccante.

Hai intenzione di portare avanti il tuo rap anche a teatro o l’esperienza con “Il Volo” è stata una tantum?
Non lo so, se mi chiamano sarò molto contento di partecipare. Da poco è uscito anche il disco dello spettacolo e son curioso di sapere come andrà. Adesso come adesso sono concentrato soprattutto sul fare musica: mi sento come se avessi ri-iniziato. Con “8 Dicembre” credo di aver elaborato la batosta dello scioglimento de Il Lato Oscuro della Costa, cosa che io non ho vissuto benissimo. È stato come lasciarsi con una fidanzata storica.

foto di Alessandra Dragoni

Cosa rimane oggi de Il Lato Oscuro della Costa? Come valuti retrospettivamente il vostro percorso?
Rimane tantissimo a livello umano. E anche a livello musicale sono convinto rimangano buone cose. Pochi giorni fa ho riascoltato per caso “Artificious” e sono rimasto piacevolmente colpito da alcune soluzioni che avevamo utilizzato. Forse “Amore, Morte e Rivoluzione” era un disco troppo complesso e pretenzioso, e già lì noi come gruppo avevamo incominciato ad essere un po’ in crisi. Di certo rimane l’approccio di provincia, in senso buono. L’hip hop a me piace soprattutto quando non è standardizzato, quando vedo le differenze tra una città e un’altra. Ora purtroppo è tutto molto simile.

La provincia è un’altra delle grandi tematiche del disco. Sbaglio?
No, affatto. Anzi, ho proprio voluto creare un immaginario anche visuale coi video e con le foto, ad accompagnare i pezzi. Vivere in provincia ha ovviamente aspetti negativi e aspetti positivi, e non serve che sia io ad elencare quali sono, ci può arrivare chiunque. In provincia poi c’è anche una dimensione molto del continuo guardarsi indietro, anche a distanze ravvicinate, che io ho cercato di riprodurre utilizzando alcune tecniche di scrittura basate sul continuo dialogare degli opposti, in una battaglia tra il pieno e il vuoto.

A proposito di tecniche di scrittura. Due titoli del disco – “Jonh Fante” e “Il Codice di Perelà” –  sono riferimenti letterari. Qual’è il tuo rapporto con la lettura
Ho sempre letto moltissimo. Ho dedicato l’intro a John Fante perché è uno scrittore che mi ha cambiato la vita. Lo sento molto vicino al mio immaginario. “Il Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi invece l’ho scoperto per caso e mi è piaciuto tantissimo perché esprime un concetto in cui io credo molto: quello della leggerezza dell’arte di fronte alla pesantezza del mondo. L’arte è leggera e quindi ti può far volare via.

A proposito di leggerezza. Una cosa che mi ha sempre fatto sorridere, riflettendoci un po’ su, è che il romagnolo ha molto a che fare con il rapper americano stereotipato: un gran sborone ma in fondo innocuo, uno che le spara grosse, gran donnaiolo.
La cosa del “sono il più sborone di tutti” in effetti è molto romagnola e anche molto hip hop. Così come la competizione continua, l’idea del te da solo contro il mondo. Mi vengono in mente alcune parole di Pantani riguardo la fatica tremenda che faceva. Tutto questo è un po’ il motivo per cui una vera e propria scena hip hop romagnola non è mai esistita. C’erano e ci sono tutt’ora molte realtà separate tra loro. Anche se fortunatamente le cose stanno cambiando.