EasyOne, la musica come espressione dell’anima

Un rapper impegnato ed atipico, Easy One. Calabrese trapiantato a Milano, classe 1983, da sempre attento alle problematiche della sua regione di origine, dapprima con la sua formazione storica Kalafro, poi con la sua intensa attività da solista. Impegno civile contro il sottile degrado culturale e sociale che pian piano sta saturando tutto, anche le emozioni.
Pubblichiamo con leggero ritardo questa intervista rilasciataci gentilmente in occasione dell’uscita del suo album Stessa pelle, per la storica etichetta Mandibola Records.

Ciao EasyOne. Tu apri il disco con un brano molto forte sul tema dei migranti e io ti chiedo: cosa vuol dire fare musica politicamente impegnata nel 2016? Quali sono le tue impressioni e cosa ti ha spinto ad aprire il disco con un brano simile?
Penso che questo sia semplicemente, come tutti i miei lavori del resto, un brano consapevole e in cui si capisce esattamente come la penso e da che parte sto, non lo definirei un “brano politicamente impegnato”. In questo disco ho cercato di raccontare delle storie, in cui l’ascoltatore è libero di interpretare e viaggiare con gli strumenti che ha a disposizione. Il disco doveva iniziare con questo brano, per l’atmosfera, per la tematica che ovviamente è una delle più importanti dell’album. Un album musicale è un po’ come scrivere un libro, diciamo che questo brano è come se fosse una prefazione un po’ più corposa, cazzuta e dettagliata.

Cosa ti spinge a scrivere di temi così impegnati? C’è una volontà di far riflettere o senti piuttosto ci sia una sorta di “dovere morale” a guidarti?
Faccio solo ciò che mi sento di fare, nel senso che non mi reputo il Messia o il Maestro di nessuno: la musica per me è l’espressione dell’anima e dello spirito. Penso però che tanti rapper che hanno la possibilità di parlare a un pubblico più ampio potrebbero a volte affrontare tematiche in grado di stimolare i giovani.  Oggi un album lo fai con otto o dieci brani, puoi cazzeggiare per metà disco ma poi sforzati a scrivere qualcosa di sensato. Lo dico per il bene dell’Hip Hop: la musica senza contenuto può spaccare, ma nel lungo periodo, se non hai contenuto e sostanza, riscendi giù.

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Com’è nato il tributo a Curre curre guagliò?
Sognavo di realizzare questo brano! I 99 l’hanno approvato e per me già è stato motivo di vanto e orgoglio. D’altronde si parla di uno dei miei gruppi preferiti da sempre quindi puoi solo immaginare che emozione. Ho voluto fare un tributo e non una cover, perché sinceramente penso che i tempi siano cambiati e che il testo andava riadattato all’epoca in cui viviamo attualmente. Penso di esserci riuscito bene.

Il disco nasce dopo un lungo periodo solista, quando hai iniziato a scriverlo? Com’è andata per la direzione artistica? Ci hai lavorato molto o lo hai fatto piuttosto di getto?
Il disco l’ho realizzato in due anni: sei mesi per scriverlo e registrarlo, altri quattro mesi per arrangiarlo con i musicisti. L’arrangiamento però l’ho fatto a quattro mani con Shiva, che ha curato otto produzioni su undici dell’album. I testi generalmente li scrivo di getto e poi correggo giusto qualche parola o concetto nei giorni successivi.

Vivi da tempo a Milano nonostante tu sia originario del profondo sud Italia. Quanto ha influito questo sul tuo modo di fare musica e di scrivere?
Posso essere sincero? Avrei scritto questo disco nello stesso identico modo, anche se avessi vissuto questi ultimi anni in un’altra città: se cambi posto non cambi modo di scrivere o attitudine, quello che sei rimane e traspare anche nei brani ovviamente.

In uno dei brani del disco ti lamenti della gentrificazione che sta subendo questa musica, ma non è proprio tramite questo processo che è giunto il rap in Italia? Non è proprio con l’incoscienza giovanile che ci si è approcciati alla cosa, all’epoca? Cosa non ti va giù? Vorresti chiarire meglio questo aspetto? Proprio a causa di questo processo di gentrificazione di cui sopra, pare che adesso ci siano molti meno gruppi ben definiti (come potevano essere i metallari, i pariolini e i paninari dei 90s) e chiunque ascolti un po’ tutto di tutti senza molte remore. Cosa ne pensi di questo? Chi sono le persone che vengono ai tuoi live? Hai mai avuto confronti con loro fuori dal palco?
Riguardo alla prima parte, ti direi semplicemente che non mi va giù che la musica sia diventata solo la cornice di una tela imbrattata in maniera confusa e poco originale.
Per il resto, certo, con i miei supporter ho un confronto giornaliero, quando suono, quando sono in giro per la città, devo dire che i miei “fan” (odio chiamarli così, credimi) hanno tutti il sale in zucca, sono stra-curiosi e non ti concedono neanche una distrazione. Ti dico solo che quando partecipai a Spit molti si sentirono quasi traditi, ma poi con il tempo e soprattutto con questo disco hanno capito che la mia “pelle” non cambia in base alle situazioni o alle persone che ho davanti. Sono sempre vero.  Comunque se fai delle cose a un certo livello e ti esponi, la critica fa parte del gioco.

Parliamo dei featuring: come li hai scelti e selezionati? In uno dei video del disco troviamo anche Luigi Pelazza de Le Iene. Com’è nata la collaborazione?
Con Luigi Pelazza condividiamo valori e idee comuni, è un professionista serio e una persona fantastica e disponibile, a cui è piaciuto il mio lavoro e soprattutto il suo contenuto. Ci siamo conosciuti anni fa all’interno delle attività dell’osservatorio della ‘Ndrangheta di Reggio Calabria, durante delle manifestazioni antimafia. Tutti i featuring arricchiscono ulteriormente un disco di cui già mi sento molto soddisfatto. Tutte partecipazioni non calcolate a tavolino, ma frutto di palchi, giornate in studio, serate scellerate in giro per l’Italia. Tutti gli artisti che hanno collaborato a questo lavoro, hanno messo il cuore e per questo li ringrazio. La cosa che mi dispiace è solo una: non aver potuto regalare la copia fisica del mio cd a Primo Brown, per me sarebbe stato un onore fargli ascoltare il mio disco per intero. Ciao Bro!

Il disco è ormai fuori da un po’ e immagino tu abbia avuto modo di metabolizzare l’uscita. A guardarlo da una certa distanza ti chiedo: cambieresti qualcosa?
No, non cambierei nulla, è il lavoro più maturo che abbia mai fatto. È trasversale e arriva a tutti ma non è assolutamente pop e questo mi rende fiero del mio lavoro. È un disco vero e suona proprio come me lo immaginavo tempo fa.