Amon, fuori con “Black Diamond”

cover_Black Diamond_AmonAd un primo ascolto il disco può risultare un’esecuzione dal vivo di brani jazz-funk, per la scorrevolezza degli arrangiamenti e delle varie parti che si susseguono, in realtà quest’esperimento musicale nasconde un grandissimo lavoro di ricerca, taglio e adattamento dei campioni, infatti Black Diamond è stato interamente realizzato con utilizzo di samples dal vinile. A rendere il compito più arduo è l’auto imposizione di Amon di far suonare insieme sempre gli stessi cinque strumentisti in tutti e tredici i pezzi, ricreando una sorta di formazione fissa, un quintetto jazz che suona musiche che in realtà non sono mai esistite. Le difficoltà realizzative maggiori sono rappresentate dalle diverse tonalità, ritmiche e velocità dei vari campionamenti, la bravura di un produttore sta nel rendere cinque dischi diversi che suonano contemporaneamente un’amalgama omogenea quasi impossibile da scomporre. Chet Baker alla tromba, Charles Mingus al contrabbasso, Herbie Hancock al pianoforte e synths, Billy Cobham alla batteria e Hubert Laws al flauto traverso formano il roster di fuoriclasse del jazz scelti da Amon per dare vita ad un lavoro monumentale che si eleva rispetto alla concezione classica del beatmaking e trova nuove vie per reinterpretare quella che è la musica più pregiata e raffinata che ci sia, il jazz, seppur mantenendo l’attitudine del un produttore hiphop.