Street art in Palestina: la lotta di chi impugna uno spray

Hamza Abu AyyashHamza Abu Ayyash, classe ’81, è uno street artist che vive a Ramallah, in Cisgiordania. “Ho cominciato verso i 12 anni. Inizialmente mi limitavo ad imprimere la mia tag su un muro, con il passare degli anni ho deciso di prestare più attenzione ai graffiti, migliorandomi quotidianamente. E’ per questo che ho studiato belle arti all’An-Najah National University, nella città di Nablus”.

Hamza ha le idee molto chiare. Supporta con la sua professionalità la causa palestinese, in particolare denunciando la questione dei prigionieri civili nelle carceri israeliane. Gli chiedo se hai mai dipinto sul muro di separazione e mi colpisce la sua profonda osservazione: “Non credo che sia positivo fare graffiti sul muro di separazione. Sono contro qualsiasi iniziativa artistica sul muro perché dovrebbe rimanere così com’è, brutto. Quando si fanno degli artwork sul muro in un certo senso è come se si accettasse la sua esistenza. Non ho niente a che fare con me quel muro, è stato costruito contro la nostra volontà. E’ una gabbia che ci tiene intrappolati. E non si può neanche paragonare al muro di Berlino, perché questo è il muro dell’apartheid, non un muro costruito tra due parti della stessa nazionalità”. Hamza spiega che in Palestina l’uso di vernice e spray sul muro proviene da lontano: “I primi graffiti palestinesi sono apparsi nel 1950 in Libano, nel campo profughi Ain El Helwe per mano di un giovane ragazzo che è diventato il più famoso vignettista palestinese, Naji Al Ali. Cominciò a rappresentare sulle pareti del campo la sua speranza di ritornare in Palestina, di liberare il suo Paese dall’oppressione. Tornò a disegnare nel 1987, durante la prima Intifada, per diffondere quelle notizie che non arrivavano al popolo palestinese, poiché preventivamente censurate da Israele. Tutt’oggi i graffiti in Palestina hanno un carattere più politico che artistico”. Naji Al Ali è, tra le altre cose, l’inventore dell’ Handala, divenuta simbolo della lotta non-violenta portata avanti dal popolo palestinese. “L’Handala è “nata” nel 1969 in Kwait” ricorda Hamza. Quel piccolo con le spalle al pubblico, poichè lo sguardo è sempre rivolto alla Palestina.

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Per quanto riguarda l’hip hop, l’artista racconta di avere molti amici MC e di aver collaborato e collaborare ad oggi con molti di loro. “I Graffiti intesi come ‘hip hop’ sono nati da qualche anno. Sai che l’hip hop in Palestina è giovane, si sta diffondendo a macchia d’olio, ma si è radicato da qualche anno”. Nei mesi scorsi Hamza è stato molto attivo, dipingendo numerose mura in merito ai prigionieri palestinesi. Li raffigura quasi sempre forti e senza volto. La sua tag è “7mz” e qualche volta “Crazy Horse”. Hamza ha cominciato a fare tatuaggi dallo scorso febbraio. Ci tengo a mostrargli il murales “Free Palestinese” – scritto in arabo – realizzato lo scorso anno a Roma da writers italiani e gazawi , in occasione dell’incontro con il convoglio “Vik to Gaza”. Mi chiede: “Ricordi la t-shirt che Vittorio usava indossare, che raffigurava una corona di spine? Quel disegno lo ho realizzato io”. Mi rendo

conto che il mondo è grande, ma l’umanità riesce sempre a trovare un modo per incontrarsi. Come se certe persone fossero tasselli di un puzzle incantevole ma dannatamente raro, che se capti la giusta frequenza hai la fortuna di trovarle. E parlandoci scopri che sei stata attratta dalla loro energia poiché fanno parte della cricca che tenta di “restare umani” costi quel che costi. Chiedo ad Hamza cosa rappresenta quel disegno: “Sta a significare ‘Gaza sempre nella mia mente’. Ho ancora qualche maglia. Te ne conservo una per quando tornerai in Palestina”.

 

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Hamza Abu Ayyash

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