Intervista a The Essence

The Essence

“Il 2012 è stato un anno in cui mi avete dato tanto. Questo è il mio GRAZIE. La mia gioia più grande è che il beat è stato prodotto da The Essence, una giovane donna di 19 anni cresciuta con la mia musica”. Così Ghemon su Facebook il 16 dicembre dell’anno appena trascorso, e di sotto “Smisurata Preghiera”, pezzo inedito, a nome Gilmar. Io ovviamente non l’ho ascoltato subito, pensavo “vuoi mai che ci sia una ragazza brava a produrre? è già tanto se ce ne sono un paio brave a rappare”. Poi per fortuna, essendo io un maestro dell’inversione a U, un paio di settimane dopo, ho cliccato play. E il pezzo era la solita cartella intelli-rap di Ghemon, con un hook davvero coinvolgente e gli scratch del sempre bravo Dj Tsura. Ma su tutto spiccava il beat: una roba alla Clams Casino con un sample semplice semplice ma usato in maniera sapiente, e un paio di tocchi magici ad intravedere un possibile grande talento. Da lì in poi ho iniziato a seguirla su Facebook, ho ascoltato tutte le sue altre produzioni e ho deciso di intervistarla, perché credo possa migliorare ancora. Ecco a voi The Essence.

Iniziamo con un classicissimo: presentati un po’ ai lettori.

Mi chiamo Rossella Spena, meglio conosciuta come Rossella Esse o The Essence. Ho vent’anni, vivo in provincia di Napoli e sono al secondo anno di Psicologia all’Università.

La prima volta che ho letto il tuo moniker mi è venuto in mente un nomignolo da fenomeno del basket NBA. Una roba un po’ autocelebrativa. Come mai questa scelta?

Il nome in realtà proviene da una citazione del mio autore preferito, Kafka: “La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso”.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito, e perdonami la frivolezza, è che tu sei all’apparenza una ragazza “normale”: vestita bene, che si fa gli autoscatti in posa con Instagram. Fino all’altro giorno il rap lo ascoltava gente poco raccomandabile, con i pantaloni larghi e le felpe improponibili. È proprio cambiato tutto? Se capisci cosa intendo…

Io parto dall’idea che non bisogna indossare determinati capi d’abbigliamento per ascoltare un determinato tipo di musica, o meglio, non è necessario, anche se molti lo fanno. In realtà adoro essere non-conforme agli stereotipi, e questo credo che si senta anche dalle mie produzioni, poco ordinarie, molto abstract. Non credo sia cambiato tutto, bisogna solo avere una mentalità diversa. L’hip hop purtroppo è spesso vittima dei suoi seguaci troppo limitati.

Il mio riferimento al “vestito bene” era più che altro dovuto al fatto che oggi, per la prima volta in Italia, mi pare ci sia tantissima gente che ascolta rap pur non seguendo direttamente la cultura hip hop. Ragazzi che ascoltano rap e basta, senza volerlo per forza fare. Sei d’accordo?

Sì, sono d’accordissimo. Anche se purtroppo molti sono ragazzini dai tredici anni in su a cui l’hip hop viene presentato più come un prodotto da acquistare, che non come musica e cultura in senso generale.

Tu invece, nonostante sia giovanissima, hai un background hip hop. Giusto?

Non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo di sì. La mia adolescenza l’ho passata ascoltando i dischi di Tupac, Nas, Biggie, Slum Village, The Alchemist…

Di roba nuova invece, cosa ti piace?

Kendrick Lamar, su tutti! In Italia invece adoro Dargen D’Amico e mi è piaciuto moltissimo l’ultimo album di Ntò.

In effetti le tue produzioni ricordano molto questo nuovo tipo di beats Usa, vedi quelli per Kendrick Lamar, che sono un po’ una riattualizzazione del vecchio beatmaking anni Novanta. Com’è strutturato il tuo modo di produrre?

Nella maggior parte dei casi parto dal sample. Cerco di creare mentalmente un’idea del beat e ci lavoro su. Programmo la batteria, per poi inserire la melodia con qualche synth e il basso. Alla fine mixo e aggiungo vari effetti sulle singole tracce, per farlo suonare come voglio.

Il beat per Ghemon mi ha molto colpito. Soprattutto il rullante riverberato, con sopra la nota di synth, a dare quell’effetto sfasato. È un beat molto alla Clams Casino. Lo conosci?

Certo che lo conosco. E l’ho anche ascoltato attentamente. Non a caso uno dei beat preferiti di Ghemon è “I’m God” (di Lil B, su beat di Clams Casino ndr). Il rullante così riverberato è un po’ una novità nell’hip hop, lo utilizzano pochi produttori, ma volevo che suonasse esattamente così, anche col basso in levare, come hai detto tu.

http://www.youtube.com/watch?v=oQ5eUk6RIgc

Io sono un beatmaker dilettante, e quel rullante iper-riverberato te l’ho copiato, volevo che lo sapessi. E anche il beat di “I’m God” è uno dei miei preferiti, quindi andiamo d’accordo. Cambiando un attimo discorso, parlaci un po’ del tuo Ep “Pyramids”, è il tuo primo lavoro?

Sì, è il mio primo lavoro di strumentali. Non pensavo riscuotesse così successo, o meglio: più che “successo”, critiche positive! Dopo un lungo periodo di studio su sonorità abstract, ho provato a dare il mio contributo, ed è nato “Pyramids”. Tutto fatto in casa, ovviamente, a partire dai missaggi.

Personalmente l’ho trovato un po’ acerbo, ma ricco di idee e prospettive. Dal tuo punto di vista – domanda difficile, dato che gli artisti sono spesso poco inclini all’autocritica – quali sono gli aspetti del tuo fare musica da migliorare?

Credo di dover imparare a curare meglio i beats, fare più variazioni di batteria, stacchi più originali. E magari creare qualche suono partendo completamente da zero, integrandolo all’interno del beat. Inoltre, mi piacerebbe anche saper spaziare in tutti i sottogeneri. Ultimamente ho provato a creare qualcosa di molto più dirty, nel pezzo “Copacabana” con LeleBlade e Danny Megaton, e credo di esserci riuscita. In ogni caso il mio scopo è arrivare a creare uno stile mio, come quando si ascolta un beat di Shocca e si sa che è di Shocca, anche senza leggere chi l’ha prodotto.

A questo proposito, avrai seguito sicuramente la vicenda di The Orthopedic, qual è il tuo parere in merito? E cosa ne pensi dell’utilizzo di questi fantomatici production-kit?

Sì, l’ho seguita a malincuore. Il mio parere è assolutamente negativo, non tanto per il fatto in sé (eventualmente ci può stare di utilizzare UN solo loop, magari la batteria, non so) ma per il putiferio che si è scatenato dopo, quando The Orthopedic ha fatto finta di avere il contratto con l’etichetta in questione. Credo abbia perso tutta la sua credibilità. Ma d’altronde penso sia solo uno dei tanti che utilizzano production-kit. Personalmente io non ne ho mai utilizzati, preferisco creare qualcosa di originale piuttosto di mettere insieme dei loops preconfezionati.

Ultima domanda: a cosa stai lavorando al momento?

Sto lavorando a parecchie collaborazioni, produzioni per il nuovo album di Don Diegoh, produzioni per artisti napoletani e sto cominciando a produrre beat per qualcosa di nuovo mio, ma non ho ancora le idee chiarissime a riguardo, quindi non voglio sbilanciarmi. A presto, comunque.

http://www.youtube.com/watch?v=0CB25dCl_Xs

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