Macrobiotics – Balerasteppin

Macrobiotics: ovvero Dargen D’Amico e Nic Sarno: ovvero una delle robe più insensate e deliranti che mi sia capitato di ascoltare nell’ultimo periodo. I casi sono due: o Dargen D’Amico si è completamente rincoglionito, oppure, come credo, c’è dell’altro. Molto altro. Ma procediamo per gradi. “Balerasteppin” è una raccolta di cover rap di brani di musica leggera italiani, tutti trasfigurati in una dimensione spirituale che sta a metà tra il neomelodico napoletano virato dance e le statuette ultrapop della Madonna, quelle più o meno fluorescenti che vediamo spuntare qua e là nelle bancarelle dei cinesi al mercato. Più che un disco, un discorso. Un lyric essay, e in questo caso non posso far altro che rimandarvi al libro “Fame di realtà” di David Shields.

Lo scarichi gratuitamente dall’host appositamente dedicato e spingi play. “Vita spericolata” di Vasco Rossi in salsa Neptunes con ritornello detonato più solo di synth in scala 1:heavy metal, “La guerra di Piero” di Fabrizio De André in attacco wonky beats con panorama soul prima dell’invocazione a Ninetta. “Albergo ad ore” di Herbert Pagani in dirty-south esistenzialista con lead quasi G-funk, poi “Banane e lampone” di Gianni Morandi, “Adelante! Adelante!” di Francesco De Gregori, “Impressioni di settembre” della PFM, “Oh angelo mio” di Loredana Berté, “Che storia è” di Laura Pausini. Ma soprattutto, “Roba da ricchi” di Gianna Nannini in fidget-house con killer giro di basso e squarcio a metà del pezzo, quando entra in scena l’ultimo – in ordine cronologico – capolavoro dell’egemonia sottoculturale berlusconiana (Massimiliano Panarari docet): l’ospitata telefonica di Silvio Berlusconi a Kalispéra!, quella con Alfonso Signorini a commentare le foto di Massimo D’Alema a St.Moritz con la sciarpa in cashmere.

Dentro trovate tutto questo, e se non sempre il meccanismo funziona, perlomeno ad un livello prettamente musicale, “Balerasteppin” è uno di quei dischi che ha il pregio di far balenare alla mente questioni di non poco conto. Questioni che riguardano il futuro della musica popolare oggi, tanto nella sua dimensione estetica quanto in quella economica (che poi volendo è pure la stessa cosa). La tecnica qui utilizzata è quella del detournement, ma in realtà non è tanto l’oggetto-canzone-del-passato a subire il processo di straniamento. E’ colui che si mette a “fare” musica popolare oggi ad essere straniato, dato che è oramai evidente che quella che possiamo considerare una delle forme d’arte più prolifiche e significative del XX° secolo non può continuare ad esistere nel modo in cui l’abbiamo conosciuta fino ad ora, per il semplice fatto che lo stravolgimento di paradigma economico che ne regolava la produzione-fruizione è destinato ad avere su di essa una ripercussione tanto radicale quanto imprevedibile. Quindi terminale. Quindi un disco di cover. E che cos’è la cover oggi – con tutto quello che ci gira attorno (talent show in primis) – se non l’oscuro presagio della fine? Filippo Papetti

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