Risvolti digitali della musica in pillole

con la preziosa collaborazione di Giorgio Lanteri (myspace.com/thefamilybeatz ; myspace.com/thefamilyit)

ROS579-742270-01-02-20140618-093615-003-k5lD-U43020678056075TdH-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Ok, sappiamo più o meno tutti che cosa si intende con Musica Digitale… Per quei quattro che ancora non lo sapessero, diciamo che è il termine che indica l’acquisto di musica online direttamente in formato digitale, sia essa in formato mp3, oppure wav, oppure mp4 (specifico per gli iPod Apple).
La decisiva accelerata alla diffusione di questo fenomeno è stata data qualche anno fa in occasione del bailamme intorno a Napster. A causa della grottesca causa intentata dai Metallica a tutti gli utenti che avevano scaricato anche un solo loro brano, l’industria discografica si è trovata a doversi confrontare all’improvviso con un nuovo attore nella scena del music biz. Senza dubbio l’emorragia di vendite dei supporti solidi a causa del peer-to-peer era già cominciata da tempo, anche perché la qualità di un file rippato da un cd è ben superiore alla cassettina analogica registrata da un vinile, nondimeno l’approccio tenuto dall’industria discografica è stato controverso e cerchiobottista.
Sia chiaro, ancora oggi per le majors i files mp3/4/wav rappresentano esclusivamente un sottoprodotto, dato che – nonostante i piagnistei generalizzati – i margini di guadagno sono ancora di molto superiori con i cd che con i downloads. Le grandi etichette ormai non investono praticamente più su nuovi artisti, ma sempre più spesso si limitano a campare di rendita con ristampe – vendute naturalmente a prezzo pieno, nonostante le spese di incisione e promozione siano state ammortizzate ormai da anni – e con quei pochi artisti dai quali sono pensano di ricavare un profitto più o meno certo, ma è ovviamente sempre meno possibile ignorare i segnali che arrivano dalla base del mercato. Come vi sembra come segnale 417,3 milioni di downloads singoli venduti negli Stati Uniti solo nella prima metà del 2007? (oltre a 23,5 milioni di album, “buon peso”, come si dice al mercato della frutta…)Oltretutto, sono davvero varie le tipologie di fonti alle quali si può attingere musica digitale oggigiorno sulla Rete. Abbiamo già detto delle Majors. Per il momento, finché ci sarà ancora da fare qualche soldo con i supporti tradizionali, non ci si può aspettare da loro un impegno “serio” verso il mondo digitale… ove si limitano a riversare pedissequamente il proprio catalogo quasi per onor di firma o tentano approcci goffi (alla Cor Veleno “Nuovo Nuovo”, per intenderci) con la stessa grazia e la stessa agilità di un ippopotamo in un idromassaggio. Certamente eventi più recenti come la commercializzazione dell’intero catalogo dei Led Zeppelin in digitale – altre ristampe… -, o l’uscita del disco dei Radiohead in digital-only (salvo poi commercializzare copie fisiche con bonus dello stesso disco a 40 euro…) sono tutti segnali che portano il mercato in una certa direzione, ma decisamente le majors non hanno al momento la snellezza e l’immediatezza nelle loro strutture per rendere la loro presenza in questo mondo una opportunità economicamente conveniente e credibile, almeno per loro stesse!Vi è poi tutta una serie di nuove etichette indipendenti che hanno invece abbracciato fin da subito, e in maniera esclusiva, l’approccio al mondo digitale.Sono la versione moderna di quelle etichette che fino a non troppi anni fa stampavano ancora quasi in proprio i vinili, ritagliando e incollando le copertine nei weekend affidandosi a metodi di distribuzione quanto meno avventurosi….
La differenza con la situazione attuale è però sostanziale: ove questo tipo di etichette nel passato si occupava di promuovere solo alcuni progetti (nei quali spesso le medesime persone agivano sia da musicista che da… discografico) poiché i sostanziosi investimenti necessari erano decisamente a rischio, ora con l’abbattimento di gran parte dei costi riescono anche ad occuparsi di più artisti, spesso compatibili tra loro per genere e in grado di dare quindi una precisa identità all’etichetta, il che contribuisce anche notevolmente a creare un’immagine precisa dell’intero progetto, rappresentando quindi un valore aggiunto in fase di promozione. Altro valore aggiunto è che questo tipo di labels, pur non pubblicando solitamente materiale di scarsa qualità (cosa che finirebbe per danneggiare la loro stessa immagine) agisce anche sia come talent scout, finendo per prelevare dall’oscurità progetti magari validi ma poco conosciuti, e quindi agendo praticamente come “reparto A&R freelance” delle major più attente, e allo stesso tempo come “filtro” verso il basso, per cui molto spesso agenzie di booking o gestori di locali cambiano approccio nei confronti degli artisti a seconda che siano del tutto unsigned o facciano perlomeno parte di una etichetta digitale conosciuta nel settore.
Altro tipo ancora di etichetta che si può trovare recentemente online è la “Net / FreeDL Label”. Termine in realtà usato piuttosto a sproposito in quanto solitamente si tratta di persone che curano la messa online di materiale originale in forma gratuita, spesso usando la formula Creative Commons per la protezione dei diritti d’autore. Fino a che punto si possa parlare di etichette è davvero opinabile, trattandosi nella quasi totalità dei casi di singole persone, dotate di una forte dose di idealismo – e di altrettanta mancanza di vero spirito imprenditoriale – che “giocano” a fare l’etichetta discografica mettendo online il loro stesso materiale, e quello di amici e parenti, spacciando il proprio sito per etichetta discografica e condendo il tutto di ideali alternativi, di autonomia, indipendenza, “fotti il sistema” e così via. Ed essendo ovviamente pronti a saltare dall’altra parte della barricata nel caso, di solito assai improbabile, che il loro materiale venga per qualche motivo notato dall’etichetta tradizionale di turno.
Manca ancora un attore sulla scena della diffusione della musica digitale nel mondo, e non si tratta certo di un comprimario: stiamo parlando dei portali che rendono fisicamente possibile l’acquisizione della musica da chi la produce e l’acquisto della stessa musica da parte del pubblico, e cioè i vari iTunes, Beatport, Juno, DJ Download, Ministry of Sound, Wasabeat, Beatsource…

Il vero boom a livello mediatico e commerciale si ebbe con il successo di iTunes, portale “generalista” gestito dalla Apple. A tutt’oggi questo sito rappresenta forse “l’establishment” a livello di scelta di musica, non essendo specializzato in alcun genere particolare, ma la poca “agilità” rappresentata dal fatto che si debba scaricare un software apposito per accedere al sito e che i files acquistati sono in formato mp4, e cioè lo standard iPod, ne sta sempre più penalizzando le quote di mercato detenute.
Poi ci sono “gli altri”… partiti tutti da una posizione di sostanziale equità alcuni anni fa e dedicati principalmente alla musica elettronica da dancefloor di ogni tipo e stile… In questa fascia di mercato va riscontrato il successo crescente di Beatport, che prendendo spunto da iTunes ed evitandone accuratamente gli errori sta gradualmente cannibalizzando il mercato, sbaragliando i suoi ormai ex concorrenti come gli inglesi Juno e Dj Download/Ministry of Sound (due portali, di cui uno sapientemente griffato, per gli stessi identici contenuti).
Altra vittima illustre di Beatport è il sito giapponese Wasabeat, che ha goduto per un certo periodo della posizione dominante sul mercato nipponico, dovuto al fatto che i giapponesi odiano accedere a siti di lingua inglese e sono molto diffidenti con le transazioni online: basti pensare che il metodo di acquisto preferito in Giappone fino a poco tempo fa era scalando crediti dalle schede telefoniche. Un paio di mesi fa Beatport ha completamente ridisegnato la struttura del proprio sito, inserendo anche pagine in molte lingue, come Italiano, Francese, Spagnolo, Portoghese e Giapponese, di fatto condannando Wasabeat a un rapido declino (non c’è ovviamente paragone fra i due cataloghi…)
Forte del proprio successo e dei sostanziosi investimenti a livello di promozione fatti (avrete senz’altro visto le pagine intere su tutte le riviste del settore come Groove, Remix, etc), Beatport sferra poche settimane fa un altro colpo per rinforzare la sua nascente egemonia sul mercato: la creazione di Beatsource, portale gemello specializzato in hip hop di ogni tipo (dall’Old School all’Underground, passando per scene nazionali come quelle Italiana, Francese, Tedesca), reggae, dub, funk, soul, r&b, leftfield… insomma, tutti quei generi musicali non elettronici, e quindi non “coperti” da Beatport, che comunque sono appetibili per i dj, da sempre i primi e più fedeli clienti del portale. Indubbiamente l’intero ambiente, artisti e potenziali acquirenti, connesso a questi generi è molto meno a suo agio con la “faccenda digitale” rispetto ai fautori e fruitori della musica esclusivamente elettronica, da sempre più abituati esclusivamente alla sostanza della produzione musicale piuttosto che alla forma, ma si può dire già fin d’ora, sfogliando i cataloghi che si ingrossano giorno per giorno, che la scommessa di Beatport/Beatsource è praticamente già vinta…
Quali sono quindi i pro e i contro di questa nuova metodologia di vendita, distribuzione e acquisto di musica?
I “contro” più evidenti sono direttamente figli della volontà da parte delle majors di rallentare la crescita e la diffusione dei portali di vendita mp3 fino al momento in cui l’agonizzante cd avrà tirato l’ultimo respiro. Sia la gestione dei diritti di riproduzione meccanica (gli infami “bollini Siae”, per intenderci) che i DRM (quegli accrocchi software che evitino o limitino la duplicazione dei files acquistati) sono in uno stato embrionale e decisamente confusionale. Appare evidente, come già detto, la volontà di “qualcuno” di non trovare al momento soluzioni valide a questi problemi certo non insormontabili, d’altro canto le Digital Labels non appaiono troppo preoccupate da questa situazione e si limitano a gestire i loro affari senza considerare del tutto questi (falsi?) problemi, aspettando che una soluzione “ufficiale” venga trovata dopo, si presume, infinite beghe e litigazioni ad altissimo livello nel mondo della musica e dei suoi rapporti con politica, finanza, etc.
I “pro”, d’altro canto, sono davvero parecchi, ed equamente divisi fra creatori della musica e fruitori di essa. Innanzitutto è ormai appurato che per gli acquirenti si sta verificando un ritorno alle origini… a quegli anni 60 in cui il singolo era il vero volano dell’industria discografica e gli album erano per lo più raccolte di singoli. A chi non sono girate ampiamente le balle a comprare cd a prezzo pieno (quindi sui 18/20 euro?) per avere poi fra le mani un dischetto contenente due-tre canzoni valide e il resto un’immonda collezione di suoni necessaria a riempire i 60 minuri rimanenti disponibili sul supporto magnetico? Nei portali digitali non funziona così. Si ha la possibilità di ascoltare gratuitamente fra i 30 e i 90 secondi di ciascuna traccia, e di comprarle singolarmente, con evidenti vantaggi sotto il profilo della qualità della musica presente nella propria collezione.
Cosa c’è invece di buono per quelli che la musica la fanno? Senza dubbio una maggiore snellezza ed immediatezza nei rapporti fra labels e artisti. E’ prassi ormai comune gestire praticamente per intero i propri rapporti a distanza utilizzando i numerosi strumenti offerti dal web.. Adobe Acrobat e gli scanner per i contratti, Skype per le comunicazioni a voce, siti di storage come www.yousendit.com per lo scambio dei files anche di grosse dimensioni. Addirittura i pagamenti stessi delle royalties possono comodamente avvenire a distanza tramite PayPal o un semplice bonifico bancario online…
E anche il mastering, un tempo spauracchio di chi produceva musica e voleva vederla commercializzata, può essere ormai fatto, volendo, dall’artista stesso usando uno degli innumerevoli software reperibili, più o meno legalmente, in Rete, visto che il 90% dei potenziali acquirenti della sua musica la manterrà comunque in formato mp3, dove quindi non è necessaria una qualità del suono da megastudio americano.
E chi la musica non la fa, ma la suona, come il caro, vecchio, DJ turntablist di un tempo??? Beh, si è pensato anche a lui… Esistono infatti degli appositi software, come i famosissimi Serato Scratch Live, Traktor Scratch, Stanton Final Scratch, che permettono di controllare interamente la propria playlist di mp3 attraverso dei dischi in vinile o dei cd appositamente codificati che possono venire utilizzati normalmente sui propri piatti o sul proprio fido CDJ-1000. Certo, è un’evoluzione tecnologica che ad alcuni potrebbe risultare un po’ indigesta, ma allo stesso tempo consente una flessibilità e una modernità assolute anche al più tradizionalista dei turntablist!
Naturalmente anche i metodi di promozione sono adeguati all’intera filosofia della musica digitale. Stante che gran parte della stampa specializzata dedica colpevolmente poco o nullo spazio alle release digitali, il solito concetto di “immediatezza” viene ripreso nelle modalità in cui questi prodotti vengono spinti a livello promozionale. MySpace si è ormai affermato da tempo come “il mezzo” di comunicazione per la comunità dei musicisti elettronici nel mondo (curioso, dato che era nato in origine come una specie di bulletin board interattivo per gli ultimi dinosauri della scena glam metal del Sunset Strip di L.A. e zone limitrofe…), e spesso si svolgono proprio sulle pagine di MySpace i primi contatti fra gli artisti, che postano in ascolto libero i loro demo, e le etichette, così come queste ultime ormai si affidano ai Blogs della propria pagina per comunicare calendari di release, nuove uscite e così via.
Anche i Blogs nel loro formato più tradizionale sono un importante mezzo di diffusione di novità e opinioni circa le nuove uscite nel mondo digitale. Non è raro, infatti, trovare pagine curate quotidianamente da appassionati e cultori dei generi più popolari della scena che raccomandano le ultimissime uscite… stesso formato, ma diverso approccio, hanno quegli altri blogs, soprattutto russi, che presentano le ultime uscite con anche l’opzione per scaricarli a pagamento. Cosa non del tutto legale, ovviamente, ma il bilancio fra l’ulteriore promozione e la perdita economica gioca nettamente a favore del primo (sappiamo tutti benissimo che la gestione dei diritti d’autore in nazioni come Russia e Cina è un concetto altamente opinabile…)
Un altro efficace metodo di promozione per la musica digitale, proprio perchè va direttamente ad attuarsi in un ambiente i cui utenti sono già necessariamente pratici di vita, socializzazione e transazioni economiche online, è la presenza attiva nel mondo virtuale di Second Life. La prima etichetta di rilievo a sbarcare armi e bagagli in questo Nuovo Mondo è stata la Hed Kandi, con la creazione di un club molto sofisticato (”Sands”) e alcuni negozi/uffici nei dintorni. Di recente anche l’italiana The Family Records (con la nuovissima gemella The Family Beatz, specializzata in hip hop, reggae, funk, etc.) ha investito pesantemente in questo mezzo di promozione finendo per acquistare un’intera isoletta dove si può trovare una zone ad ambientazione urbana, tupo “Straight Outta Compton”, con negozi, tra i quali quello che consente di acquistare direttamente i prodotti delle etichette tramite un link esterno a Beatport/Beatsource, e club, ed una zona sulla spiaggia, con un altro club dotato di giochi in cui è anche possibile vincere premi in denaro (spendibili poi all’interno di Second Life stesso). In entrambi i clubs si tengono eventi e serate regolari collegate alle due etichette, e quindi con musica altamente selezionata da dj specializzati facenti parte delle etichette stesse, che suonano dal vivo direttamente dai loro studi e venendo potenzialmente irradiati in diretta ad altri utenti da tutto il mondo. Numerosi dj e artisti di caratura nazionale e internazionale si sono esibiti di recente su Second Life… cito in ordine sparso U2, Marillion, Baccini, Paola e Chiara, giusto per fare i nomi dei più recenti.
Questo, dunque, è il presente. Cosa ci riserva il futuro?
Essendo la musica digitale un universo completamente nuovo, ed in continuo divenire, possiamo solo azzardare alcune ipotesi… di sicuro il declino del cd e degli altri mezzi fisici appare ormai inarrestabile. Non spariranno, come in fondo non è sparito il vinile negli ultimi vent’anni, ma passeranno da ruolo di protagonista a ruolo di comprimario. Questo appare ormai certo.
Sulla scena dei cosiddetti “vendors”, l’egemonia di Beatport/Beatsource appare destinata a rafforzarsi, e non appare del tutto fuori luogo pensare che entro breve (un anno?) verrà lanciato l’assalto all’ultimo bastione del supporto fisico, il rock. Possiamo quindi aspettarci un “Beatrock” entro il 2009? Se ci fosse qualche bookmaker che lo quota, ci investirei senz’altro qualche spicciolo.
E quando le majors si sveglieranno cosa succederà? Sono due le ipotesi più probabili. Il primo è che si cercherà anche una formula per uscire dall’obbligo del singolo download e allo stesso tempo fidelizzare il cliente. Il metodo più logico parrebbe quello dell’abbonamento personale e personalizzabile a quota fissa e a volume prestabilito di musica scaricabile, o addirittura disponibile a scadenze regolari in una propria casella postale apposita, secondo i generi o i gruppi definiti dal cliente. Si verificherebbe quindi quello scenario prefigurato da David Kusek e Gerd Leonhard nel loro saggio “The future of music” del 2005: la “Musica Liquida”, cioè la fruibilità della musica come se fosse acqua potabile…attraverso un… “rubinetto software”, e con fatturazione a bolletta a fine mese.
E come verrà definitivamente scavalcato l’impasse dovuto alla mancanza della fisicità del supporto da parte delle majors? Qui la risposta è più facile di quel sembri… basta pensare a quanto materiale extra può venire scaricato già fin d’ora via Internet oltre alla musica stessa: videoclip, suonerie, desktop, skins di vari programmi, accesso a pagine riservate di siti, copertine per cd masterizzati da stampare, coupon per sconti su biglietti di tour mondiali… insomma, nel momento in cui volessero, le majors hanno fra le mani una quantità di materiale molto appetibile in grado di far presto dimenticare ai music fans più accaniti il caro vecchio jewel box del cd col librettino dentro… si tratta solo di vedere “quando” lo vorranno fare!
Bene, termina qui questo breve (?) excursus. Senza dubbio nel corso dell’articolo ci saranno state cose nuove, cose noiose, cose interessanti e cose fastidiose.
Nessuno di noi c’era, ma molto probabilmente lo stato d’animo di molti di noi adesso è analogo a quello dei nostri bisnonni quando si è passato dal grammofono con i dischi di lacca ai giradischi con quei dischetti sottili di plastica che sembra che si rompano solo a guardarli… possiamo farci niente? Probabilmente no, e non sono nemmeno sicuro che ciò che ci riserva il futuro sia così brutto, in fondo, anzi… E allora… Buona Musica a tutti!